Presentazione di
"Nel paese di Tolintesac"
di CRISTIANO CAVINA

Elio Di Stefano

 


Elio e Claudia

Oggi incontriamo Cristiano Cavina, giovane autore romagnolo protagonista di una vicenda letteraria fra le più felici dei nostri giorni. Il suo secondo romanzo, "Nel paese di Tolintesac", conferma il talento di Cavina e la sua capacità di affabulare con leggerezza e passione al contempo. Una promessa mantenuta, dunque, per uno scrittore genuino, che ha alle spalle un’esperienza vastissima di letture: questo irrobustisce la parola di Cavina e gli consente di trovare una strada personalissima nel variegato panorama italiano. Quel che colpisce anzitutto è il fatto che la parola, pur essendo nutrita di robusta linfa letteraria, non risulta prevalente sul contenuto come certi autori oggi tendono a fare, in un malinteso neo-barocchismo di facciata: a Cavina piace raccontare storie, e questo emerge chiaramente dalla lettura. La voce narrante è quella di nonna Cristina e del piccolo nipote, un pas de deux in cui esplodono alternandosi una saggezza e un candore che divertono e rasserenano il lettore, tenendolo in bilico fra infanzia e maturità, e svelandogli che le due età hanno qualcosa in comune: lo stupore, che è il medesimo in chi racconta e in chi ascolta i racconti, perché rievocare è anche rivivere i fatti, con un cuore sempre nuovo. Il personaggio di nonna Cristina è una sorta di capocomico in quest’epopea del quotidiano in cui non succede niente che possa andare sulle prime pagine dei giornali o dei rotocalchi, ma proprio per questo ha una sua identità e una sua unicità che rivendica con forza e candore. La famiglia del protagonista è una famiglia sgangherata, come un grande circo in cui ognuno ha una specialità ed è insostituibile in quello che sa fare: come nonno Gustì, instancabile donnaiolo, zio Varo, specializzato in camaleontiche peripezie, zia Maria detta Bella, donna raffinata e corteggiatissima, e tutti gli altri che non sto a citare per non farvi perder il gusto della lettura.
La nonna insegna al piccolo nipote che al mondo tutti perdono qualcosa, e gli dice, con una saggezza a metà fra ironico e amaro, che in questo lui è stato precoce, perché ha perso il babbo prima ancora di nascere .Il piccolo protagonista infatti è nato dall’incontro occasionale ed unico della madre con un uomo in campagna, fra papaveri e spighe di grano, in un contesto vitalistico capace di trasmettere tutta la propria forza alla creatura che verrà concepita fra quel dolce e vigoroso "campagnolare" (questo è un verbo che potremmo definire tecnico dell’opera, e sussume poeticamente un mondo intatto e vicino al rousseauiano stato di natura. Si potrebbe ricavare dalla lettura di quest’opera materiale a sufficienza per un’ antropologia dell’Italia contadina!). Il dato, che è anche autobiografico,
rivela , in una perfetta sintonia fra autore e narratore, che la molla per vivere la vita con più intensità, e quindi per scriverne con maggiore potenza e fascino, è proprio una privazione, una mancanza, una frattura originaria; essa è in grado di scatenare due sentimenti che nella


