JOHN KENNEDY TOOLE
La Bibbia al neon

È la prima volta che viaggio su un treno. Ormai sono seduto qui, su questo sedile, da quasi un paio d’ore, forse anche tre. Dal finestrino non posso vedere niente perché adesso è buio, ma quando il treno è partito il sole stava giusto per tramontare e si vedevano i fianchi delle colline con l’erba tutta ingiallita cosparsa di foglie rosse e brune.
Via via che mi allontano da casa mi pare di star meglio. Il tremito che mi correva su e giù per le gambe
è quasi cessato e adesso i piedi me li sento di nuovo, mentre prima mi pareva di non averli più, come se si fossero staccati dal corpo, tanto erano gelati. E non ho neppure più tanta paura.
C’è un uomo di colore che viene avanti nel corridoio e spegne tutte le luci sopra i sedili. Adesso è rimasta
accesa solo una lucina rossa in fondo alla vettura e a me dispiace che qui dove sono seduto io sia così buio, perché al buio ricomincio per forza a pensare a quel che è successo a casa. Devono avere spento anche il riscaldamento. Fa freddo, adesso, mi ci vorrebbe proprio una coperta da stendermi sulle ginocchia e magari qualcosa per coprire lo schienale in modo che la fodera non mi pizzichi più il collo.
Se fuori fosse chiaro potrei vedere dove siamo. Non sono mai arrivato così lontano da casa in vita mia.
A quest’ora dobbiamo aver percorso almeno duecento miglia. Ma fuori non si vede niente e così non mi
resta che ascoltare il clic clic clic del treno. Ogni tanto si sente anche il fischio della locomotiva, ma come se venisse da molto lontano. I treni li ho sentiti fischiare un’infinità di volte, ma senza mai immaginare che un giorno ne avrei preso uno. E quel ticchettio continuo non mi dà nessun fastidio. Somiglia a quello della pioggia su un tetto di lamiera, quando di notte è tutto quieto e nel silenzio si sente soltanto la pioggia che cade, e i tuoni.

Io però avevo un treno tutto mio. Era un trenino che mi avevano regalato a Natale quando avevo tre anni. È stato quando papà lavorava in fabbrica e abitavamo giù in città, in una bella casetta bianca che aveva un tetto vero, sotto il quale si poteva dormire tranquilli anche quando pioveva, non come quello di lamiera della casa su in collina, che oltre tutto lasciava filtrare la pioggia attraverso i fori dei chiodi.
Quel Natale erano venuti a trovarci tanti amici. Entravano in casa sbuffando e strofinandosi le mani
e poi scuotevano il cappotto come se fuori stesse nevicando. Mentre di neve non ce n’era, quell’anno.
Però erano tutti molto gentili e mi hanno portato dei regali. Mi ricordo che il pastore mi ha regalato un
libro con le storie della Bibbia. Di certo era perché a quel tempo la mamma e il papà erano soci della sua chiesa, con i loro nomi iscritti nel registro, pagavano le loro quote e frequentavano tutti e due i corsi di catechismo per adulti che si tenevano ogni domenica mattina alle nove, e le riunioni del mercoledì sera. Io ero nella sezione giochi prescolastici, dove però non si giocava mai. Dovevamo ascoltare le storie che una vecchia ci leggeva da un libro per grandi dove non si capiva niente.
Quel Natale che ho ricevuto il treno la mamma era molto ospitale. Ha offerto a tutti quelli che venivano
a trovarci una fetta della sua famosa torta di frutta, della quale andava molto fiera. Diceva che era una vecchia ricetta di famiglia, ma io in seguito ho scoperto che se la faceva mandare da una ditta del Wisconsin che si chiamava Olde English Baking Company, Limited. L’ho scoperto quando ho imparato a leggere e l’ho trovata insieme alla posta, qualche Natale dopo, quando non è venuto a trovarci nessuno e abbiamo dovuto mangiarcela tutta noi. Però non l’ha mai saputo nessuno che non la faceva lei, lo sapevamo soltanto io e la mamma e forse l’impiegato dell’ufficio postale, che però era sordomuto e non poteva raccontarlo in giro.

La Bibbia al neon
Comincia così

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