Teo
Lorini intervista Cristiano Cavina su Pulp
31 anni, originario di Casola Valsenio in
provincia di Ravenna, Cristiano Cavina ha frequentato come borsista la scuola
Holden. Dopo un romanzo breve (Una strana stagione all'improvviso) incluso nell’antologia
Coda 2 di Transeuropa, è arrivato nel 2003, Alla
grande, quello che lui considera "il vero debutto" e che è
uscito per i tipi di Marcos y Marcos, lo stesso editore di questo Nel
paese di Tolintelsàc.
Il secondo romanzo di Cristiano Cavina è il racconto di un’intera famiglia, una
cronaca orale che l’instancabile nonna Cristina trasmette, riepilogando,
glissando, dilatando a dismisura episodi e circostanze, a un nipote nato senza
papà. Giorno dopo giorno, nella poltrona da cui è sempre più faticoso
alzarsi, la nonna dipana una storia dolcissima "di tenacia, di miseria, di
dolore e amore". Ipnotizzato dall’incedere di quell’elegante
"italiano da Promessi Sposi" e di un "dialetto
italianizzato" brusco quanto efficace, il bambino impara così a conoscere
e ad affezionarsi a una schiera di parenti e amici che la sua immaginazione
trasfigura in personaggi eroicomici, come quel disastro ambulante e giramondo
dello zio Varo, oppure il fratello del nonno, un Tarzan di centocinquanta
centimetri. L’epos casalingo di nonna Cristina procede per scarti, brevi
accelerazioni e ripensamenti che danno al romanzo una sincerità difficile da
trovare e catturano
l’attenzione del lettore, costringendolo a sincronizzarsi su un ritmo tutto
nuovo, naturale e insieme inevitabile come il respiro. E quando quel respiro
rallenta, anche noi capiamo che è perché la storia, come la sua narratrice,
"si avviano", naturalmente, inevitabilmente, a una fine che non è
più così difficile da accettare.
Il titolo del tuo romanzo viene da una frase di Fellini che compare anche in epigrafe. Da grande ammiratore del Maestro di Rimini, mi pare bello iniziare anche questa conversazione parlando di lui e del modo in cui la sua immaginazione ha influenzato il tuo modo di guardare le cose…
In realtà, l’influenza di
Fellini impregna l’atmosfera del romanzo. È più un sentimento e resta
intorno alle vicende narrate, come un sapore. Certo, per un romagnolo, i film di
Fellini sono una specie di estensione del corpo, una parte di noi che gira per
il mondo. Soprattutto Amarcord. La cosa di cui riesco sempre a meravigliarmi, in
quel film, è vedere come l’adolescenza di un gruppo di ragazzi nella Rimini
degli anni ’30 è identica alla mia e a quella dei miei coetanei, cresciuti
negli anni ’80.
Ci sono storie che vale la pena condividere, di cui ridere o commuoversi, senza
per forza andare a cercare il caso limite. Quello che cerco di afferrare, in
Fellini o in scrittori che a me piacciono, come John Fante o Goffredo Parise, è
la capacità di rendere epiche le vicende della gente come noi, che non ha una
vita esemplare, che non andrà mai nello spazio, che non salverà mai il mondo
all’ultimo minuto, che non farà mai una rapina ne diventerà un serial
killer.
La relazione portante, attorno alla quale si sviluppa tutto Tolintelsàc, è con una persona anziana. Puoi raccontare il tuo approccio a questo mondo?
Sono uno scrittore un po’
imbranato, e forse non lo sono nemmeno. Mi sento più un narratore. Mi limito a
raccontare di quello che so. Ovviamente, il mondo devi guardarlo da un’angolazione
diversa, se vuoi dargli abbastanza forza per restare appeso alle pagine di un
romanzo. Devi compiere un’opera di sabotaggio; gonfiare certe parti, ometterne
delle altre; come da ragazzini, quando truccavi il ‘fifty’ (il ‘cinquantino’
da noi si chiamava così).
