Charles
Willeford
Tempi d'ore per i morti
Caos» disse il sergente Hoke Moseley a Ellita Sanchez
«è l’acronimo per orientarsi a Miami». Le lanciò
un’occhiata, scalò in seconda, e attese che annuisse.
Avrebbe dovuto saperlo, dopo sette anni in polizia, non c’era
bisogno di spiegarle che C stava per corsie, A per autostrade, O
per ostacoli e S per svincoli. Non era detto che le
strade corressero in linea retta. A volte si avvolgevano su
se stesse in semicerchi e arabeschi senza senso.
Conversare con Ellita era un problema. Lui era il capo, lei
l’allieva, eppure non sapeva mai cosa spiegarle e cosa dare
per scontato. Era nella Squadra Omicidi solo da quattro
mesi, ma sembrava sapere sempre tutto in anticipo.
Anche quello che Hoke aveva imparato con l’esperienza e
aveva provato a spiegarle – il fatto che i tossici si spalmassero
la Preparazione H sui buchi per ridurre il gonfiore,
ad esempio – lei lo sapeva già. "Caos" era una di quelle
stranezze che pochissimi sbirri conoscevano, e proprio non
si aspettava che lei rispondesse: «Lo so».
Forse, il diploma biennale in criminologia al Miami- Dade
Community College valeva il tempo e il denaro che ci
aveva investito. In ogni caso, era diventata più sensibile ai
suoi sbalzi d’umore. Negli ultimi tempi, piuttosto che rispondere
"Lo so" si limitava ad annuire e questo cominciava a dargli sui
nervi. Ma Sanchez doveva avere altro per
la testa. Ultimamente il suo bel viso dorato era serio, e
alla mattina non sorrideva più come un tempo. Il suo
sordo malumore andava avanti da più di una settimana.
All’inizio, Hoke lo aveva attribuito alle mestruazioni – poteva
starci – ma una settimana era troppo. Quanto duravano le
mestruazioni? Tutto sommato, qualunque fosse il
motivo della sua preoccupazione, non aveva avuto alcun impatto
sul suo rendimento. Per ora.
Di una cosa Hoke era sicuro: non aveva fatto nulla che potesse
offenderla. Anzi, ce l’aveva messa tutta per trattarla da
pari – ovviamente sotto il suo comando. Quasi sempre
le spiegava il motivo delle sue azioni. Ma Sanchez era
una donna, e ispanica oltretutto, quindi c’erano in ballo tali
differenze culturali e di sesso che non sarebbe mai riuscito
a capire cosa le passasse per la testa.
A volte, se gli veniva da fare una battuta ironica, come capitava
con Bill Henderson, il suo vecchio compagno, bastava
che le lanciasse uno sguardo: quelle tettone materne e
voluttuose sotto le immancabili camiciole di seta lo
costringevano a mordersi la lingua.
Avere in macchina una donna al posto di Bill non era la stessa
cosa.
Forse di tanto in tanto avrebbe potuto far guidare lei.
Ma nemmeno questo gli sembrava logico. Deve guidare l’uomo, non la
donna, anche se ai vecchi tempi guidava quasi
sempre Bill, perché era più bravo di lui, e ne erano consapevoli
entrambi. Per quanto ne sapeva, Ellita Sanchez
poteva essere più brava di tutti e due.
Magari un domani l’avrebbe fatta guidare – chissà come andava...
«La prossima» disse Sanchez indicando il cartello bianco e
verde «è Poinciana Court».
«Certo» se la rise Hoke. «E va da est a ovest».
Erano diretti a Green Lakes, un sobborgo di Miami costruito durante
il boom edilizio degli anni Cinquanta, destinato a
famiglie giovani con
|
figli piccoli, o veterani
della Guerra di Corea con cinquecento
dollari da parte per l’anticipo e
uno stipendio fisso che li mettesse in condizione di
pagare i sessantotto dollari al mese del mutuo.
A quei tempi
erano case da diecimila dollari, con mutui trentennali a
tasso fisso al cinque virgola cinque per cento. Anche allora
non era molto per una casa di tre stanze con bagno.
A trent’anni di distanza, però, quelle stesse case si vendevano a
ottantaseimila dollari o più, e gli interessi erano saliti al
quattordici per cento. Molte altre zone residenziali di
Miami, a seconda della posizione, erano diventate dei ghetti
– Green Lakes no. Le strade e i viali ampi e sinuosi, tutti
dotati di un nome oltre che di un numero, erano fiancheggiati
da grandi ficus e pini australiani. Ogni cento metri
circa c’erano dei "poliziotti addormentati", dossi colorati
di giallo che obbligavano a moderare la velocità. Molti
proprietari, avendo messo da parte un po’ di soldi, avevano
costruito un secondo bagno, verande vetrate, un box
o un capanno degli attrezzi, e quasi tutte le case, se non
tutte, avevano il retro e la veranda nuova che dava su laghetti
artificiali squadrati, con l’acqua di un colore verde lattiginoso.
In origine i laghetti erano cave di sabbia e pietra:
era pericoloso farci il bagno (prima che l’associazione dei
proprietari di Green Lakes vietasse la balneazione, erano
annegate almeno dieci persone), ma erano circondati da
una pineta con sentieri per correre, e di sera una
brezzolina fresca si alzava dall’acqua. Insomma,
Green Lakes era un bel posto dove vivere. Hialeah
era alla giusta distanza: potevi andarci a far spese,
e tenerti alla larga dall’atmosfera ispanica. Per le famiglie di
colore era una zona troppo costosa. Certo,
col tempo tutto questo sarebbe cambiato, ma a quel
punto il valore delle case sarebbe salito a centomila dollari,
e gli interessi oltre il venti per cento. La gente che viveva
a Green Lakes poteva considerarsi fortunata, e lo sapeva.
Grazie a un efficiente programma di prevenzione il
tasso di criminalità era basso: erano passati più di due anni
dall’ultimo omicidio.
Hoke vide l’auto di pattuglia blu e bianca parcheggiata davanti
alla casa. L’agente di servizio, a capo scoperto, era appoggiato
a un ficus sul bordo della strada e fumava una sigaretta
chiacchierando con due ragazzine. Queste erano in
toppino, jeans e scarpe da ginnastica e tenevano le loro mountain
bike tra sé e l’agente. Parcheggiò dietro l’auto di
pattuglia, e sentì sfrigolare la radio di servizio. Uccellini insistenti
risposero dagli alberi, e da un prato vicino ronzarono gli
irrigatori. Qualche casa più avanti, un cane si fece
sentire da dietro una porta chiusa. Hoke
e Sanchez scesero dall’auto, e l’agente, un ispanico con
le basette squadrate all’altezza degli occhi scuri, si scostò
dall’albero e disse alle due ragazze di circolare. Pedalarono
per un centinaio di metri, si fermarono, e si girarono
a guardare. «Sergente Moseley»
disse Hoke. «Omicidi». Diede un’occhiata
alla targhetta dell’agente. «E il cappello, Garcia?»
«È nell’auto».
«Mettitelo. Sei armato, e devi stare a capo coperto».
Garcia prese il cappello dall’auto e se lo mise. In bilico sulla
massa di ricci neri sembrava gli fosse piccolo di due taglie.
Quel cappellino con la visiera tutta graffiata lo rendeva ridicolo,
e Hoke poteva ben capire che non volesse portarlo.
D’altro canto, nessuno gli impediva di tagliarsi i capelli.
«Dov’è il morto?» chiese Hoke.
«Dentro. C’è l’agente Hannigan, in casa». |