Cristiano e Marco

 loro relazione di opposizione quasi polare possono collaborare: da un lato il bisogno di una rivincita, dall’altro l’amore rabbioso per la vita, fino alla scoperta finale, che ha tutto il sapore di un aprosdoketon, sorprendente ma confortante: non è il bambino ad aver perso il padre, ma il padre ad aver perso lui, e con lui la possibilità di far parte di quel mondo coloratamente ed esemplarmente antieroico! Il babbo dileguatosi come un ectoplasma dopo quell’unico, intenso quanto fuggevole incontro, si è tagliato fuori per sempre da quel tessuto umano così semplice e profondo al contempo. (Come non ricordare a tal proposito Archiloco, quando scrive che gli assenti, scil. i morti, hanno sempre torto?) Questo è uno dei punti i cui si rivela una concezione pagana dell’esistenza, in cui tutto il bello è quello che si può spremerne qui, e nessuna gioia ha colui che scende nell’ombra. Tuttavia è dignitoso il suo trapassare, poeticamente significato con il termine "avviarsi", composta e virile elegia di una vita nobilitata da esperienze come la guerra e le fatiche, che consentono di uscire di scena dopo aver conquistato una propria parte di gloria.
La provincia italiana ritorna protagonista della letteratura con la medesima forza della stagione del neorealismo, quando la campagna appariva necessariamente un rifugio sicuro, in un mondo in cui la città era il luogo della manifestazione del male, rappresentato dalla guerra. Fior di poeti e narratori hanno cantato la provincia come questa sorta di gigantesco utero materno capace di accogliere in un calore inaccessibile, in grado di far regredire a uno stadio quasi fetale in un calore amniotico che protegge e nutre il bisogno di vita scarnificato dall’esperienza disumanizzante della guerra.. Come non pensare a Calvino e ai suoi racconti sulla resistenza, densi di quella assoluta serietà che si esprime nella "levità pensosa" di cui nella prima delle "Lezioni americane", o al


