«Durante certi tipi di intervento chirurgico,
può essere necessario resecare un nervo nella parte posteriore del
cranio, privo del quale il paziente riesce tranquillamente a vivere,
senza alcun tipo di menomazione. Tuttavia, il nervo mancante, proprio
come un arto amputato, può successivamente cominciare a manifestarsi in
forma di emicranie insopportabili o acuti dolori cervicali, leniti ma
non eliminati da appositi medicamenti»: si tratta del “nervo di
Arnold”. Fabio Pusterla, lei spiegava questo nel 1999, all'interno di
un saggio che s'intitolava Il nervo di Arnold e altre osservazioni e che
era dedicato a Giampiero Neri; introduceva l'immagine del nervo per
inquadrare il «particolare tipo di memoria messo in atto da Giampiero
Neri: qualcosa che non c'è più, che è scomparso per sempre, non può
tacere, e fa irruzione per lampi dolorosi nel presente, turbandolo e
rivendicando il diritto a un'esistenza negata: alla coscienza di
un'esistenza negata». Oggi, nel 2007, pubblica una ricca raccolta di
“Saggi e note sulla poesia contemporanea”, promuovendo il Nervo di
Arnold a titolo del libro. Mi sembra un buon punto di partenza per
chiederle come nasce l'idea della raccolta e, soprattutto, per definire
l'importanza di quella “memoria” che è anche la sua, e che forse
rappresenta un po' il senso stesso della pubblicazione.
In effetti,
quando ho sentito parlare per la prima volta del nervo di Arnold da
un'amica che ne aveva subito l'amputazione, con tutte le sue
conseguenze, mi è subito parso di cogliere un possibile collegamento
tra quell'immagine e la poesia di Giampiero Neri, della quale mi stavo
appunto occupando. Neri, in effetti, parla in modo quasi ossessivo,
nella sua opera, di un unico “luogo memoriale” (e infatti la prima
raccolta complessiva della sua poesia si intitolava Dallo stesso luogo);
e tuttavia, proprio parlandone, ne afferma anche l'indicibilità.
Bisogna ricordare, sembra allora suggerire questo poeta, ciò che è
ormai definitivamente impossibile dire, perché la parola che avrebbe
narrato quella cosa è stata cancellata e messa a tacere, e appunto per
questo la memoria impossibile risulta così dolorosa e così sradicata.
Un simile tentativo disperato potrebbe anche configurarsi come una sorta
di utopia del passato: non si vagheggia un futuro, come nell'utopia
classica, ma si costeggiano le voragini di ciò che avrebbe potuto
essere se non fosse stato negato e distrutto. L'effetto di questa
operazione, che a me sembra molto interessante e molto necessaria, è
quello di mettere seriamente in discussione il presente, la realtà
presente: che pretende sempre di rappresentarsi come l'unica realtà
possibile, l'unica possibile conseguenza di un certo tipo di passato.
Invece non è affatto detto che sia così, e aprire una crepa in questa
arroganza di ciò che esiste significa o potrebbe significare ampliare
la nostra coscienza, ammettere che anche la vertigine e lo smarrimento
fanno parte del nostro stare nel mondo, e predisporre noi stessi a una
più complessa percezione delle cose, e forse persino a una forma di
speranza. Sicché, seguendo questo ragionamento anche al di fuori delle
pagine dedicate a Giampiero Neri, l'immagine del nervo di Arnold si è
ripresentata abbastanza naturalmente quando ho deciso di mettere insieme
in un libro alcuni interventi critici scritti nel corso di circa vent'anni.
Non volevo infatti semplicemente raggruppare in modocasuale degli
oggetti critici slegati l'uno dall'altro, ma tentare di costruire un
percorso, se non proprio un'opera unitaria. Ci ho messo parecchio tempo;
ma alla fine mi è sembrato di riuscire ad intravedere un paio di
elementi ricorrenti, un paio di piste che la maggior parte di quei
saggi, senza esserne sempre coscienti, avevano provato a seguire. Una di
queste piste è stata appunto quella della memoria, di quell'uso
particolare della memoria a cui facevo riferimento poco fa: non la
memoria che recupera volti, vicende e situazioni per sottrarli
all'oblio; piuttosto la memoria che, di fronte appunto all'impossibilità
di un simile recupero, si trasforma in ricercatrice di frammenti
misteriosi e inquietanti, in pietoso trovarobe e in rabbioso rimprovero.
