MAURIZIO MATRONE
Il commissario incantato


Recensioni 

 

Grazia
aprile 2008
La Repubblica
aprile 2008
Il Giornale
aprile 2008
Libreria Massena 28
aprile 2008
Marie Claire
aprile 2008
Il Corriere Nazionale
aprile 2008
WUZ
aprile 2008
Epolis
marzo 2008

Stefania Vitulli
Grazia
maggio 2008

Sembra di essere in una di quelle serie televisive che sono spuntate come funghi negli ultimi anni. Mentre parliamo, in sottofondo ci sono le chiamate alle volanti, con quei bip tremolanti e i comandi gracchianti e soffiati che soltanto i poliziotti sanno interpretare. Perché Maurizio Matrone è un funzionario della Polizia di Stato e scrittore, proprio come il protagonista del suo ultimo romanzo, Il commissario incantato (Marcos y Marcos): “Lavoro sulle volanti. Può chiamarmi fino alle otto. Poi mi devo riposare, perché devo fare la notte”.

Classe 1966, Matrone era in servizio a Bologna negli anni della Uno Bianca. Ma i crimini dei fratelli Savi non sono gli unici che ha vissuto da vicino, tanto che per alcune di quelle fiction televisive di cui sopra è diventato consulente. È stato così che è diventato amico dei suoi mentori: Carlo Lucarelli prima di tutti, ma anche Marcello Fois, Loriano Macchiavelli. Questo per Matrone è il quinto romanzo. Ma stavolta le storie secche e scabrose ispirate al suo lavoro sono state tenute fuori. Qui ci si confronta con un classico di un grande del ’900, La vita intensa di Massimo Bontempelli. Anzi, si fa un’operazione ad alto rischio: lo si riscrive dichiarando, in un’epigrafe iniziale, il “riutilizzo narrativo”. Perché “la buona letteratura, come ogni forma di energia pulita, è rinnovabile”.

A parte il confronto con un grande, non la spaventa la possibilità di un’accusa di plagio in un momento in cui sembra che tutti copino tutti?

“Il rischio di essere fraintesi c’è. Per questo all’inizio ho fatto un patto con il lettore e ho dichiarato che mi sono liberamente ispirato a Bontempelli. Ci voleva un editore coraggioso. Il mio editore precedente si è dichiarato non interessato all’operazione.”

Copiare non nuoce al successo?

“Il Gattopardo è copiato dai Viceré di De Roberto? Faletti ha copiato Jeffrey Deaver? Forse, ma è un falso problema. Gauguin diceva che se ami i maestri li copi”.

 

Di Bontempelli che cosa è rimasto?

“Ho fatto il book-jockey: ho conservato alcuni pezzi, altri li ho riscritti. Ho spostato la vicenda da Milano a Bologna e il protagonista da scrittore è diventato poliziotto-scrittore. Ma lo scheletro del romanzo originale è rimasto”.

Il “riutilizzo narrativo” non sarà un alibi per nascondere un calo di creatività?

“Tutti i grandi pittori hanno copiato dal vero, però poi ci hanno messo del proprio. L’operazione è simile, con un’aggiunta dadaista: prendere il modello, metterlo in un sacchetto, agitarlo, tagliare, cucire. È un esercizio. Oggi c’è la tendenza a dover essere per forza originali, dimostrare di saper scrivere in un modo diverso. Questo perché scrittori ci si può improvvisare e musicisti no. E allora scatta il complesso.”

Mi riscrive i “Promessi sposi”?

Un romanzo contemporaneo: vinti, amore e suspense, 100 anni dopo sul lago di Bracciano. Che nel frattempo si è prosciugato e la zona è diventata una metropoli del futuro. Renzo è un poliziotto...”

Ma allora è un vizio!

“...e Lucia una crocerossina. Don Rodrigo un politico. L’atmosfera un po’ Calvino un po’ Rodari”.

Quanto c’è di lei nel “Commissario incantato”?

