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UN’EQUILIBRATA
INCOERENZA
Nel suo ricordo della San
Francisco nel 1966, Keith Abbott ricorda che Richard Brautigan teneva
appeso il rendiconto del suo primo romanzo pubblicato, A Confederate
General from Big Sur, sulla tazza del cesso: 743 copie vendute. Abbott
rimase sorpreso dall’estrema povertà di Brautigan, e dalla sua
determinazione a non ricorrere, per garantirsi sostentamento e
sopravvivenza, a nessun lavoro diverso dalla scrittura.
Nel 1975, quando la notorietà e il benessere economico erano già
arrivati, scrisse un’introduzione all’edizione definitiva della
raccolta dei testi delle canzoni dei Beatles. Poche righe che lasciavano
spazio alle parole di "Eleanor Rigby". Perché nel testo dei Fab
Four rintracciava una sintonia con quanto era, dal suo punto di vista, uno
dei noccioli della sua scrittura. Iniziava raccontando di un’inondazione
avvenuta quello stesso anno nei posti in cui viveva, nel Montana. L’acqua
del fiume Yellowstone aveva invaso la piana e le case emergevano nella
loro infinita solitudine. Posti in cui la gente aveva vissuto, osservava
Brautigan, ridendo, piangendo, amando e, alla fine, morendo solo pochi
giorni prima di divenire parte del paesaggio immobile. Mentre percorreva
in auto la strada che attraversava la vastità desolata, era ossessionato
da una frase: "il silenzio di case inondate". Poi il testo di
"Eleanor Rigby" con il suo abisso di eremitaggio dei desideri e
delle speranze di vite inespresse, per arrivare alla conclusione che molte
canzoni contenute nel volume potevano essere descritte come "il
silenzio di case inondate".
Due esempi per alcune premesse generali su Brautigan, semplici e
inevitabili: non conosceva altra forma di partecipazione al mondo che non
passasse dalla scrittura; la sua era una scrittura "naturale"
che, per un accidente legato alla sua interiorità, giocava sulla
contraddizione in termini di una "complessa semplicità",
definibile anche viceversa. Nel senso che il livello dell’intuizione
rende i testi di Brautigan non case immerse in un’alluvione, ma
grattacieli di cui emerge solo l’ultimo piano. Tutto il resto è
considerato superfluo dall’autore, non rilevante, e riesce a fissarsi
nell’immaginario del lettore per vie inconsapevoli e periferiche. La
molteplicità di livelli di lettura deve essere percepita attraverso il
vuoto e non con la complessità strutturata di strumenti critici.
Brautigan era zen ancor prima di dichiararsi tale con l’evidenza dei
racconti di The Tokyo-Montana Express.
Ma le case che emergono dall’acqua sono anche la solitudine profonda di
Brautigan. È persino una forzatura ricondurlo come autore alla beat
generation, pur essendone contemporaneo. Senza occuparsi di questioni
biografiche, è opportuno precisare che, malgrado i suoi libri siano stati
tra i nutrimenti della cultura hippy, il suo percorso di narratore imita
il sostanziale isolamento della sua vita, naturalistico e intriso di
disubbidienza civile, fino alla morte, come quello di un moderno Henry
David Thoreau. Il mito, come ha scritto Roland Barthes, non è naturale,
non è espressione inevitabile di un contesto, eppure, una volta resosi
riconoscibile, acquisita un’incontestabile evidenza, entra in sintonia
con le cose, e "diventa" naturale. Una delle proprietà dei
testi di Brautigan è proprio quella di avere una forte coincidenza con la
contemporaneità senza essersi mai confrontati con l’attualità. Si
tratta di intuizione.
Kurt Vonnegut sostiene che i narratori sono delle buone antenne riceventi,
che hanno il compito di catalizzare le voci del proprio tempo e di
rielaborarle in forma romanzesca, di costruire forme di intrattenimento
che raccontano una versione implicita del mondo che appartiene al lettore
stesso. Si torna così idealmente alle origini, al racconto orale, a una
visione non gerarchica della letteratura. Brautigan è un narratore
particolare che dopo aver brevemente ricostruito un mito possibile dell’America
con Trout Fishing in America, quasi una parodia della "wilderness"
di Thoreau, si è avvicinato all’infanzia della letteratura, alle sue
forme regressive, pasticciando con la popular culture americana,
con i sedimenti della storia del pensiero occidentale e poi con la
percezione del vuoto di quello orientale.