Però, almeno nel mio caso, c’è sempre sotto un’esperienza diretta: non
riuscirei altrimenti a trasmettere abbastanza calore alle pagine. Io sono
cresciuto con mia nonna, senza un padre, come il narratore del mio romanzo, e
per trent’anni ho vissuto in un paese in cui l’attività principale dei
vecchietti è fermare la gente nei bar e raccontargli delle storie. E sono
storie che ti lasciano a bocca aperta. Io ne sono impregnato. Ho incominciato a
lavorare nel bar di mio zio a dodici anni. A tredici andavo a raccogliere le
pesche: ho fatto anche il portalettere per parecchio tempo. E di continuo ho
sentito gente che raccontava, gente anziana.
È normale. Erano cresciuti in un pianeta diverso dal nostro, dove alle otto di
sera era buio pesto, e l’unica distrazione era stare seduti intorno al
focolare di casa, ad ascoltare qualcuno che ti raccontava tutto quello che era
successo prima della tua nascita.
Il dialogo con la vecchiaia o, meglio, il racconto della vecchiaia a me pare decisamente poco frequentato dalla nostra narrativa più recente: cosa significa o cosa rivela, a tuo parere, questa lacuna?
Non so se è una lacuna.
Semplicemente, ognuno ha le sue storie da raccontare, e spesso sono legate alla
propria formazione. Molti scrittori sono nati in città e lì le cose funzionano
diversamente. Vivi un altro tipo di esperienza, in un altro tipo di mondo. La
città è un altro pianeta.
Semplicemente, nel mio pianeta, si esce di casa in bicicletta e non in scooter.
I giorni di festa si va alle Sagre e non ai vari Saloni di. I bambini arrivano a
scuola da soli e da soli tornano a casa, senza che nessuno vada a prenderli. Si
gioca ancora per strada, si possono effettuare spedizioni nei boschi o imbastire
battaglie navali al fiume: in casa ci si sta per mangiare e dormire. E basta.
Non dico che sia meglio o peggio, sia chiaro, né mi interessa la solita
manfrina sul mondo che cambia e via dicendo. La mia è solo la constatazione
che, da queste parti, si cresce ancora come sono cresciuti i nostri nonni.
Riesco a capire perfettamente l’essenza di un novantenne, mentre quella di un
quindicenne di città è per me un mistero completo.
Il tuo romanzo constata una profonda mutazione nel rapporto con la morte: gli anziani, scrivi, "se ne andavano", invece "noi, ci tocca crepare"…
Credo che ci sia tanta
dignità, negli anziani. Non dico che siano tutti perfetti, è certo però che
hanno vissuto una storia sicuramente (e fortunatamente) irripetibile. L’esperienza
della seconda guerra mondiale, mi sono reso conto, è qualcosa di assoluto,
qualcosa che li ha colmati: persino quelli che hanno combattuto, che si sono
fatti mesi di prigionia, che hanno perso gli affetti più cari, ti dicono che
quelli sono stati gli anni migliori della loro vita.
C’era un dolore indicibile, una miseria incancrenita, una distruzione totale,
eppure non c’è mai stato così tanto coraggio, in giro. Era come sopravvivere
al giudizio universale e avere la possibilità di ricominciare da capo. Tutta
quella lotta, li ha riempiti di una dignità incredibile. Loro, la morte, che l’hanno
vista per davvero, e non soltanto nei film di Hollywood o nei gialli, la
conoscono sul serio. E poi, come dicevo prima, vengono da un posto diverso.
Una volta si nasceva e si moriva nella stessa casa in cui vivevi: era qualcosa
di domestico e quotidiano, una ruota che tornava puntualmente nel corso degli
anni. Ora la morte è relegata agli incidenti stradali e alle camere degli
ospedali. È qualcosa che accade mentre noi facciamo altro. Una succursale della
vita, e non, forse, l’edificio principale.
Un’altra dominante di Tolintelsàc è quella dell’oralità: "al contrario di Sherazade non avrei dovuto raccontare storie, ma ascoltarle". Che ruolo ha il racconto orale nella struttura della tua prosa?
Un ruolo determinante. Per
migliaia d’anni la voce è stato lo strumento di cui ci siamo serviti per
condividere la nostra esperienza. Dico "la nostra" perché sono
convinto che la vita di nostra madre, o del nostro bisnonno, sia parte
integrante di ciò che siamo. E non perché, come ci ripetono fino alla nausea a
scuola, "la memoria va salvata", "i valori devono passare da
padre in figlio" e via dicendo.
