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Gianvittorio
Randaccio re-censore.com novembre 2008 Maurizio Matrone, poliziotto e scrittore,
dal 1998 ha pubblicato romanzi, saggi e libri per bambini oltre ad aver
collaborato alle sceneggiature di telefilm polizieschi. Il Re-censore si
è occupato del suo ultimo libro, Il commissario incantato, e gli
ha fatto qualche domanda sul presente e sul passato, scoprendo un
personaggio spiritoso e poliedrico, aperto a tante situazioni diverse. In
una tua biografia ti piacerebbe di più leggere “Maurizio Matrone,
professione poliziotto” o “Maurizio Matrone, professione scrittore”?
Oppure c’è una terza scelta? Preferirei
che fosse “Maurizio Matrone, ex poliziotto, professione scrittore”,
mica per niente, ma mi sono rotto di stare in polizia (sono già passati
quasi ventun anni!) e voglio andare in pensione! Tuttavia leggo spesso
“poliziotto e scrittore” o “scrittore e poliziotto”, che,
rispettivamente, lasciano intendere a quale professione si focalizza
l’interesse. È
arrivato prima l’ingresso in polizia o la passione per la scrittura? È
arrivato prima l’ingresso in polizia; la passione per la scrittura si è
materializzata dopo. Per la verità ho cominciato disegnando e scrivendo
storie per fumetti (cosa che mi piace ancora da matti), ma la mia vera
passione è fare arte. E visto che non dipingo più strani quadri di dieci
metri quadrati (per motivi di spazio, non di tempo), scrivo. La
scrittura può diventare un’arma per difenderci dai malintenzionati? Può
essere usata in funzione difensiva contro i cattivi? Assolutamente
sì. Non serve più polizia per difendersi dai cattivi, serve più
cultura. Scrivi
libri molto diversi tra loro ma i poliziotti ci sono sempre: sicuramente
c’entra la deformazione professionale, ma non ti viene mai voglia di
cambiare? Ma
scherzi? Certo che sì. Cioè: certo che c’entra la deformazione
professionale: i poliziotti li conosco bene e li posso cucinare in tutte
le salse. Però ho scritto anche molte cose dove per ragazzi, per l’arte
e per signore, perfino, dove i poliziotti non c’entrano. L’idea
di riscrivere un romanzo mi sembra bellissima. Ce la puoi spiegare un
attimino? A posteriori, sei soddisfatto del risultato? Hai ottenuto un
buon feedback dai lettori? Guarda,
sì, non me l’aspettavo. Se credi ti incollo qui l’idea che
occupa poco più di un attimino. eccola. Le
nuove idee letterarie, come il petrolio, cominciano a scarseggiare. La
letteratura è energia pulita; è anche rinnovabile? Si può
considerare etico, persino terapeutico, il riutilizzo narrativo attraverso
una “cover”? Similmente al Disk Jockey non può esistere un Book
Jockey capace di far “risuonare” i libri che più ha amato? Cover, mix
e re-mix letterari possono dar vita ad opere nuove e sorprendenti. E
talvolta più interessanti degli originali. Ecco un metodo per omaggiare
un grande autore o uno scrittore ingiustamente dimenticato; per
trasformare il libro che ami nel tuo libro. Basta prendere un romanzo,
scegliere dei brani, riscriverli e metterci dentro del “proprio”. Si
può spostare l’ambientazione in un altro luogo, in un altro tempo e con
gli occhi di un altro personaggio. Si guarda dove funziona, che cosa
resiste, che cosa migliora, che cosa non serve. Si possono rispolverare
vecchie parole e vecchie frasi per mischiarle, spremerle, rinnovarle.
