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Elia Barceló
Le quattro del mattino. Fine dicembre. Adesso scrivo per me, a
mano, con la mia minuta calligrafia da orefice, in questo appartamento
appena affittato, semivuoto, mentre dietro ai vetri la neve cade
dolcemente su questa Clinton Street in cui ormai non suona più la musica
di cui parlava Cohen. Scrivo per me. Non ho nessun altro a cui scrivere.
Non ho nessun altro adesso che non c’è Celia. |
decifrare,
qualcosa tra la sorpresa, la gioia e il terrore, qualcosa che avrei capito solo venticinque anni dopo, quando ormai era troppo tardi.Rimase in piedi a qualche metro da noi, stringendo il manico della borsetta come se da ciò dipendesse la sua vita. L’amica, leziosa e spumeggiante, con quella civetteria ridicola da quarantenne nubile che nonostante tutto riesce sempre a spuntarla, ci si avvicinò: "Ragazzi, se non vi scoccia... ci sono degli altri tavoli liberi... e noi ci sediamo sempre qua. Fabián non si sarà ricordato di dirvelo. Non vi scoccia, vero? A Celia piace sedersi a questo tavolo".Scattai subito in piedi. Mi sarei inginocchiato, se me lo avesse chiesto. Gli amici, tutti bravi ragazzi, si alzarono, fecero cenno al banco di portarci le consumazioni a un altro tavolo, "Manie da vecchie, cosa volete farci". A me Celia non sembrava vecchia. Aveva la pelle chiara, lattea e vellutata, delle leggere rughe intorno agli occhi che non si staccavano da me, degli occhi che allora mi parvero color birra e solo dopo, quando ero già orefice, potei paragonare ai topazi brasiliani, una luce di tramonto cristallizzata. I ricordi si ammassano dietro le mie palpebre chiuse come spettatori che escono da un cinema immenso da una sola porta, e si spingono, si accalcano, perdono terreno dinanzi alla forza di altri più audaci o meno educati per poi attraversare la soglia uno dietro l’altro. Immagini che credevo di aver dimenticato apparivano per qualche secondo folgorante per poi cedere il posto ad altre ugualmente intense, ugualmente nitide: le passeggiate del sabato per la calle Jardines; i balli estivi nel giardino del Circolo addobbato per la festa del paese; le interminabili conversazioni con i compagni di liceo al Negresco in cui immaginavamo il nostro futuro, sempre brillante, sempre grandioso; le prime sigarette fumate accanto al muro del cimitero; i bagni nel fiume; la nuova maestra intravista in sottoveste nella casa che le aveva affittato Remedios, la levatrice, ancora senza tendine, con scandalo delle vicine, che finirono per regalargliene un paio per la camera da letto; i panini al tonno sott’olio che preparava Florinda, la vecchia della pensioncina, quella che aveva un marito lazzarone che fece una brutta fine in un antro di Montecaín.Odori, suoni, luci perse per sempre nei pantani della memoria, assieme ai ricordi della mia casa d’infanzia, quella che i miei genitori chiusero per andarsene a Oneira quando mia sorella morì a ventidue anni, investita da una moto in una strada di Parigi il giorno stesso in cui finiva il suo corso estivo, la casa che – morti anche i miei genitori – sarà stata ancora là, a Villasanta, con tutti i mobili coperti di polvere, le vecchie foto nei cassetti, il servizio di tutti i giorni in cucina, le lenzuola forse rosicchiate dai topi; quella casa le cui chiavi, dopo la morte di papà, mi ero sempre portato appresso come uno strano amuleto senza mai pensare di usarle. Il treno attraversò la seconda delle tre gallerie che come un "apriti Sesamo" immettono nell’Umbría, il paese delle leggende, come dice il nostro slogan turistico, e prima di uscire dalla terza, prima di poter capire cosa stessi facendo e perché, avevo tirato giù le due valigie che costituivano tutto il bagaglio che mi portavo dietro nel mio trasloco a New York, mi ero messo impermeabile e cappello, e mi trovavo in piedi vicino all’uscita aspettando di vedere apparire, dopo la lunga curva, la stazione di Villasanta de la Reina. Non so cosa pensai. Non so cosa mi aspettassi di trovare. Ricordo solo che qualcosa dentro di me ripeteva "adesso o mai più" e sapevo che se mi lasciavo scappare quell’occasione, se continuavo il viaggio fino a Oneira, poi avrei preso il charter per Londra e da lì a New York e non avrei mai più visto il paese della mia infanzia. |