Ora, le storie vengono raccontate al cinema, su internet, in televisione, alla
radio e anche sul telefonino. Va benissimo, sia chiaro; ma c’è un tipo di
esperienza che solo la voce può ancora resuscitare ed è quella delle persone
che ti stanno vicino.
Io mi sono creato una mitologia particolare, ascoltando quei racconti, con cui
ho foderato la mia vita. Il mio supereroe preferito è sempre stato Devil, l’Uomo
senza paura: quando Devil parla di ciò che ha significato suo padre nelle sue
scelte, dice che "un uomo ha bisogno di ispirazione". La vita della
mia famiglia, raccontatami incessantemente, ha ispirato la mia. Sapere che prima
di me c’è stata tanta miseria, tanto dolore, ma anche tanta tenacia, tanto
amore complesso; ecco, tutti quei secoli di lotta di cui ora sono l’apice –
e non sarà per sempre – mi ha convinto che non posso fare lo stupido per
sempre, che devo essere pronto a completare la mia parte in una missione
difficile.
Il racconto orale, io credo, ti insegna a salvarti la vita.
Tu hai dichiarato spesso di
essere un autodidatta: come è avvenuto il passaggio fra l’oralità e la
scrittura?
C’è qualcuno che ti ha aiutato o ha favorito questa evoluzione?
È strano. Innanzitutto, credo
che la narrativa sia il genere di lavoro che si può imparare esclusivamente da
soli. È un lavoro artigianale ma, a differenza di tutti gli altri, non si
riesce a trasferirlo, che so, da padre a figlio o da maestro ad allievo.
Io ho iniziato a scrivere sui diciotto anni. Non l’avevo mai fatto prima, a
parte qualche disegno durante le ore di scuola, tipo castelli assediati e navi
romane: suonavo in un gruppo rock, e questo mi bastava. Poi un giorno mia zia ha
dimenticato a casa di mia mamma una vecchia Olivetti e io, tanto per provare, ho
infilato un foglio nel rullo e ho battuto sui tasti. Ne è saltato fuori un
romanzo di 300 pagine. Orrendo. Però niente era mai stato così esaltante,
nella mia vita, se non quando avevo baciato per la prima volta una ragazza a una
festa. Per sbaglio anche quella volta. Da allora non ho mai smesso: a volte
"facevo buco" dall’Istituto Tecnico e andavo a nascondermi con la
macchina in un parco di Imola, vicino al circuito. Restavo chiuso dentro, e
scrivevo tutta la mattina. I miei primi sei romanzi sono orrendi,
impubblicabili, ma sono stati la mia officina. Scrivendo, ho trovato la voce che
mi serviva, l’unica in grado di evocare le storie che avevo a cuore.
Adesso, alle presentazioni, molti mi chiedono della Scuola Holden, che alcuni
chiamano la "famigerata scuola di Baricco", e vogliono sapere quanto
mi è servita. Quando ho iniziato la Holden, avevo già pubblicato due libri.
Quella scuola non insegna a scrivere, perché è impossibile. Infatti è una
scuola di tecniche della narrazione. Ci sono sceneggiatori che ti parlano di
sceneggiatura, registi che ti parlano di regia e scrittori che ti parlano di
libri. Ho investito in quella scuola tutti i miei risparmi e ho potuto
frequentarla solo con una borsa di studio. È stato l’investimento migliore
della mia vita. Grazie alla Holden, ho imparato a scrivere per il cinema, per la
televisione, per la radio e per il teatro, tutte cose che ho sfruttato
professionalmente. Ma per la narrativa, nella pratica, la cosa più utile era
ascoltare gli scrittori e pensare "un giorno lo diventerò anch’io".
Alla Holden ho coltivato il desiderio. Parafrasando Sepulveda, credo che
scrivere sia una questione di metodo.
E di passione.
Mi sembra interessante il fatto che, in entrambi i tuoi romanzi, ciò che si racconta passi sempre attraverso la percezione di un bambino… Pensi che l’infanzia sia in qualche modo più prossima, più affine alla narrazione?
Ne sono sicuro. Lo sguardo di
un bambino ti aiuta a guardare il mondo di sbieco e a renderlo più ‘originale’.