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Nessuno
si scandalizza se un pittore copia i maestri perché, come diceva Gauguin,
chi lo fa li ama. E come non restarne influenzati? E chi si ama se non
coloro che ci sono più affini? Il “copiare” con l’umiltà dello
studente è la modalità che permette di creare – nella complessità della
reinterpretazione – sempre qualcosa di nuovo. Il copiare con la
spudoratezza di un imbroglione è, invece, un’operazione di disonestà
assoluta perché nel “plagio” si spaccia per propria l’opera di un
altro. Il
libro è dedicato a Wilma, che poi in qualche modo è anche
un personaggio del libro, la destinataria delle avventure del
commissario: ci parli un po’ di lei? Wilma
era una simpatica libraia appassionata di gialli. È
scomparsa improvvisamente qualche anno fa. Di questa pazza idea di
rubare i libri, cioè di esercitare un libreggio (ovvero del furto di
un libro con destrezza) e di farlo mio (ma con l’umiltà dello
studente che copia un maestro e non con la disonestà del plagio) ne
avevo parlato a lei. E lei mi aveva incoraggiato. Non era male l’idea
di uno sbirro che ruba i libri! E così, timidamente, avevo cominciato
a lavorare sul libro che avrei voluto scrivere io, sul libro che mi
aveva fatto divertire e che rileggevo nei momenti di sconforto. Ovvero La
vita intensa di Massimo
Bontempelli. Poi lei se ne andò e io mi ripromisi di portare a termine
prima o poi questo progetto. Wilma era molto spiritosa e così ho
immaginato di raccontarle le mie storie là, in paradiso. (Qui
un racconto “free” che parla delle librerie in paradiso) Le
vicende del Commissario
Incantato sono un po’ autobiografiche o per niente? Per
niente. Hai mai visto un poliziotto promosso per meriti letterari? È
ancora fantascienza. Il commissario è la finzione di una finzione e la
mia storia finta sulla storia finta raccontata da un altro. Qualcuno
però mi chiede di riformare il gruppo dei Police, o di cantare Osanna
nell’alto dei cieli in versione elettro-punk, com’era quando facevo
il Gigolò o si complimenta per la mia promozione e che dài, non ci
credo che hai allevato gatti da pesca!… Scrivi,
dipingi: nel Commissario
Incantato si parla anche di musica: per caso sei anche
un musicista? Appunto,
no, ma alla presentazione ufficiale del Commissario incantato
ho cantato Bela Lugosi’s dead dei Bauhaus accompagnato da
Lucio Morelli. Uno
dei cambiamenti rispetto alla Vita
intensa è lo spostamento delle vicende da Milano a
Bologna, la Parigi minore. Che rapporto hai con la città in cui vivi? Non
vivo più a Bologna da un paio d’anni. Ma è di fatto la mia città. Nel
libro ci sono molte citazioni, che arrivano dalle fonti più disparate:
che funzione hanno? Alcune
sono persino finte. Hanno una funzione “cazzona” di raccordo. Cosa
pensi dell’editoria in Italia? C’è fermento? Si pubblicano buone
cose? Un esordiente riesce facilmente a trovare degli spazi? Penso
che ci siano troppi titoli e che sia difficile seguirli tutti. Ci sono
buone cose che si perdono nell’abbondanza e nelle logiche di mercato. Che
libro stai leggendo? Cosa puoi consigliare ai lettori del Re-censore? Patrick
Fogli e Cristiano Cavina. Consiglio Acqua storta di Carrino
(davvero notevole! Tra i libri che mi hanno colpito di più in assoluto)
e Città perfetta di Petrella. Nel
risvolto di copertina del Commissario Incantato si fa riferimento a un
nuovo romanzo poliziesco ambientato a Bologna nel caldo marzo del ’77:
a che punto sei? Sarà il tuo prossimo libro? Mi piacerebbe, ma devo vincere la mia
proverbiale pigrizia.
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raramente.net luglio 2008 Incantato nel senso di sospeso. Sbadato. Naif. Sospeso perché incerto tra ruoli, tempi, immaginifici inizi alla Se una notte d’inverno un viaggiatore e finali dal sapore domestico. Beffardo pure, a tratti sulfureo. Gruppi di punta del cristian-rock nella città felsinea, gigolò a New York (ma chi, Matrone?), scrittore poi di successo…anzi no, ché come sempre tutto va a puttane (letteralmente) all’ultimo momento. E poi terroristi rossi, filosofi, pasticceri-poeti, gambe lunghe di giovani ninfe. Questi gli ingredienti di Il commissario incantato di Maurizio Matrone (Marcos y Marcos). Tanti raccontini uno dietro all’altro, in una grande-piccola opera di eclettismo puro. Un divertissement per l’anima? Certo, anche. “Il Commissario” è un romanzo-cover, un’opera semi-epistolare dedicata ad un amica morta (lo è veramente? Lo stesso autore nutre seri dubbi) venata d’una ironia che è mistificazione, con citazioni che sembrano confidenze e confidenze che stanno all’enigma assoluto quanto l’ovetto Kinder ad una scatola cinese. Si rinuncia in preambolo a qualunque ricerca d’una eventuale originalità, e per quanto riguarda il giallo, si tolga ogni
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dubbio: l’assassino è il maggiordomo. Cioè,
la noia. Ma viene tenuta debitamente a distanza, con estro e accademia.