Anche la fotografia che ho poi scelto per la copertina del libro mi
sembra suggerire qualcosa del genere. Quanto all'altra pista cui
alludevo poco fa, mi pareva fosse quella dei margini: è ai margini
della scena, non al centro, che ho sempre l'impressione di cogliere le
cose più interessanti; e così mi interessano proprio le cose che si
collocano ai margini del mondo in cui viviamo. Come la poesia,
allontanata dalla visibilità del centro, che sta procedendo randagia
sui sentieri più marginali, dove le cose
si muovono, rischiano di perdersi ma sperano di trasformarsi, lontane
dalle marmoree bellezze del centro.
Una parte della raccolta è dedicata
al «microcosmo» della Svizzera italiana, dove - scrive - «ho infatti
creduto di poter osservare, lungo gli anni e i decenni, alcuni fenomeni
culturali e politici che mi sembrano caratterizzare, su scala più
ampia, l'epoca in cui viviamo, tanto in Italia quanto, più in generale,
in Europa; fenomeni che parlano di un mutamento spesso doloroso, ma dal
quale non è più possibile prescindere, delle condizioni esterne con
cui la poesia e la letteratura nel suo insieme si trovano oggi
confrontate, e del significato più profondo che, in queste nuove
condizioni, la parola poetica può ancora o non è più in grado di
assumere». Credo che questa considerazione, seppur introduttiva, abbia
un valore tutto particolare, perché sottolinea una visione d'apertura
necessaria e fondamentale per tutto il discorso delle arti.
L'impressione, però, è che nella Svizzera italiana (e soprattutto in
Ticino) si avanzi a due velocità: da una parte, la visione evocata poc'anzi,
legata a un dialogo e a un confronto artistico che abbatte gli
sbarramenti regionali e si nutre anche di tutto quello che accade oltre
confine (parzialmente significativa potrebbe essere la nascita della
rivista Viola , curata da Dubravko Pušek, a cui culturactif ha dedicato
un
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dossier nel novembre del 2006); dall'altra, un'idea ancora legata
alla paura di una presunta debolezza provinciale, con relativa tendenza
alla chiusura a riccio, all'auto-commiserazione e all'auto-celebrazione.
La questione è senza dubbio molto più complessa di come non appaia da
questa mia semplificazione, e - probabilmente - sarebbe da affrontare in
modo più cauto; tuttavia, non voglio lasciarmi sfuggire l'occasione di
interrogarla sull'argomento - anche perché penso che sia una delle
persone più adatte per parlarne - e chiederle cosa ne pensa, e quanto
condivide le impressioni.
Condivido senz'altro la sua domanda e la
risposta che essa stessa contiene. Credo in effetti, e proprio a questo
argomento sono infatti dedicate buona parte degli interventi che
riflettono sulla Svizzera, e su quella Italiana in particolare, che le
cose stiano proprio così, e che le due velocità di cui lei parla siano
in questi anni particolarmente e dolorosamente compresenti. Viviamo
insomma una contraddizione abbastanza lacerante: da una parte, molte
delle esperienze di scrittura e di cultura che da alcuni decenni
caratterizzano senza dubbio la realtà svizzero italiana mostrano
chiaramente di non poter più essere definite in termini semplicemente
regionali, o peggio cantonali; l'orizzonte di riferimento è un altro,
da tutti i punti di vista; il dibattito, a volte faticoso e asfittico,
tra chi tentava di propugnare un'apertura, una misura più ampia per la
riflessione letteraria, e chi invece difendeva una tradizione
“ticinese” o di poco più larga, mi sembra nei fatti concluso, non
so dire se per sempre, ma almeno per un po'. Anzi, tra gli autori più
giovani che si stanno affacciando sulla scena in questi anni, di quel
dibattito pare quasi non ci sia neppure una traccia, e si direbbe,
leggendo le loro pagine e considerando le loro scelte biografiche, che
la preoccupazione “ticinese” sia l'ultimo o il penultimo dei loro
pensieri. Tuttavia, di fronte a tutto questo (che non è detto debba
essere considerato solo in termini entusiasticamente positivi; ma che
secondo me rappresenta un dato di fatto da cui è necessario partire) si
staglia un orizzonte d'altro genere, determinato dalle scelte culturali
“ufficiali” che definiscono la realtà culturale “ufficiale” del
Ticino di questi decenni: scelte politiche, scelte prese dalle
Istituzioni culturali, di mass media, dai quotidiani, e insieme tono e
qualità del dibattito politico e politico-culturale, caratura
intellettuale della classe dirigente e sua maggiore o minore capacità
di guardare oltre gli interessi locali e immediati. Da questo secondo
punto di vista, il Ticino sta vivendo a mio giudizio un momento di
chiusura, di involuzione e di rozzezza davvero preoccupanti. In un
simile quadro, gli atteggiamenti di autocommiserazione e di
autocelebrazione, purtroppo assai diffusi, sono ugualmente patetici e
irritanti, e servono solo a nascondere gli errori commessi e le
responsabilità disattese in campo culturale e linguistico.