Cristiano

Bertolucci da me amato e vissuto in profondità in una dimensione non lontana, mutatis mutandis, dal grandissimo Virgilio georgico per quel rispetto arcano e mistico per la campagna, custode e maestra di segreti che danno il potere di dominare la vita perché la rivelano in una profondità ancestrale, o ancora al nostro Elio Vittorini che, "preda di astratti furori" e deluso dalla scarsa idealità della politica , al suo come in ogni tempo, quasi novello Platone ritorna disgustato alla sua terra, in cerca di certezze incrollabili collocabili solo in un passato che si radica nel proprio vissuto più antico e recupera proustianamente il tempo perduto per annetterlo al presente e completarlo in ciò che forse gli manca. Ricordiamo che la prima grande autobiografia la produce l’Italia, ed è quella dello sdegnoso Vittorio Alfieri, l’ultimo aristocratico convinto della letteratura italiana, pervicacemente ostinato, i cui confetti dello zio militare intridono con il loro sapore il tessuto spugnoso e ricettivo della memoria ancor prima della madeleinette bagnata nel latte di proustiana memoria, appunto. Tutto questo retroterra si legge in filigrana in quest’opera, e pertanto la colloca in un grande filone della storia delle nostre lettere che è come una sorta di fiume carsico pronto a inabissarsi e a perdersi ma solo in apparenza per poi riemergere quando meno ci se lo aspetta, con una forza e una vitalità sorprendenti. Sullo sfondo , l’ombra di Gianni Rodari, con le sue favole tanto oniriche e surreali in apparenza quanto amaramente realistiche nella sostanza. La campagna torna protagonista, dunque, e io aggiungo che se una differenza proprio si vuole individuare fra la campagna dei neorealisti e quella di Cavina essa sta nel fatto che all’epoca della Resistenza la provincia era di per sè luogo immune dalle contaminazioni con il presente, oggi invece è oggetto anch’essa della penetrazione del progresso, e quindi spetta all’uomo e alla sua coscienza la scelta di difenderla, preservarla, eternarla con la forza della parola. Se non fosse per la struttura episodica e quasi rapsodica di questo romanzo , ben evidenziata dal ricorso continuo alla tecnica del flashback , si potrebbe dire che assomiglia ad un’opera di logografia, e sembra concepita per la lettura davanti a un pubblico, poiché trasmette una sapienza che vive in una dimensione orale-aurale.
Il referente immediato per il titolo, e quindi per l’atmosfera, è l’Amarcord felliniano, ma esso ha dietro le spalle tutta la tradizione che velocemente ho citato sopra. Cristiano Cavina, come chi scrive, ha avuto la sorte di nascere in un’epoca di continue transizioni, in cui il mondo che ci era stato consegnato dai grandi cominciava ad apparire già vecchio e stantio alle nuove generazioni, che lo rinnegavano ferendolo a morte, e questo nell’infanzia e nell’adolescenza di chi oggi , come me e come l’autore, ha un’età compresa fra i trenta e i quarant’anni, si è ripetuto più e più volte, creando come difficilmente è accaduto forse per altre generazioni umane, un bisogno di certezze incrollabili che portano le coscienze forti del proprio tempo a volgersi inevitabilmente al passato, recuperabile solo nella pienezza appartata della dimensione privata, che in quella ufficiale e pubblica viene indicizzata e derisa. Cavina ha la coscienza chiara che ciò che sta raccontando, nell’oggetto, in re, non è nulla di eccezionale, ma fa scaturire il piacere di raccontare dall’amore per un tempo pieno di storie ma che scorreva più lento del presente e dava ai fatti modo di decantarsi e distillarsi fino ad entrare nella leggenda, in una mitologia del quotidiano che conforta e scalda il cuore senza rischiare di scivolare nella melassa del sentimentalismo, riscattata dall’ironia, benevola e rapida, che percorre come un raggio di luce tutte le vicende, segnalando l’improvvisa presenza di un narratore-protagonista assolutamente onnisciente ma mai invasivo.
Crescere fra le donne significa crescere fra le depositarie delle favole e della memoria, che sanno conservare trasfigurandola e rendendola paradigmatica, ideale. Cristiano Cavina vuole rendere omaggio a un tempo prima che scompaia definitivamente con l’"avviarsi" dei suoi protagonisti, e cerca , per raccontare quei fatti, di recuperare la meraviglia che li accompagnava al loro primo ascolto, nella più verde età. In questo romanzo al centro sta il mistero della vita: un ragazzo che , secondo i piani umani non doveva nascere, non solo è nato, ma è diventato il protagonista di un’esperienza straordinaria, in cui la realtà assomiglia alle favole e come esse ha una morale da insegnare, perché l’umanità che ne è protagonista non è stata ancora corrotta dall’eccessivo benessere, e quindi ha la mente limpida e sgombra dagli eccessi perfino nutrizionali, e pertanto capace di cercare ancora la verità e d’insegnarla. Dal punto di vista linguistico questo mondo che si avvia al tramonto anch’esso è connotato dall’abitudine di parlare in dialetto. Sentiamo come l’autore definisce il termine dialettale "tolintesàc", uno dei leitmotives dell’opera: "Come molti miei coetanei, ero uno degli ultimi cresciuti in mezzo a gente che parlava in dialetto, e quello era il genere di parola che assomiglia a una miccia, una cosa da niente che riesce a innescare una bomba.
Una mina inesplosa fatta brillare dalla mano di un bambino dispettoso.
Tolintesàc.
L’avevo sentita ovunque, pronunciata da ogni tipo di persona
."
Come nelle favole, nel paese di Tolintesàc persone e cose hanno nomi parlanti: Purocielo (quasi un novello Eden), Gustì (uno che si sa godere la vita), zio Tarzan (questa non ha bisogno di commenti, tanto è felice e divertente!) sono solo alcuni esempi. Questi nomi rimandano ad una realtà genuina, un po’ ruspante, in cui tutto è vivo e palpitante, frizzante, estroso come sa esserlo solo un mondo semplice e incontaminato, quasi paradisiaco direi, in cui si coltivano ideali che vivono di vita propria, avulsi dal fiume della storia che scorre parallelamente, nutriti anch’essi di ricordi, e anzi di quei ricordi sigillo e impronta che si vuole imperitura; un mondo ricco di calore umano e assetato di vita, di quella vita stessa che, a dispetto della volontà degli uomini, esplode e vince sempre con una gioia semplice e agreste, come quella dell’ incontro amoroso in camporella da cui è nato il protagonista.

 

Avola, 25 maggio 2006

ELIO DI STEFANO


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