Matrone esplode letteralmente la forma del romanzo giallo, la scompone con
gioia e crea “qualcos’altro”. Vale a dire che il presente è tutto
meno che un romanzo poliziesco. Scandito dal passo irregolare, svogliato e
irresistibile, il racconto di Matrone rievoca tutta una serie di illustri
sbadati, professori del sud, distratti narcisi; un gioco affabulatorio che
sovente sfocia nel monologo più assordante, nel colto, indolente ma
ossessivo piluccare. E’ tuttavia di una simpatia vera e sincera. Anche
questo rimandare di Matrone ad altro, alludere ad altro e a qualcun
altro scaricando la responsabilità (morale? Ma è una graziosa moina…!)
di ciò che di volta in volta si prepara a dire non è altro che una
citazione di metodica anch’essa, una preterizione che cerca cortese
l’indulgenza del lettore. Una sottocoppa di peltro creata a bella posta
per un servito di bicchieri di plastica. Dispiace per quel termine
spiacevole, epistemologia, che ricompare forse una quindicina di volte nel
romanzo. Conclusioni? Un romanzo divertito e divertente, per chi fa
professione di serietà solo ed esclusivamente nei momenti più fatui. E
viceversa.
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Giancarlo
Pagani Da un po’ di tempo,
in libreria, si trovano tanti romanzi dove la storia e la scrittura
appaiono soltanto come trasparenti paraventi dell’autore. Servono –
incidentalmente – solo per farci vedere quanto è bravo il nostro
autore, quanto ha sofferto, quanto ha vissuto.
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stato promosso per meriti
letterari, e immagina una storia forte attraverso le sue peripezie
bolognesi.
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Stefania
Vitulli
Classe 1966, Matrone era in servizio a Bologna negli anni della Uno Bianca. Ma i crimini dei fratelli Savi non sono gli unici che ha vissuto da vicino, tanto che per alcune di quelle fiction televisive di cui sopra è diventato consulente. È stato così che è diventato amico dei suoi mentori: Carlo Lucarelli prima di tutti, ma anche Marcello Fois, Loriano Macchiavelli. Questo per Matrone è il quinto romanzo. Ma stavolta le storie secche e scabrose ispirate al suo lavoro sono state tenute fuori. Qui ci si confronta con un classico di un grande del ’900, La vita intensa di Massimo Bontempelli. Anzi, si fa un’operazione ad alto rischio: lo si riscrive dichiarando, in un’epigrafe iniziale, il “riutilizzo narrativo”. Perché “la buona letteratura, come ogni forma di energia pulita, è rinnovabile”. A parte il confronto con un grande, non la spaventa la possibilità di un’accusa di plagio in un momento in cui sembra che tutti copino tutti? “Il rischio di essere fraintesi c’è. Per questo all’inizio ho fatto un patto con il lettore e ho dichiarato che mi sono liberamente ispirato a Bontempelli. Ci voleva un editore coraggioso. Il mio editore precedente si è dichiarato non interessato all’operazione.” Copiare non nuoce al successo? “Il Gattopardo è copiato dai Viceré di De Roberto? Faletti ha copiato Jeffrey Deaver? Forse, ma è un falso problema. Gauguin diceva che se ami i maestri li copi”.
