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gli alianti
224 pagine, 13,50 euro
isbn 978-88-7168-427-7

Traduzione di Giovanna Agabio
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friedrich dürrenmatt
Giustizia
Abbandonata l’università dopo discontinui studi di filosofia, Dürrenmatt si tuffò poco più che ventenne nel mondo del teatro. La messa in scena, nel 1952, di Il matrimonio del signor Mississippi, e la contemporanea pubblicazione di Il giudice e il suo boia, uno dei suoi romanzi migliori, lo portarono alla ribalta della scena culturale svizzera. La visita della vecchia signora e I fisici, che risalgono alla metà degli anni Cinquanta, lo resero celebre in tutto il mondo. I miti greci e le vicende dell’Antico Testamento, “succhiati” ancora bambino dal padre – pastore protestante – così come città e cittadine della provincia elvetica, plasmano il sottofondo di gran parte delle sue opere teatrali e narrative. Nella produzione romanzesca – quasi sempre polizieschi di elegantissima fattura – Dürrenmatt vede e denuncia, con piglio da cosmologo, le contraddizioni di un mondo in cui l’uomo vive in una sorta di grottesco labirinto. Giudici e colpevoli, Tesei e Minotauri, Bene e Male si rincorrono e si sfidano come gatti e topi. Fisicamente, intellettualmente, moralmente.
“L’episodio del suo arresto: non si può raccontare senza gioia maligna. A pochi tavoli di distanza dall’ucciso il comandante della nostra polizia cantonale stava cenando con il suo vecchio amico Mock, uno scultore, il quale, sordo e assorto in se stesso, anche in seguito non percepì nulla di ciò che era avvenuto.
Nel momento in cui fu sparato il colpo il comandante non alzò lo sguardo, o almeno così dicono, perché si stava accingendo a succhiare a dovere il midollo da un osso, ma un attimo dopo si alzò e così facendo rovesciò persino una sedia, che però, da uomo d’ordine qual’era, rimise in piedi.
I clienti erano balzati in piedi. Dietro il banco il cuoco e il personale di cucina fissavno la scana impietriti. Solo Mock continuava a mangiare tranquillo”.
In un famoso ristorante di Zurigo, punto d’incontro dei notabili della città, il consigliere cantonale Isaak Kohler ammazza a revolverate, davanti a tutti, un illustre professore universitario.
Condannato a vent’anni di galera, Kohler convoca in carcere - un luogo avvolto da un’aura solenne, che appare assai migliore del mondo “normale” -  il giovane avvocato Spät e gli chiede di riesaminare il caso partendo dall’ipotesi che non sia lui l’assassino.
Squattrinato com’è, Spät accetta un incarico impossibile, apparentemente senza senso: con il generoso anticipo apre un lussuoso studio, si compra una Porsche, insomma cambia vita.
Mentre il consigliere cantonale, “un uomo a cui piace giocare la parte di Dio su questo miserabile pianeta”, continua spavaldamente ad amministrare i propri affari dal carcere, Spät si imbatte in un intrico di situazioni torbide: traffici di armi e puttane, megere strapotenti e corrotti “intoccabili”.
E si rende conto che Kohler l’ha incastrato in un piano diabolico, che farà di lui un pluriomicida.
Messo alle corde, incagliato nel proprio tentativo di “ristabilire quanto meno un’idea plausibile di giustizia, affinché non diventi una farsa totale”, Spät giunge a un verdetto personale.
E a una vendetta assurda, ma assoluta.

“Non occorre che un giudice sia giusto, così come non occorre che un papa sia credente”: in questo romanzo, estremamente attuale e inquietante, Dürrenmatt sonda magistralmente i labili confini che separano etica e opportunismo, dipendenza e libero arbitrio, sottolineando, soprattutto, la relatività del concetto di giustizia.
Quindi non mi resta altro da fare se non bere, andare a puttane, raccontare, riferire i miei dubbi, pormi i miei interrogativi e aspettare, aspettare finché la verità si riveli, finché la dea crudele si tolga il velo”.