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Cristiano Cavina 

 

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Non ho la pretesa di raccontare qualcosa di unico e meraviglioso...
Cristiano Cavina racconta come è nato il suo nuovo romanzo.

Sono cresciuto in mezzo alle donne. Mia nonna, mia zia, mia mamma; erano loro la triade che governava la mia vita.  Non ho mai dubitato, neanche per un secondo, che potesse comandare l'unico uomo di famiglia, mio nonno Gianì. Se la nostra famiglia fosse stata una partita a carte, con bastoni come briscola, Gianì sarebbe stato il due di denari. Poco più di uno scarto di magazzino. Non voglio dire che non facesse niente, anzi. Mio nonno smise di lavorare nei campi a ottantatré anni compiuti. E trovava sempre il modo di lasciarmi scivolare 5000 lire in mano, il sabato, "per andarmi a comperare il gelato", come diceva lui.  Ma per quel che riguarda la mia vita quotidiana, Gianì era solo un'apparizione. Mia nonna invece la governava con pugno di ferro. Era lei a svegliarmi, a scortarmi fino al lavandino e a piantonarmi finché non bevevo tutto il caffelatte. Mi aiutava a issare la cartella sulle spalle e mi seguiva con lo sguardo fino a quando non entravo nel cortile delle scuole elementari. La vedevo immobile, in cima alla salitella di via delle Rimembranze. In primavera, con il sole, i suoi occhiali scintillavano, e diventavano lo sguardo implacabile di un robot. Il sabato mi portava con sé a fare la spesa. Aveva legato con del fil di ferro un seggiolino traballante alla sua bicicletta: quando curvava, sembrava di essere su un sidecar. Mi presentava a tutti i suoi conoscenti.  Come la protagonista del romanzo, era stata una portalettere. Conosceva tutti.  Andava molto fiera di me. Faceva leggere i temi che scrivevo a scuola: uno addirittura lo strappò dal quaderno e lo regalò alla nostra fruttivendola.  "La donna più bella che ho visto", credo si intitolasse. Ancora oggi, quella signora me ne cita dei pezzi, ogni volta che entro in negozio a fare la spesa. Come per Alla grande, ho scritto per salvare delle cose.  Non ho mai la pretesa di raccontare qualcosa di unico e meraviglioso. Una storia esemplare.  Credo semplicemente che ci siano cose che vale la pena di condividere.  Insomma, credo che ci sia qualcosa di epico nella vita di tutti i giorni che vale la pena di scrivere, e che per raccontare il nostro paese non sia obbligatorio infilarci sparatorie, o morti ammazzati o serial killer. Nel paese di Tolintesàc non è la storia della mia famiglia. Potrebbe esserlo, questo sì, e certi fatti sono più o meno veri, ma come tutte le cose, se uno le avesse viste in presa diretta, non sarebbero certo apparse così come le ho raccontate io. Probabilmente, scrivere romanzi è sabotare la realtà. Di reale, nel libro, c'è la meraviglia e l'amore che da sempre provo per le persone che mi hanno cresciuto. Per quella galassia complicata. La tirannia illuminata di mia nonna, immensa come il pianeta Giove, le apparizioni sfolgoranti di mia mamma, come un super eroe che veniva a salvarmi all'ultimo minuto; e la presenza insistente di mia zia, che mi comprava i vestiti e studiava continuamente nuove acconciature per i miei capelli ingovernabili. Poi, a un certo punto, ho incominciato a guardarmi intorno in maniera diversa. Con quello sguardo ho cercato di scrivere questo romanzo. Quella galassia, quel mondo, stavano scomparendo. E' normale. Succede a tutti. Nonna e nonno se ne sono andati e i vestiti me li compro da solo. Volevo raccontare questa storia prima che la sua eco si spegnesse definitivamente. Era come dirle addio, una volta per tutte, e lasciarla andare in pace. Così, una volta che l'idea di 'Nel paese di Tolintesàc' mi si é piantata in testa, sono andato a caccia di quello sguardo meravigliato che avevo da bambino. Non é stato facile, trovarlo. Però un giorno mi sono ricordato di una pranzo, a casa. Nonna e mamma litigavano, come al solito. Gianì si limitava a scuotere la testa senza alzarla dal piatto. E' un movimento che solo chi vive in mezzo alle donne riesce a compiere correttamente. Al colmo della disperazione, mia nonna afferrò un coltello spuntato, che non avrebbe tagliato nemmeno il burro, e incominciò a seguire mamma intorno alla tavola. Era una scena maestosa, anche se sapevo che non ci sarebbe stato spargimento di sangue. Ma a quel punto la mia famiglia non era più una galassia complicata. Era diventata una leggenda.

Cristiano Cavina

 


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Nel paese di Tolintesàc