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gli alianti
80 pagine, 7,00 euro
isbn 978-88-7168-195-5

Traduzione di Umberto Gandini
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friedrich dürrenmatt
Il minotauro
Abbandonata l’università dopo discontinui studi di filosofia, Dürrenmatt si tuffò poco più che ventenne nel mondo del teatro. La messa in scena, nel 1952, di Il matrimonio del signor Mississippi, e la contemporanea pubblicazione di Il giudice e il suo boia, uno dei suoi romanzi migliori, lo portarono alla ribalta della scena culturale svizzera. La visita della vecchia signora e I fisici, che risalgono alla metà degli anni Cinquanta, lo resero celebre in tutto il mondo. I miti greci e le vicende dell’Antico Testamento, “succhiati” ancora bambino dal padre – pastore protestante – così come città e cittadine della provincia elvetica, plasmano il sottofondo di gran parte delle sue opere teatrali e narrative. Nella produzione romanzesca – quasi sempre polizieschi di elegantissima fattura – Dürrenmatt vede e denuncia, con piglio da cosmologo, le contraddizioni di un mondo in cui l’uomo vive in una sorta di grottesco labirinto. Giudici e colpevoli, Tesei e Minotauri, Bene e Male si rincorrono e si sfidano come gatti e topi. Fisicamente, intellettualmente, moralmente.
“Il minotauro strisciò incontro alla sua immagine che gli si avvicinò allo stesso modo, era pronto a levarsi di scatto e a gettarsi sull’altro, ma nell’osservare quell’altro avvertì, mentre stava per levarsi di scatto, la stessa intenzione negli occhi dell’altro. S’impresse il volto del traditore, coperto di pelo, l’ampia fronte invasa di lanugine arruffata, sovrastata da un mucchio di schegge di vetro che scintillavano azzurrognole alla luce lunare, le corte corna ricurve, il dorso appena arcuato del naso, il muso bagnato, la lunga lingua violacea”.
La storia di Arianna, Teseo e Minosse, del labirinto e del minotauro, il suo unico abitante, è nota a tutti, ma nella versione di Dürrenmatt essa diventa anche dramma psicologico.
Luogo dell’azione, il labirinto con le sue pareti a specchio e l’infinito susseguirsi delle immagini.
Protagonista, il minotauro, metà uomo e metà toro, sempre al limite della conoscenza, delle sensazioni di amore, gioia, felicità e infelicità, paura e tormento, ma che per sua natura non può provare sensazioni; sempre sulla soglia delle emozioni che proverebbe, se solo sapesse cosa vuol dire provare emozioni.
Lo stile fluido, i periodi che si snodano e si rincorrono, ricreano musicalmente e anche visivamente il mondo delle immagini, a volte confuse, in cui egli vive.
Un gioco di specchi tra l’essere e la sua ombra, il corpo e le sue migliaia di copie riflesse, che riproduce all’infinito l’illusorietà di qualsiasi tentativo di fuga.
Un racconto che corre rapido verso il tragico epilogo, e noi lettori nel confronto finale con Teseo non possiamo fare a meno di parteggiare per il minotauro.
Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza, lui danzò la gioia di averla trovata, lui danzò la sua liberazione, lei danzò il suo destino, lui danzò la sua smania, e lei danzò la sua curiosità...”