“Il contesto magico, ironico, dissacratorio e surreale del libro mi assomiglia molto. Ma il protagonista non è solo un poliziotto e scrittore: è anche un gran seduttore, bugiardo e opportunista. Diciamo che qualcosa di vero c’è. Lui è un meta-me stesso. Ma io non ho mai fatto il gigolo a New York”.

E adesso che libro ha in mente di scrivere?

“Una biografia di Bontempelli. Sfruttandone una già esistente, quella di Alberto Savinio a Enrico Ibsen”.

 

Beppe Marchetti
Libreria Massena 28
aprile 2008

Questo libro è come una tasca di Eta Beta: sembra vuota, ma c’è dentro moltissimo. In duecento pagine di buona scrittura, semplice ma con stile, Matrone fa stare pezzi della sua biografia (reale o immaginaria?), qualche pennellata sulla sua città adottiva, il ricordo affettuoso di un’amica scomparsa e un omaggio a un grande scrittore del passato.
Il motore del racconto è Wilma, cara amica, libraia bolognese ora scomparsa, cui Matrone si rivolge, raccontandole alcune “avventure”. Storie non poliziesche - titolo e autore potrebbero farlo pensare - ma di varia natura: l’avventura galante e il raccontino pretestuoso, la storiella nonsense e l’apologo.
Nel raccontare, Matrone rende omaggio a Massimo Bontempelli, riscrivendo alcune delle storie che componevano “La vita intensa”. Ora io non ho letto questo libro, e non so quanto Matrone si sia ispirato a Bontempelli. Ma alcuni dei racconti del Commissario incantato sono molto belli. Leggeri, un po’ surreali (o anche reali, nel senso del realismo magico), scritti con il sorriso sulle labbra. Lo stesso sorriso che Matrone fa spuntare spesso sul viso del lettore.

 

Valerio Calzolaio
WUZ
aprile 2008

Bologna. Fino al 2007. Massimo Bontempelli nacque a Como 130 anni fa e morì a Roma nel 1960. Fu un magico narratore. Nomade con il padre ingegnere ferroviario, laureato a Torino in Lettere e in Filosofia, insegnante poi giornalista, si stabilì prima a Firenze poi a Milano, aderì al futurismo e al fascismo, narrò poesie romanzi commedie saggi musiche, ruppe con il regime e fu confinato a Venezia, si avvicinò al PCI, ottenne il Premio Strega nel 1953, già malato.
Nel primo dopoguerra pubblicò a puntate e in volume il romanzo breve La vita intensa, fonte di ispirazione per un poliziotto di oggi, giunto più o meno alla stessa età di Bontempelli quando lo scrisse.
Maurizio Matrone ci consegna un intreccio di brani in prima persona dedicato a Wilma Lanzarini (motore giallo sotto le Due Torri della Parigi minore) cui si rivolge in cielo con animo arguto, citazioni allegre e interlocuzione 

affettuosa: studente cantante religioso rock, casanova per adulte newyorkesi, mestieriante con gatto, bell’agente indagatore imperturbabile, memore di agosto (il due) o settembre (l’undici).
Un divertissement a tratti spassoso a tratti ripetitivo, romanzo di formazione, autobiografia, avventura, genere/generi. Camel senza filtro. Segnalo l’archetipico gesto alieutico del felino a pag. 58. Cibo e musica in secondo piano (eccetto i Bauhaus):

I gatti controllavano l'acqua fissamente e ogni tanto, con un rapido colpo di zampa, afferravano qualcosa che il movimento increspato della superficie offriva alla loro portata. Erano foglie o rametti. Non vidi mai che prendessero un pesciolino, ma riconobbi in quegli atti l'archetipico gesto alieutico del felino. E pensai che l'uomo avrebbe dovuto risvegliare e disciplinare quell'istinto e, poiché aveva creato il cane da caccia, creare similmente il "gatto da pesca". Tale idea rimase, come tante altre, a galleggiare per mesi nel mio cervello, allo stato di vaga ispirazione. 
Simona Mammano
La Repubblica
aprile 2008