Il punto di vista è fondamentale in un libro, più della trama e dell’intreccio.
Molti grandi libri in realtà non hanno che questo: un punto di vista
leggermente distorto. Una percezione originale del mondo.
La trama di Mattatoio n°5 di Vonnegut non è niente di sbalorditivo, per un
romanzo considerato di fantascienza. Ma lo sguardo sulle vicende del mondo, quel
Bill Pilgrim che viaggia nel tempo, che apre una porta nel 1947 ed entra in una
camera da letto nel 1958, cambiano tutto quanto. E consentono a Vonnegut di
parlare della guerra come nessuno aveva mai fatto.
Nel mio piccolo, lo sguardo dei bambini mi consente di mantenere il tono che mi
serve per raccontare una storia. Una miscela di meraviglia, divertimento e
malinconia. Il sapore di cose incredibili che hai perso per sempre. E che per
sempre ti ostini a cercare.
Il romanzo si gioca pressoché interamente sul legame fortissimo del protagonista con la nonna. Il personaggio della madre, invece, rimane molto in ombra. A cosa è dovuta questa scelta?
Non saprei. È sempre molto
difficile parlare dei particolari e delle scelte che fai quando scrivi. Spesso,
non ne capisci un granché e rimani come travolto dalla storia.
La prima stesura del romanzo era poco più di un canovaccio, e faceva acqua da
tutte le parti. Sentivo che il nucleo era buono, rovente, ma non riusciva a
scaldare tutto il materiale. A metà della seconda stesura, mi sono reso conto
che veniva fuori la relazione tra la nonna e il nipote, ed erano proprio quelle
le parti che riuscivano a riscaldare il romanzo.
Semplicemente, era quello di cui andavo a caccia, era quello di cui volevo
parlare. Era l’elemento che portava in superficie il nucleo rovente del
racconto e mi sembrava che funzionasse benissimo.
Ovviamente, il libro può anche non piacere, è normale, e giusto: ognuno cerca,
e mette, qualcosa di sé in quello che legge. Però il romanzo, se uno è
accordato su quel tipo di storia, tiene. E la nonna, che per tutta la vita tiene
in ostaggio il nipote, e come un prestigiatore gli fa rivivere un passato
irripetibile sotto gli occhi, è la chiave del romanzo. Sono loro che ci
accompagnano verso quegli esseri epici e sgangherati che popolano il racconto.
La nonna di Tolintelsàc si sforza costantemente di ripulire la sua parlata dialettale con un italiano paradossalmente altisonante. Che rapporto hai con una risorsa come il dialetto, che può essere insieme ricchezza e difficoltà?
Sono cresciuto in mezzo a gente
che parlava in dialetto. Lo capisco, e volendo posso parlarlo, anche se non
correttamente. I miei nonni, e gli anziani che incontravo tutti i giorni,
dovevano sforzarsi per parlare in italiano, e quando lo facevano, gli usciva di
bocca in modo strano, quasi meccanico. Era la lingua leggermente altisonante e
nobile che avevano imparato nei primi, rarissimi libri di testo all’inizio del
secolo. Per quel che mi riguarda, ho scoperto di avere italianizzato espressioni
dialettali.
Ecco, quello che mi interessa e mi colpisce, più che altro, è l’intreccio
che nei ragazzi cresciuti come me è avvenuto fra la lingua italiana e il
dialetto.
In realtà, nel mio libro, di dialetto scritto non ce n’è molto, a parte il
‘tolintesàc’ e ‘l’aveja’, l’avviarsi dei vecchi. Però c’è molto
romagnolo impastato all’italiano. I personaggi ad esempio non scuotono mai la
testa, ma la scossano. Credo che questa miscela tra la lingua parlata
quotidianamente e quella quasi perduta dei nostri nonni riesca ad arricchire il
racconto, rendendo l’italiano più evocativo. C’è una bella differenza, per
dire, fra uno che si inciampa e uno che si ingambarella: tutti e due finiscono
rovinosamente per terra, ma il secondo lo fa in una maniera più impacciata e
tragica.
Il dialetto è depositario di tutto ciò che siamo stati. Non me la sento
proprio di lasciarlo scappare così, senza poterci fare niente.