Mi sembra
giusto soffermarmi sulla sua multiforme attività: poeta, traduttore e
critico. E, non dimentichiamolo, insegnante. Sorvolando sulle
implicazioni positive, quali sono - se ce ne sono - gli aspetti negativi
di questa coesistenza? E come è vissuta, come è gestita? In un saggio
del Nervo , lei afferma: «Non credo di essere un poeta-poeta, o almeno
spero di non esserlo: i pochi che ho conosciuto di quella famiglia non
mi piacciono per nulla. Eppure non posso ritenermi neanche un
poeta-critico, nel senso espresso da Patrizi, quando si compiaceva del
rinnovato dibattito sulle poetiche e ne auspicava l'intensificazione.
Credo anzi che proprio quel dibattito sulle poetiche appartenga a una
fase oggi inessenziale, e che lo si debba ritenere inattuabile, almeno
per un po', e forse persino deleterio».
Mi è sempre piaciuta molto
l'espressione “multiforme attività”: quando la incontro, nella
biografia di qualcuno, provo subito un senso di ammirazione e mi vengono
in mente quelle figure un po' mitiche di scrittori che hanno fatto il
pugile, il marinaio, l'esploratore, e hanno anche scritto libri
poderosi. Invece, se penso a me, non mi sento per nulla
“multiforme”, e non ho l'impressione di fare chissà quante attività.
Sono un insegnante, e malgrado tutto continua a piacermi la scuola, e
soprattutto mi piacciono gli studenti; e mi occupo di letteratura,
principalmente perché da molti anni provo a scrivere poesie, e attorno
a questa passione un po' strana si sono poi sviluppati, come forma di
riflessione e anche di scrittura diversa intonata, la traduzione e
l'approfondimento critico. Certo, in tutto questo la scrittura poetica
rappresenta il punto centrale, quello che nelle case antiche era il
focolare; lì, attorno a quel fuoco, si dispongono gli altri oggetti che
riempiono la stanza della mia vita intellettuale. Ma nell'insieme,
ciascuna di quelle operazioni ha un rapporto con le altre; e farei
fatica a immaginare sia di scrivere poesie “e basta”, sia di
continuare a fare le altre cose senza pensare alla poesia; e del resto,
basta pensare a qualche esempio grande o piccolo del passato, per vedere
che le cose sono poi sempre andate così. Lei mi chiede se ci sono degli
aspetti negativi in tutto ciò; e siccome non vuole certo che le parli
di faccende private (tipo: ho poco tempo libero, sono spesso stanco:
certo, è così, ed è inevitabile!), devo pensare che lei ipotizzi
qualche rischio. Il rischio a cui spesso qualcuno fa allusione, in
questi casi, è che il lavoro intellettuale possa inquinare o
affievolire la freschezza dell'ispirazione poetica; e c'è anche chi
sostiene che sia necessario allontanare dalla preziosa e purissima fonte
della poesia l'impura e perniciosa razionalità. Come lei ha già
intuito dalle mie parole scherzose, non credo valga la pena di perdere
tempo con simili paccottiglie romanticheggianti. Scrivere è, almeno a
mio parere, già di per sé un atto di superbia; scrivere poesie, poi,
è quasi temerario. Ho voluto farlo, e ho creduto di doverlo fare: ma
questo porta con sé una responsabilità culturale a cui bisogna cercare
di tener fede, con la coscienza della propria debolezza e con i pochi
mezzi di cui si dispone. Tutto qui.
Yari
Bernasconi
www.culturactif.ch
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