GAÉTAN SOUCY

La bambina che amava troppo i fiammiferi


Recensioni

 

Luca Scarlini
il manifesto
Fabio Gambaro
La Repubblica
Monica Capuani
La Repubblica 

Gabriella Bosco
La Stampa

Marco Belpoliti
L’Espresso
La critica straniera
Marco Belpoliti
L’Espresso
Maggio 2003

Un bellissimo e importante studio del filosofo André Jolles, "I travestimenti della letteratura", uscito di recente in nuova edizione (Bruno Mondadori), descrive la fiaba tragica, una delle "forme semplici" della letteratura. Jolles spiega che nelle fiabe le violenze e le crudeltà vengono via via cancellate a vantaggio di una conclusione vicina al nostro senso di giustizia e di moralità. Anche la morte viene eliminata: "Se non son morti, vivono ancora". "La bambina che amava troppo i fiammiferi" del canadese Gaétan Soucy è una di quelle fiabe che mantengono la crudeltà fino alla fine. Anzi, pare annientare la realtà stessa attraverso una estenuante forma di sofferenza. È un racconto in prima persona. Parla un lui, che in realtà è una lei: una ragazzina di 16 anni che vive segregata insieme al fratello in una sorta di castello, una magione dominata dal padre-padrone. Uomo ricchissimo, come si scopre, egli ha trasformato la figlia in un maschio e l’ha allevata insieme al fratello: due bambini-selvaggi, che però, nel caso della ragazza, si esprimono con un lessico a metà strada tra il parlato quotidiano e le parole tratte dalle opere di Saint-Simon, Pascal, Baudelaire e 
Spinoza. Il loro universo autistico, segnato da riti ossessivi e infantili, da citazioni di dizionari cavallereschi, si rompe all’improvviso a causa del suicidio del padre, e la realtà, quella vera, irrompe di colpo nella loro vita. Noi seguiamo tutta la vicenda attraverso le parole del ragazzo-ragazza – la traduzione italiana di Francesco Bruno è bellissima – dal suo occluso punto di vista, che si squarcia progressivamente mettendo a nudo una visione dolorosa e insieme ingenua della vita. "La bambina" è insieme una fiaba e un racconto, un piccolo romanzo e una piccola novella, una storia affascinante che inchioda con la sua crudeltà, la sua durezza, con la forza dell’universo dischiuso dalle inimitabili parole della narratrice. La commistione di morte e infanzia (è il sottofondo del racconto) allo stesso tempo respinge e attira, come nel caso del recente e bellissimo libro di Michael Kimball, "E allora siamo partiti" (Adelphi). La voce della narratrice della "Bambina" possiede un proprio e inconfondibile tono: straziante, affettuoso, drammatico, ironico, lieve, pesante, opaco, chiarissimo. Chi ama incontrare libri unici, non facili, ma di grande forza letterario e umana, non può mancare questo appuntamento, che permette anche di scoprire un altro narratore canadese di lingua francese.