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Di Bontempelli che cosa è rimasto? “Ho fatto il book-jockey: ho conservato alcuni pezzi, altri li ho riscritti. Ho spostato la vicenda da Milano a Bologna e il protagonista da scrittore è diventato poliziotto-scrittore. Ma lo scheletro del romanzo originale è rimasto”. Il “riutilizzo narrativo” non sarà un alibi per nascondere un calo di creatività? “Tutti i grandi pittori hanno copiato dal vero, però poi ci hanno messo del proprio. L’operazione è simile, con un’aggiunta dadaista: prendere il modello, metterlo in un sacchetto, agitarlo, tagliare, cucire. È un esercizio. Oggi c’è la tendenza a dover essere per forza originali, dimostrare di saper scrivere in un modo diverso. Questo perché scrittori ci si può improvvisare e musicisti no. E allora scatta il complesso.” Mi riscrive i “Promessi sposi”? Un romanzo contemporaneo: vinti, amore e suspense, 100 anni dopo sul lago di Bracciano. Che nel frattempo si è prosciugato e la zona è diventata una metropoli del futuro. Renzo è un poliziotto...” Ma allora è un vizio! “...e Lucia una crocerossina. Don Rodrigo un politico. L’atmosfera un po’ Calvino un po’ Rodari”. Quanto c’è di lei nel “Commissario incantato”? “Il contesto magico, ironico, dissacratorio e surreale del libro mi assomiglia molto. Ma il protagonista non è solo un poliziotto e scrittore: è anche un gran seduttore, bugiardo e opportunista. Diciamo che qualcosa di vero c’è. Lui è un meta-me stesso. Ma io non ho mai fatto il gigolo a New York”. E adesso che libro ha in mente di scrivere? “Una biografia di Bontempelli. Sfruttandone una già esistente, quella di Alberto Savinio a Enrico Ibsen”.
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Beppe Marchetti Libreria Massena 28 aprile 2008 Questo libro è come una tasca di Eta Beta: sembra vuota, ma c’è dentro moltissimo. In duecento pagine di buona scrittura, semplice ma con stile, Matrone fa stare pezzi della sua biografia (reale o immaginaria?), qualche pennellata sulla sua città adottiva, il ricordo affettuoso di un’amica scomparsa e un omaggio a un grande scrittore del passato.
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Valerio
Calzolaio WUZ aprile 2008 Bologna. Fino al
2007. Massimo Bontempelli nacque a Como 130 anni fa e morì a Roma
nel 1960. Fu un magico narratore. Nomade con il padre ingegnere
ferroviario, laureato a Torino in Lettere e in Filosofia, insegnante poi
giornalista, si stabilì prima a Firenze poi a Milano, aderì al futurismo
e al fascismo, narrò poesie romanzi commedie saggi musiche, ruppe
con il regime e fu confinato a Venezia, si avvicinò al PCI, ottenne il
Premio Strega nel 1953, già malato.
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affettuosa:
studente cantante religioso rock, casanova per adulte newyorkesi,
mestieriante con gatto, bell’agente indagatore imperturbabile, memore di
agosto (il due) o settembre (l’undici). Un divertissement a tratti spassoso a tratti ripetitivo, romanzo di formazione, autobiografia, avventura, genere/generi. Camel senza filtro. Segnalo l’archetipico gesto alieutico del felino a pag. 58. Cibo e musica in secondo piano (eccetto i Bauhaus): I gatti controllavano l'acqua fissamente e ogni tanto, con un rapido colpo di zampa, afferravano qualcosa che il movimento increspato della superficie offriva alla loro portata. Erano foglie o rametti. Non vidi mai che prendessero un pesciolino, ma riconobbi in quegli atti l'archetipico gesto alieutico del felino. E pensai che l'uomo avrebbe dovuto risvegliare e disciplinare quell'istinto e, poiché aveva creato il cane da caccia, creare similmente il "gatto da pesca". Tale idea rimase, come tante altre, a galleggiare per mesi nel mio cervello, allo stato di vaga ispirazione. |
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Simona Mammano La Repubblica aprile 2008
Infatti, nella prima parte, l’autore racconta la sua vita prima di entrare in polizia, con qualcosa di ovviamente romanzato, ma che mantiene intatto l’aspetto bohémienne del nostro futuro poliziotto. Nelle storie raccontate nel libro, il cui sottotitolo è Romanzo d’avventure, l’autore si rivolge a un’amica, Wilma Lanzarini,
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promotrice del poliziesco a Bologna, piena di idee e con la necessità di fare incontrare ai lettori i loro autori preferiti. È quindi la rossa Wilma, prematuramente scomparsa a cui è titolata un’associazione culturale, la coprotagonista di questo romanzo. E’ a lei che Matrone racconta storie vere e altre inventate, che hanno per protagonista un poliziotto, un commissario sicuramente atipico, come l’autore ha definito nel titolo, passato al ruolo di funzionario per meriti letterari.Non dirige però la Squadra mobile o la Digos della questura di Bologna, ma un ufficio approntato per lui dal Ministero dell’Interno, che riconosce in Bologna una città all’avanguardia nel settore culturale. Quindi per la città è stata creata la DISPO (Divisione scrittori penne d’oro) e il commissario è risultato idoneo per averne la dirigenza. Tutti gli episodi del romanzo si svolgono a Bologna, la piccola Parigi, come sottolinea con costanza e con affetto l’autore, e l’ingrediente principale è l’ironia, che può risultare anche molto noir, sorprendere e lasciare interdetti per il finale mai scontato.
