Edgar Hilsenrath
IL NAZISTA & IL BARBIERE

 

Edgar Hilsenrath è nato a Lipsia nel 1926.
Ebreo d’origine orientale, fugge in Romania con la famiglia per tentare di sottrarsi alla minaccia nazista; deportato nel ghetto di Mogilev- Podolski, in Ucraina, vi rimane fino all’intervento dei russi, nel 1944.
Evitata una nuova deportazione in Siberia grazie a un passaporto
falso, aderisce al movimento sionista e sale su un treno per la Palestina. Anima errante, riparte per la Francia, dove comincia a scrivere; nel 1951 si imbarca per gli Stati Uniti. Nel 1975 rientra finalmente in Germania, dopo trentasette anni di odissea, e si stabilisce a Berlino, dove vive tuttora.

Hilsenrath, l’apolide. Il senza dimora. Da cinquant’anni forse il narratore più irriverente della Germania. I suoi romanzi sbancavano in tutto il mondo, ma in Germania avevano paura di pubblicarlo. Avevano paura della sua amoralità, immoralità e antimoralità.
Hilsenrath è un uomo che guarda di sbieco, il classico sguardo da osservatore che vede ben più di
quanto non dica.
Usa una macchina da scrivere minuscola, senza marca. Racconta storie degli anni Trenta, Quaranta o
Cinquanta. Ma la sua lingua è di oggi, non solo per la brevità delle frasi. Non solo per il suo amore per l’ordinario. Hilsenrath può usare espressioni stomachevoli. È uno dei pochissimi a cui lo si perdona. Perché parla dell’umanità nel senso più estremo. E se deve mostrare l’orrore, lo fa davvero.
Fa crepare dal ridere, e può far piangere.

Ebreo tedesco, è negli Stati Uniti che si afferma come scrittore.
Dopo il grande successo di Notte – scritto nelle osterie di Parigi – l’editor di Doubleday gli chiede
un romanzo che racconti in modo originale i drammi dell’Olocausto.
Originale? Più di così e impossibile. Nasce Il nazista & il barbiere, ed è un successo straordinario.
Negli Usa, in Inghilterra, in molti altri Paesi.
Solo in Germania viene rifiutato da un editore dopo l’altro: Bertelsmann, Rowohlt, Fischer, Hanser,
nessuno lo vuole. Non si può fare dell’umorismo su un argomento del genere, dicono. Troppo irriverente. Sull’olocausto non si scherza. E i primi capitoli sono un pugno nello stomaco.
Hilsenrath doveva farlo così. Con scabrosità e umorismo nero. A colpi di farsa, atrocità, favole rovesciate
e pura poesia. Lontano dall’ortodossia della colpa e dalle lacrime facili che garantiscono l’assoluzione. I carnefici diventano vittime, le vittime carnefici. E non si salva nessuno. Neanche Dio.
"Se potessi" dichiara Hilsenrath in una recente intervista allo «Spiegel» "non scriverei così. Mi sento
in colpa per essere sopravvissuto".

Un giornalista della BBC gli consiglia di provare a Berlino, e lì trova il suo primo editore tedesco, Helmut Braun. Il nazista & il barbiere uscì in Germania nel 1976; lo «Spiegel» prima, ma soprattutto la «Zeit», con l’accorata "apologia" di Heinrich Böll, fecero finalmente giustizia, accogliendo Edgar Hilsenrath tra i grandi scrittori tedeschi contemporanei, accanto a Günther Grass.
Da allora tutti i suoi libri sono stabilmente nel catalogo dei tascabili
di Piper.
E graffiano sempre di più.
Contro l’orrore che è stato, che è e sarà.

 


Incontro con un ebreo satirico

 

Il nazista & il barbiere

La fiaba dell’ultimo pensiero

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