Per scrivere dell’ultimo libro di Maurizio Matrone, Il commissario incantato (Marcos Y Marcos, 2008), devo necessariamente abbandonare la terza persona, che correttamente si usa, ed entrare nel privato dell’autore. Lo conosco da quando siamo entrati in polizia, lavorando per tanti anni in questa stessa città, condividendo esperienze sindacali, ma anche letterarie. Il libro che Matrone ha scritto, pur con le necessarie storie frutto della sua fantasia, contiene tutto il carattere, l’emotività e la genialità di questo artista, che ha avuto il coraggio di fare un mestiere che si pensa non abbia molto a che fare con la fantasia, ma che Matrone ha dimostrato invece essere un luogo comune.

Infatti, nella prima parte, l’autore racconta la sua vita prima di entrare in polizia, con qualcosa di ovviamente romanzato, ma che mantiene intatto l’aspetto bohémienne del nostro futuro poliziotto. Nelle storie raccontate nel libro, il cui sottotitolo è Romanzo d’avventure, l’autore si rivolge a un’amica, Wilma Lanzarini, 

 

promotrice del poliziesco a Bologna, piena di idee e con la necessità di fare incontrare ai lettori i loro autori preferiti. È quindi la rossa Wilma, prematuramente scomparsa a cui è titolata un’associazione culturale, la coprotagonista di questo romanzo. E’ a lei che Matrone racconta storie vere e altre inventate, che hanno per protagonista un poliziotto, un commissario sicuramente atipico, come l’autore ha definito nel titolo, passato al ruolo di funzionario per meriti letterari.Non dirige però la Squadra mobile o la Digos della questura di Bologna, ma un ufficio approntato per lui dal Ministero dell’Interno, che riconosce in Bologna una città all’avanguardia nel settore culturale. Quindi per la città è stata creata la DISPO (Divisione scrittori penne d’oro) e il commissario è risultato idoneo per averne la dirigenza. Tutti gli episodi del romanzo si svolgono a Bologna, la piccola Parigi, come sottolinea con costanza e con affetto l’autore, e l’ingrediente principale è l’ironia, che può risultare anche molto noir, sorprendere e lasciare interdetti per il finale mai scontato.

Non a caso, Matrone ci consiglia la lettura di La vita intensa di Massimo Bontempelli, autore dell’inizio del XX secolo, che sosteneva l’importanza dell’immaginazione come strumento di lavoro dello scrittore, denominando la sua poetica Realismo magico. E’ quindi una maniera per avvertirci di una volontà di sperimentazione, senza prescindere dalla sua anima nera. Un cambiamento di cui molti lettori avvertono la necessità.

Seia Montanelli
Il Corriere Nazionale
aprile 2008

I NARRATORI DELLE FORZE DELL’ORDINE

Vivono sulla strada, a diretto contatto con il male e la violenza che poi raccontano nei loro libri, narrando in modo disincantato e senza retorica la vita quotidiana dei tutori dell'ordine. Che esibiscano la pistola o usino la penna, è un mondo che ha smarrito la propria armonia quello che vede protagonisti questi poliziotti-scrittori, l'ultimo fenomeno letterario italiano.
Di questi giorni è l'uscita de "Il commissario incantato", il nuovo libro di Maurizio Matrone, agente della polizia di Bologna, che si è costruito una carriera di scrittore "con fatica, perché un po' sono pigro e con i turni in volante non c'è troppo da scherzare", diventato una delle voci più interessanti e originali della nuova narrativa nostrana: "Mi sento un artista prestato alla polizia grazie alla scrittura".
Quattro romanzi già all'attivo, Maurizio Matrone rende ora il suo omaggio divertito e dadaista al Massimo Bontempelli de "La vita intensa", libro "che – dice Matrone - nell'intenzione dell'autore, doveva essere riutilizzato dai posteri. Io l'ho fatto e ho scoperto che la nuova storia mi somigliava e ho capito, che la storia di un altro poteva essere la mia".
I suoi libri, vanno dal noir duro e puro di "Fiato di sbirro" (1988) ad "Erba alta" (2003) ispirato alla vicenda della Uno bianca, sino al "Bolide fantasma" (2002) dedicato ai bambini e al fiabesco "Il mio nome è Tarzan Soraia" (2004); tutti diversi tra loro, sono caratterizzati da una scrittura matura e originale - "mi piace trovare in ogni storia e in ogni genere di scrittura la chiave linguistica" - che ora, ne "Il commissario incantato" si fa colta, surreale, a tratti parodistica ma sempre raffinata e gestita con gran perizia.
"Il commissario incantato" racconta le avventure di un giovane commissario di Bologna, dalla vita precedente l'ingresso in polizia sino alla promozione per meriti letterari, passando per avventure e incontri inverosimili e mescolando finzione 

