“– Che razza di merda stai trasportando, ragazzo? Pesce?
– Cosa trasporto? E che vuoi che me ne freghi, amico!
Per duecento verdoni trasporterei anche
un carico di bambini morti… tu no?”

 

Quanto di meglio si trovi oggi in circolazione.

Maurizio Marsico - Pulp

 

La sua prosa è geniale nel disegno puntualissimo dei personaggi e nel gioco vivido e appiccicoso delle atmosfere. E il suo linguaggio sboccato e immaginifico ha la cupezza ritmica e avvolgente di un blues.

Leonetta Bentivoglio - La Repubblica

 

Leggi un assaggio dal libro

CHARLES WILLEFORD
Come si muore oggi
Traduzione di Giancarlo Carlotti
288 pagine, € 14,00

Charles Willeford nasce in Arkansas nel 1919. A otto anni, rimasto orfano, si trasferisce a Los Angeles, dalla nonna. Trascorre l’adolescenza vagabondando per l’America sui treni merci, e finisce per arruolarsi nell’esercito.
Ne esce dopo vent’anni: un’esperienza durissima, che riverserà nei suoi libri. A trentasei anni, infatti, comincia a scrivere. Il successo arriva molto più tardi, nel 1984. L’anno di Miami Blues.
Il detective Hoke Moseley, la sua Miami umida e selvatica, diventano subito un mito. Il pubblico aspetta il seguito.
Dopo due anni, ecco il secondo episodio, Tempi d’oro per i morti. Un anno dopo, il terzo: Tiro mancino.
Salutato come un capolavoro assoluto. L’anticipo pagato dall’editore americano per il quarto romanzo della saga di Moseley è stellare. La prima edizione di Come si muore oggi è pronta nell’autunno del 1988. Willeford fa in tempo a vederla, a firmarne qualche copia.
Muore proprio il giorno in cui il suo più grande successo esce in libreria.
Ama descrivere gli psicopatici e lo fa con grande maestria: nell’esercito deve averne incontrati parecchi.

Far fuori in poco tempo una pila di “casi freddi”, ossia omicidi rimasti irrisolti per anni, può risultare stressante, ma per il sergente Hoke Moseley della Omicidi di Miami, ormai è routine.
Sopportare come vicino di casa un
ex detenuto che ha mandato dietro le sbarre e che ha giurato di spedirlo al creatore, può essere già più fastidioso.
Ma sentirsi ordinare dal proprio capo di farsi crescere la barba, e raggiungerlo in un luogo sinistro per vedersi
appioppare un caso fuori giurisdizione, è per lo meno strano.
Un certo Tiny Bock gestisce un ranch nelle Everglades, estremo sud della Florida.
Di Bock si dice che sia un aguzzino, che sfrutti brutalmente gli immigrati. Soprattutto,
pare che un buon numero di malcapitati haitiani ingaggiati da lui manchi all’appello da troppo tempo.
Hoke dovrebbe assumere l’identità di un
farabutto che ci ha appena lasciato le penne, infiltrarsi nel regno macabro di Tiny Bock, dove peraltro circola un discreto numero di alligatori, e “sistemare” le cose.
Ma le cose stanno molto peggio di quanto chiunque potrebbe immaginare, e Hoke non è affatto convinto di
quell’assurdo incarico. Né del fatto che il maggiore Brownley, suo stimato boss, gli abbia detto tutta la verità.
Un grande, sconvolgente romanzo sull’ambiguità e sulla bestialità umana, con un protagonista che non si
dimentica facilmente; come ha scritto Donald Westlake: “Con Hoke Moseley, Charles Willeford ci ha realmente regalato un gigante della letteratura noir”.

 

Un romanzo che ti fa compagnia, che ti seduce e ti capisce, nel quale ci si identifica, nel quale ogni personaggio descritto non solo è credibile: è vissuto.

Daniela Bandini  carmillaonline.com


Playboy a Miami


Tempi d'oro  per i morti


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