Gabriella Bosco
La Stampa

Maggio 2003

Gira tutto intorno al problema dell’identità il romanzo di Gaétan Soucy, La bambina che amava troppo i fiammiferi . Protagonista e narratore della vicenda è qualcuno che parla di sé al maschile pur dando elementi e descrizioni del proprio corpo che corrispondono all’altro sesso. Qualcuno di non molti anni, ancora adolescente, cui è stata a forza amputata l’identità. E che di questa esperienza si fa "segretariano". È il termine che usa, storpiatura di segretario, per indicare il ruolo di chi diventa trascrittore dei fatti avendoli vissuti. Chi scrive è un "io", ma un io ambiguo, e che si ignora. "Il corpo è un abisso, tutto è notte fonda nel didentro".
Due fratelli trovano un mattino il padre impiccato. Devono di colpo affrontare la contingenza, senza colui che è stato per tutta la loro vita l’intero universo.. Padre fustigatore e carceriere, che li ha da sempre segregati nella vecchia tenuta di famiglia in disfacimento costringendoli a pratiche penitenziali e a riti macabri intorno a cadaveri o a i loro fantasmi, il morto continua a determinare l’esistenza dei figli sotto forma di spoglia per la durata del libro, mentre urge una catastrofe che sarà purificatrice e insieme liberatoria, almeno quanto orribile. Cronista dei fatti è quello dei due fratelli che ha imparato a leggere e a scrivere attingendo alla biblioteca dell’avita dimora, e perdendosi in storie di cavalieri medievali e fate innamorate, nei Mémoires di Saint-Simon e nell’Etica di Spinoza.
Dal villaggio vicino giungono le minacce, il mondo esterno dalla cui intrusione continuare a difendersi. Ma è anche dal mondo esterno, tramite un curioso ispettore minerario vestito di nero che legge I fiori del male, a giungere da un lato l’illusione dell’amore, per chi scrive e racconta, dall’altro lato e soprattutto la rivelazione dell’identità amputata. Il narratore
 scopre di essere donna, o meglio "puttana" poiché nell’educazione impartita dal padre i due concetti si sovrappongono, attraverso le parole di quell’uomo. La scoperta non comporta una risistemazione dell’universo, di cui quel padre continua a rappresentare il creatore unico e indiscutibile, ma l’accettazione di qualcosa che era sembrata sino ad allora una infausta mutazione, la perdita del sesso maschile per qualche colpa commessa, seguita da periodici sanguinamenti. Poi bruscamente interrotti, da ormai tre stagioni, in seguito al fastidioso agitarsi del fratello sul suo corpo.
È un incubo di quasi duecento pagine, la cui lettura diventa man mano vorticosa. Il continuo spiazzamento che l’identità vagante, nelle sue peregrinazioni, comporta nel lettore, avvince e stringe. Si corre verso la fine come alla catastrofe mentre il quadro della vicenda si compone di tassello in tassello amplificando l’orrore. E quella strana lingua in cui si esprime la narratrice, impasto fatto di ingenuità storpiature e espressioni letterarie, reso con grande maestria da Francesco Bruno, il miglior traduttore cui potesse essere affidato un cimento del genere, entra dentro come uno stiletto.
L’autore di questa fiaba dai contorni terrificanti è un canadese francofono di Montréal, quarantacinquenne, Gaétan Soucy. Insegna filosofia all’università, questo è il suo terzo romanzo. Per la potenza corrosiva della sua scrittura, si è subito imposto come voce determinante della narrativa contemporanea. Ai francesi fa ovviamente comodo ammetterlo senza meno alla Letteratura Francese tout court, manovra corroborata dall’assenza di un Québec esplicito nel libro. Ma non è del tutto escluso che nella storia di questa famiglia un tempo unita per castratoria volontà del Padre e oggi straziata dall’affrontamento tra i due fratelli, conservatore e arroccato uno, aperto all’esterno e fiducioso l’altro, mentre un vagabondo straniero approfitta del conflitto per saccheggiare la loro casa, non sia da leggere una chiara metafora.
Luca Scarlini
il manifesto
aprile 2003

Gaétan Soucy è una delle voci più interessanti della letteratura québecchese, che si impone sempre di più all’attenzione internazionale ed in specie per una ricchissima produzione drammaturgica. La bambina che amava troppo i fiammiferi è l’opera che ha dato all’autore ampia notorietà nel suo paese come in Francia, è già stata tradotta in varie lingue e viene ora opportunamente presentata in Italia da marcos y marcos. Una fiaba crudele che si sviluppa all’insegna di una vaga allusione anderseniana: due fratelli, vissuti nel degrado all’ombra di un padre ricchissimo, quanto maniaco e
ossessionato dalla religione, si scoprono a non trovare più un senso alla propria esistenza dopo la morte dell’amato/odiato genitore, incapaci di produrre un comportamento che non sia improntato all’ubbidienza cieca e assoluta. 
Lo spaesamento è quindi la sostanza prima del lavoro, la sua più intima ragion d’essere, come si dimostra nello sguardo del narratore, intento a redigere un lento e farraginoso incunabolo, che è una cronaca delle sue percezioni, sempre più complesse e spesso contraddittorie, fino alla rivelazione che muta il corso della storia e ne altera radicalmente il gender. Il narratore è infatti una narratrice, la bambina del titolo, a cui è toccato, per la sessuofobia paterna (che divide le donne tra sante vergini e puttane, "ma la differenza è infima") di vivere in abiti maschili, indottrinata a credere di "aver perso i coglioni",

 

 evitando così l’ossessione masturbatoria del fratello. Come in una versione del sublime Amras di Thomas Bernhard, i due rampolli occupano il tempo giocando ai rispettivi giochi, che colui/colei che racconta si identificano in un’unica, ossessiva lettura, di dizionari cavallereschi compulsati maniacalmente insieme alle opere di Saint-Simon, che fanno scattare sogni di impossibili amori con principi azzurri, perennemente destinati a infrangersi contro una realtà scabra.
La "bambina" intesse continui scarti linguistici, mescolando persistenti citazioni infantili con improvvisi momenti lirici, parole desuete con lampi plebei, secondo la cifra di questo intensissimo romanzo, in cui si celebra quello che l’autore ha definito in un’intervista "il bambino-lingua, ovvero il bambino come nuovo ritmo impresso alla lingua". Ciò che potrebbe parere una crudele versione di una trama "di formazione", è infatti soprattutto un’avventura della conoscenza, in un’ansia continua di testimonianza e nel tentativo di definire un’identità. La scrittura gioca mirabilmente con nuances sempre cangianti, descrivendo con grande esattezza le gesta della paradossale eroina. "Le parole sono troppo importanti per sprecarle" e Soucy coglie spesso esiti di straordinaria finezza proprio nelle iterazioni come nei silenzi; la traduzione di Francesco Bruno ne dà conto con qualche difficoltà e con qualche sottolineatura inopportuna, rendendo comunque giustizia all’intricatissimo ordito del racconto.
Fabio Gambaro
La Repubblica
m
arzo 2003