 

narrativa e realtà. Nel ridisegnare l'opera di Bontempelli e farne "una cover privata" per la sua amica Wilma – libraria amica di Matrone scomparsa 
prematuramente: "visto che mi voleva bene e ci credeva in questa specie di pirateria, ho dedicato il mio ultimo libro a lei" - l'autore gioca con le parole, disfa, ricrea, decostruisce la materia letteraria e la rigenera a suo modo, in continui esercizi di stile dissacratori e ironici ai limiti dell'avanguardia. Secondo la lezione di Bontempelli, appunto.
Essere un poliziotto, conferisce al Maurizio Matrone scrittore di genere, una marcia in più, perché dice i professionisti "hanno uno sguardo pertinente e la conoscenza diretta e vissuta di ciò che raccontano. È un vantaggio che i giallisti c'invidiano", e per questo sono tanti i suoi colleghi che si sono avventurati su questa strada, come già era successo in America con i vari Dorothy Uhnak, John Wainwright o Hamilton Jobson, fino al più famoso e recente Joseph Wambaugh.
Racconta ancora Matrone: "Una quindicina d'anni fa era inusuale che un poliziotto scrivesse libri (o che semplicemente avesse qualcosa da dire). Oggi ci sono scrittori appartenenti a tutte le forze dell'ordine". In diversi ormai mettono la propria esperienza diretta a servizio della finzione drammaturgica: dal più famoso Piergiorgio Di Cara (commissario a Palermo) a Fabrizio Uberto (vice-questore a Genova), sino agli esordienti Girolamo Lacquaniti (vice-questore aggiunto della questura di Piacenza), Piernicola Silvis (capogabinetto della questura di Ancona) e Antonio Zamberletti (ex-agente di polizia).
Non solo. La polizia indice concorsi letterari per i suoi agenti, come "Narratori in divisa", premiamo i migliori noir in circolazione col Premio Fedeli, attivo da anni e si organizzano incontri dedicati agli scrittori-poliziotti, come quello tenuto a Piacenza dal 15 gennaio al 5 febbraio scorsi, dedicato a "Cosa si racconta sui poliziotti e come la raccontano gli sbirri". E accanto alla narrativa ci sono i memoriali e libri che sono delle testimonianze, come "9 maggio '78. Il giorno che assassinarono Aldo Moro e Peppino Impastato" dell'ispettore capo della Scientifica di Forlì Carmelo Pecora, appena pubblicato da "Zona Editore": un libro importante per il doloroso racconto di quei tragici eventi dal punto di vista di un giovane poliziotto di leva che vi si è trovato coinvolto suo malgrado.

Marta Cervino
Marie Claire
aprile 2008

Aulico, poetico, surreale, dadaista. Le avventure che il commissario di polizia K vive e racconta all’amica Wilma, da poco scomparsa (e che indirizza a @paradiso.org) sono incantate. Raccontano Bologna, l’adolescenza, le indagini.
E i cioccolatini dello zio pasticcere così buoni che mentre li mangi declami poesie. Esercizi di stile tra il giallo, il noir, il rosa, l’ironico e il filosofico/esistenziale. Irresistibili.