Non a caso, Matrone ci consiglia la lettura di La vita intensa di Massimo Bontempelli, autore dell’inizio del XX secolo, che sosteneva l’importanza dell’immaginazione come strumento di lavoro dello scrittore, denominando la sua poetica Realismo magico. E’ quindi una maniera per avvertirci di una volontà di sperimentazione, senza prescindere dalla sua anima nera. Un cambiamento di cui molti lettori avvertono la necessità. |
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Seia Montanelli Il Corriere Nazionale aprile 2008 I NARRATORI DELLE FORZE DELL’ORDINE Vivono sulla strada, a diretto contatto con il male e la violenza che poi raccontano nei loro libri, narrando in modo disincantato e senza retorica la vita quotidiana dei tutori dell'ordine. Che esibiscano la pistola o usino la penna, è un mondo che ha smarrito la propria armonia quello che vede protagonisti questi poliziotti-scrittori, l'ultimo fenomeno letterario italiano.
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narrativa e realtà. Nel ridisegnare l'opera di Bontempelli e farne "una cover privata" per la sua amica Wilma – libraria amica di Matrone scomparsa prematuramente: "visto che mi voleva bene e ci credeva in questa specie di pirateria, ho dedicato il mio ultimo libro a lei" - l'autore gioca con le parole, disfa, ricrea, decostruisce la materia letteraria e la rigenera a suo modo, in continui esercizi di stile dissacratori e ironici ai limiti dell'avanguardia. Secondo la lezione di Bontempelli, appunto. Essere un poliziotto, conferisce al Maurizio Matrone scrittore di genere, una marcia in più, perché dice i professionisti "hanno uno sguardo pertinente e la conoscenza diretta e vissuta di ciò che raccontano. È un vantaggio che i giallisti c'invidiano", e per questo sono tanti i suoi colleghi che si sono avventurati su questa strada, come già era successo in America con i vari Dorothy Uhnak, John Wainwright o Hamilton Jobson, fino al più famoso e recente Joseph Wambaugh. Racconta ancora Matrone: "Una quindicina d'anni fa era inusuale che un poliziotto scrivesse libri (o che semplicemente avesse qualcosa da dire). Oggi ci sono scrittori appartenenti a tutte le forze dell'ordine". In diversi ormai mettono la propria esperienza diretta a servizio della finzione drammaturgica: dal più famoso Piergiorgio Di Cara (commissario a Palermo) a Fabrizio Uberto (vice-questore a Genova), sino agli esordienti Girolamo Lacquaniti (vice-questore aggiunto della questura di Piacenza), Piernicola Silvis (capogabinetto della questura di Ancona) e Antonio Zamberletti (ex-agente di polizia). Non solo. La polizia indice concorsi letterari per i suoi agenti, come "Narratori in divisa", premiamo i migliori noir in circolazione col Premio Fedeli, attivo da anni e si organizzano incontri dedicati agli scrittori-poliziotti, come quello tenuto a Piacenza dal 15 gennaio al 5 febbraio scorsi, dedicato a "Cosa si racconta sui poliziotti e come la raccontano gli sbirri". E accanto alla narrativa ci sono i memoriali e libri che sono delle testimonianze, come "9 maggio '78. Il giorno che assassinarono Aldo Moro e Peppino Impastato" dell'ispettore capo della Scientifica di Forlì Carmelo Pecora, appena pubblicato da "Zona Editore": un libro importante per il doloroso racconto di quei tragici eventi dal punto di vista di un giovane poliziotto di leva che vi si è trovato coinvolto suo malgrado. |
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Marta
Cervino Aulico, poetico,
surreale, dadaista. Le avventure che il commissario di polizia K vive e
racconta all’amica Wilma, da poco scomparsa (e che indirizza a @paradiso.org)
sono incantate. Raccontano Bologna, l’adolescenza, le indagini.