Un’equilibrata incoerenza che inserisce Brautigan a pieno titolo, e con
ben poca intenzionalità, all’interno dei narratori postmoderni
americani. Anche se è paradossale che tra i primi ad accorgersi del
collasso della tradizionale suddivisione dei generi letterari, sia stato
un autore estraneo a qualsiasi appartenenza letteraria come lui. |
La sua operazione di
convergenza e collisione tra i diversi generi ha origine da un
processo di decostruzione che, come afferma Marc Chénetier nel suo volume
saggio su Brautigan del 1983, coinvolge i tre elementi fondamentali del
testo:intreccio, personaggi e struttura. Scrittori come Donald Barthelme o
Gilbert Sorrentino lavoravano in quegli stessi anni sulla fisicità
"testuale" della scrittura, da opporsi all’effimera
volatilità della cultura "sintattica". Nell’azzardato
laboratorio dei loro romanzi facevano confluire segmenti di testo
provenienti dai più disparati ambiti della popular culture, con
risultati che declinavano la contaminazione nei termini della parodia. Nel
frattempo John Barth o Thomas Pynchon si occupavano di disgregare la
struttura del racconto per raggiungere una complessa versione della
"differenza", qualcosa che si allontanasse dalla presenza
schiacciante del canone letterario. Vie di fuga, sperimentazioni divenute
in alcuni casi puro e semplice materiale d’uso che hanno modificato il
percorso della letteratura americana.Richard Brautigan (al pari forse del
solo Kurt Vonnegut, il cui percorso parte però dalla fantascienza, cioè
dall’interno stesso di uno dei generi della narrativa popolare americana…)
ha lavorato nella stessa direzione ma con un approccio intuitivo, non
mediato da analisi ed elaborazioni intenzionali. Il suo lavoro è più
simile, nella sua spontaneità, alla nascita delle lingue creole nelle
metropoli, incontro tra lingue d’origine, lingua adottiva ed esperienza
quotidiana, di cui proprio in quell’epoca (sul finire degli anni
Sessanta) davano testimonianza i sociolinguisti. È la fusione impossibile
tra il presente e la fiction più pura.
Un romanzo storico del contemporaneo, The Abortion; un western
gotico, The Hawkline Monster; un giallo perverso, Willard and
His Bowling Trophies… alcuni esempi di contaminazione dichiarata fin
dal sottotitolo, in cui le macchinazioni narrative tipiche dei generi
fondono elementi disparati in un unico, logico, tessuto testuale.
Nel suo processo di decostruzione Brautigan utilizza le procedure tipiche
della letteratura popolare, soprattutto ellissi temporale e ridondanza, e
imprigiona i personaggi legandoli al loro ruolo. Pur senza abbeverarsi
alle teorie dell’oggettività del nouveau roman, li allontana da
ogni supposto realismo e dall’equivoco della profondità psicologica. In
Willard infatti i protagonisti sono funzioni del testo, tanto da
essere definiti spesso attraverso l’azione che compiono. Un processo in
cui incorpora un linguaggio che ha le radici affondate nella cultura
popolare americana del Novecento: il fumetto. Tra le soluzioni narrative
prese in prestito, una delle figure retoriche del linguaggio fumettistico,
l’onomatopea, con il "ring" telefonico, è per esempio quella
identificabile con maggiore facilità. Più sostanziale e strategico il
modo in cui Brautigan utilizza la struttura diegetica del fumetto:
procedendo per immagini, quasi si trattasse di vignette, che a volte
coincidono con la (breve) estensione dei capitoli. Un procedimento che
avvalora la sua tendenza alla frammentazione, e in cui c’è perfetta
coincidenza tra struttura e materiali narrativi. In Willard i
frammenti sono le due citazioni che precedono il romanzo, Anacreonte e
Frank Church, che alla fine si incontrano in un mortale confronto tra
epigrammatica greca e brutalità americana. E sono anche i titoli che
producono una struttura circolare del tutto autonoma, priva di riscontro
puntuale nel testo, che finisce per diventare un’eco senza origine…
La costruzione a chiave del romanzo (simulata, suggerita da falsi indizi),
è costantemente smentita dai fatti, in cui le azioni dei personaggi,
imprevedibili e ingiustificate (o ingiustificabili?), sono l’unica
logica trainante. Il lavoro di Brautigan consiste spesso nel fermare l’istante
e nel contemplarlo, alla ricerca di una forma narrativa del presente
assoluto, in cui le cose accadono nel momento stesso in cui vengono lette.
Una narrativa quindi in cui si verifica la possibilità di una
coincidenza, trasferita nella sfera dell’immaginario, tra il processo
della scrittura e quello della lettura, resi equivalenti da una scelta
testuale piuttosto che sintattica. Brautigan si dichiara manipolatore e
non artefice (come è lo scrittore nella cultura sintattica) e collabora
con il lettore a una delle tante stesure possibili del romanzo. Evoca una
sorta di proliferazione di connessioni spontanee che scacciano la rigida
consequenzialità di causa ed effetto, della necessità di rese
semantiche, e lasciano autore e lettore uniti nell’estasi di un racconto
senza fine apparente.
E le sorelle Logan?
Dimenticale.
Daniele Brolli |