 

Stefania Vitulli
Il Giornale

aprile 2008

LE INDAGINI SURREALI DEL COMMISSARIO INCANTATO

«Questo romanzo, raro esempio dichiarato di riutilizzo narrativo, è liberamente ispirato a La vita intensa di Massimo Bontempelli». Che la scrisse quasi un secolo fa per i posteri. E per rinnovare il romanzo europeo: «Perché uno che scrive un romanzo e ci mette la prefazione non può dichiarare meno di tanto». Maurizio Matrone ci riscrive sopra Il commissario incantato in cui si rivolge a una libraia scomparsa da poco, Wilma Lanzarini. Storie vere, accadute a lui, scrittore e funzionario di Polizia, nella “Parigi minore”, Bologna, e raccolte in un giallo esilarante, politicamente scorretto e antiombelicale in cui sfilano preti rock e manager del porno, texani sudati, carabinieri di quartiere e indimenticabili ragazze qualunque.

 

Giuliano Aluffi
Epolis
marzo 2008

Quel poliziotto da ridere

Maurizio Matrone è uno scrittore in servizio da vent’anni presso la questura di Bologna. Uno scrittore-poliziotto, insomma, differenza non da poco rispetto ai tanti poliziotti-scrittori che affollano le librerie con gialli dalle trame anche efficaci e realistiche, non sempre baciate dalla bella scrittura. Matrone invece sa scrivere, e lo dimostra con il suo nuovo libro: Il commissario incantato. Un godibilissimo omaggio ad un grande scrittore e umorista italiano del secolo scorso: Massimo Bontempelli. «Più che scegliere l’autore, ho scelto una sua opera: La vita intensa, scritto nel 1919» ci spiega. «Questo libro mi ha accompagnato da quando avevo vent’anni e, a rileggerlo, mi è venuta una gran voglia di copiarlo, ma con animo artistico, con l’umiltà che si ha verso le opere di un Maestro. Mi è venuta voglia di esaltarlo, di rendergli una vita nuova».
Il commissario di Matrone, che seguiamo nelle sue peripezie giovanili, fin da prima dell’ingresso in polizia, è (apparentemente) un ingenuo perdigiorno, dotato di una certa fortuna con le donne e della capacità di ritrovarsi nei pasticci più impensati. E divertenti, ovvio. «Quel romanzo geniale di Bontempelli - continua -

scritto proprio per i posteri, si proponeva di rinnovare la letteratura europea in una chiave antinaturalistica, parodistica e ironica, destrutturante e dissacratoria. Un invito dada-futurista a non prendersi troppo sul serio. Io, che amo le avanguardie artistiche, non potevo che lasciarmi sedurre. Così, come una specie di Book Jockey ho riscritto quel romanzo arrangiandolo a mo’ di una cover di un brano musicale ed è diventato un poliziesco umoristico, molto sui generis.
Poi ho conosciuto Wilma, una libraria di Bologna, appassionata di gialli. Fu lei a spronarmi a perseverare nell’idea. Wilma ci ha lasciati e, siccome sono convinto che si trovi in paradiso, le dedico questo romanzo d’avventure». L’italiano che Matrone riversa ne Il commissario incantato è particolarmente elegante e dà vita, già da solo a situazioni spassose. Più che un mero mezzo di espressione, il linguaggio è il secondo protagonista del libro. «Mi sono sforzato di dare al commissario incantato un linguaggio inusuale nel panorama contemporaneo e dunque in qualche modo fuori dal genere, fuori dalla consuetudine della letteratura dei nostri giorni» rivela lo scrittore «La storia e la lingua de Il commissario incantato prendono un po’ in giro - bonariamente - una certa omologazione del genere (noir, giovanilista, colto…), dei suoi autori (e anche di certi lettori, sì) e soprattutto prendono in giro me stesso, e con me tutti i poliziotti scrittori». E conclude: «L’autore ha, credo, come l’artista, il dovere di confrontarsi, sperimentare, inventare, demolire, riscrivere, sbagliare…mettersi in gioco in libertà». Libertà vigilata, naturalmente.

Scheda del libro

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