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Stefania
Vitulli LE INDAGINI SURREALI DEL COMMISSARIO INCANTATO «Questo romanzo, raro esempio dichiarato di riutilizzo narrativo, è liberamente ispirato a La vita intensa di Massimo Bontempelli». Che la scrisse quasi un secolo fa per i posteri. E per rinnovare il romanzo europeo: «Perché uno che scrive un romanzo e ci mette la prefazione non può dichiarare meno di tanto». Maurizio Matrone ci riscrive sopra Il commissario incantato in cui si rivolge a una libraia scomparsa da poco, Wilma Lanzarini. Storie vere, accadute a lui, scrittore e funzionario di Polizia, nella “Parigi minore”, Bologna, e raccolte in un giallo esilarante, politicamente scorretto e antiombelicale in cui sfilano preti rock e manager del porno, texani sudati, carabinieri di quartiere e indimenticabili ragazze qualunque.
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| Giuliano
Aluffi Epolis marzo 2008 Quel poliziotto da ridere Maurizio Matrone è uno scrittore in
servizio da vent’anni presso la questura di Bologna. Uno
scrittore-poliziotto, insomma, differenza non da poco rispetto ai tanti
poliziotti-scrittori che affollano le librerie con gialli dalle trame
anche efficaci e realistiche, non sempre baciate dalla bella scrittura.
Matrone invece sa scrivere, e lo dimostra con il suo nuovo libro: Il
commissario incantato. Un godibilissimo omaggio ad un grande scrittore e
umorista italiano del secolo scorso: Massimo Bontempelli. «Più che
scegliere l’autore, ho scelto una sua opera: La vita intensa, scritto
nel 1919» ci spiega. «Questo libro mi ha accompagnato da quando avevo
vent’anni e, a rileggerlo, mi è venuta una gran voglia di copiarlo, ma
con animo artistico, con l’umiltà che si ha verso le opere di un
Maestro. Mi è venuta voglia di esaltarlo, di rendergli una vita nuova». |
scritto
proprio per i posteri, si proponeva di rinnovare la letteratura europea in
una chiave antinaturalistica, parodistica e ironica, destrutturante e
dissacratoria. Un invito dada-futurista a non prendersi troppo sul serio.
Io, che amo le avanguardie artistiche, non potevo che lasciarmi sedurre.
Così, come una specie di Book Jockey ho riscritto quel romanzo
arrangiandolo a mo’ di una cover di un brano musicale ed è diventato un
poliziesco umoristico, molto sui generis. Poi ho conosciuto Wilma, una libraria di Bologna, appassionata di gialli. Fu lei a spronarmi a perseverare nell’idea. Wilma ci ha lasciati e, siccome sono convinto che si trovi in paradiso, le dedico questo romanzo d’avventure». L’italiano che Matrone riversa ne Il commissario incantato è particolarmente elegante e dà vita, già da solo a situazioni spassose. Più che un mero mezzo di espressione, il linguaggio è il secondo protagonista del libro. «Mi sono sforzato di dare al commissario incantato un linguaggio inusuale nel panorama contemporaneo e dunque in qualche modo fuori dal genere, fuori dalla consuetudine della letteratura dei nostri giorni» rivela lo scrittore «La storia e la lingua de Il commissario incantato prendono un po’ in giro - bonariamente - una certa omologazione del genere (noir, giovanilista, colto…), dei suoi autori (e anche di certi lettori, sì) e soprattutto prendono in giro me stesso, e con me tutti i poliziotti scrittori». E conclude: «L’autore ha, credo, come l’artista, il dovere di confrontarsi, sperimentare, inventare, demolire, riscrivere, sbagliare…mettersi in gioco in libertà». Libertà vigilata, naturalmente. |