Un romanzo inquietante e affascinante che viene dal Canada. Ne è autore Gaétan Soucy, scrittore quarantacinquenne alla sua terza prova, che proprio con queste pagine si è fatto conoscere in tutto il mondo. A colpire il lettore è soprattutto lo stile originalissimo che caratterizza il libro. Il romanziere, infatti, ha dato alla Bambina che amava troppo i fiammiferi la forma di una sofferta testimonianza, scritta direttamente dalla giovane protagonista, la quale ha sempre vissuto con il fratello e il padre ai margini di un bosco, lontano da ogni contatto con il mondo 

 

esterno, di cui nulla sa, se non attraverso i libri che ha letto. Di conseguenza, ella si esprime con una lingua sorprendente e spiazzante, rozza e poetica al contempo, ingenua e scurrile, ma non priva di espressioni e richiami della cultura libresca, in un groviglio di congetture arzigogolate, neologismi e immagini stravaganti.
Questo stupefacente impasto linguistico (tradotto molto bene da Francesco Bruno) si addice perfettamente a una vicenda a metà strada tra il racconto fiabesco e la horror story, dove i due fratelli scoprono un mattino che il padre temuto e amato giace morto nella sua stanza. Da quel momento, l'universo morboso e soffocante nel quale hanno sempre vissuto comincia ad andare in frantumi.
Monica Capuani
La Repubblica 
29 marzo 2003

Parla una lingua che è un groviglio quasi informe di parole strappate ai libri della vetusta biblioteca di famiglia. Ha l'orgoglio dei disperati, la spavalderia degli incoscienti e la fragilità seducente delle vittime.
Insomma resta nel cuore l'io narrante dell'orginalissimo romanzo La bambina che amava troppo i fiammiferi del canadese di lingua francese Gaétan Soucy, egregiamente tradotto in italiano da Francescso Bruno. Il padre padrone una mattina si impicca, lasciando a se stessi due figli cresciuti nella reclusione e nell'afasia, in una proprietà ricchissima, 

 

 

 

fatiscente e sinistra. Tra echi di Don Chisciotte e neri riflessi di Histoire D'O, la tensione emotiva di questa cronaca filiale cresce come una febbre compulsiva, svelando misteri sempre più foschi. Il viaggio in un paese alla ricerca di una bara si trasforma in un incubo perché innesca l'invasione del mondo esterno, nemico ferale che vede e nomina cose che solo in sé trovano legittima spiegazione. Come il Giusto Castigo, l'essere ebete e infelice, coperto di bende, che vive nella legnaia, legato alla vaga e onirica memoria di un incendio. Come il ricordo del padre, che chiedeva di essere legato e frustato con uno straccio bagnato, ordinando di ignorare le richieste di pietà. Solo un uomo ­ un puro  ­ cercherà di salvare l'inferno da se stesso, ma un fiammifero è un'arma più micidiale di quanto si creda.

La critica straniera

Leggere La bambina che amava troppo i fiammiferi significa entrare poco a poco in una vicenda terribile e straordinaria.
Come tutti i grandi scrittori, Gaétan Soucy ha inventato la propria lingua, e ci ha regalato uno splendido romanzo, pieno di colpi di scena e di idee su cui riflettere.
Come Samuel Beckett, se ne sta alla larga da qualsiasi luogo comune, da qualsiasi manierismo, e parla in modo crudo e chiaro all’intelligenza.
Soucy è fra i grandi scrittori di lingua francese dei nostri giorni ed è la più grande rivelazione di questo decennio.

Le Monde

 

Un romanzo pieno di colpi di scena assurdi e geniali: la narratrice, che fino a metà romanzo si crede un ragazzo, racconta di un padre tiranno e di un fratello beota, ma la storia disvela man mano una verità incredibile su una famiglia tanto assurda…
Un libro dotato di un fascino perverso.
Una struttura eccezionale, piena di inventiva, arricchita da un vocabolario originale.
A ogni frase si scopre qualcosa di nuovo.
E così pure a ogni rilettura.

Libération

 

Un vero e proprio gioiello. Uno dei grandi scrittori degli ultimi anni, in assoluto.
La "Bambina" è un vero e proprio classico della letteratura contemporanea.
Vicino per certi versi alla Casa Usher di Poe, o al Candido di Voltaire, attinge al terreno del mito e lo porta sul piano della quotidianità.
Ogni frase, ogni parola è dotata di un’energia incredibile.
Un libro imprescindibile per qualsiasi lettore esigente.

ABC Cultural (Spagna)

 

 

Un tentativo magistralmente riuscito per ridare ordine e senso a un mondo che cade a pezzi.
Grazie - per quanto possibile - alla parola.

Times Literary Supplement

 

 

Scheda del libro

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