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TSCHINGIS AITMATOV Recensioni
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| Letture ottobre 2007 |
Città
Nuova settembre 2007 |
Internazionale giugno 2007 |
Il
Giornale maggio 2007 |
La voce d'Italia maggio 2007 |
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Curzia
Ferrari Letture ottobre 2007 Una fiaba contro la cecità dal male Aitmatov è un grande narratore che da
tempo si è imposto all’attenzione internazionale: notevole successo
ebbe il suo libro Melodia della terra. Aitmatov è, di per sé,
personaggio noto. Ministro di Gorbaciov, poi diplomatico in sedi come
l’ONU, la CEE e l’UNESCO, negli anni Settanta fu tra i primi politici
a preoccuparsi del problema ambientale. Oggi fa il
giornalista-opinionista. Di origine kirghisa, è naturalmente sensibile
alle tematiche d’ordine etnico; ma egli è soprattutto un uomo libero,
capace di prese di posizione talora sgradite a Putin che lo tiene
d’occhio - conservando nel proprio DNA l’impronta del KGB. |
elemento di salvezza. Siamo in un villaggio
della Kirghisia, tra foreste superbe, montagne impervie, e un torrente che
piomba dalle rocce con rumore assordante per finire in un lago sul quale
scivola, la sera, un battello bianco. Un bambino orfano, affidato alle cure
di nonno Momun, selvaggio e beone, dall’alto di un picco guarda quel
candido puntino lontano, e sogna di essere un pesce per poterlo raggiungere.
C’è una guardia forestale, Orozkul, orribile. Tre famiglie in tutto. E
nella foresta una cerva dalle grandi corna, la Madre cerva con la quale,
ubriachi marci, Momun e Orozkul decidono una sera di imbandire la «festa
della grande carne». La descrizione del macello è raccapricciante. Sangue
e vodka dappertutto, la cerva squartata, le interiora buttate al cane, il
cranio battuto con l’ascia, i pezzi di carne sulla brace nel camino... Il
bimbo fugge e va a buttarsi nel torrente, sicuro di trasformarsi in pesce e
di raggiungere così il battello bianco. Aitmatov ha scritto un libro paradigmatico. Il bimbo era stato portato via dalla sua stessa fiaba, da un miraggio di bellezza. Vittima, similmente alla cerva, della violenza e della cecità del male. Una scrittura tesa. sentimenti profondi. Un piccolo capolavoro.
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Oreste
Paliotti Città Nuova settembre 2007 Come germe di grano. Ministro di Gorbaciov durante la
Perestrojka, poi ambasciatore della Kirghisia in Lussemburgo e in Belgio,
Tschingis Aitmatov è una delle figure di massimo spicco mai espresse dal
popolo kirghiso. Nei suoi romanzi, pieni di nostalgia, lirismo e
passionalità, il destino degli uomini si misura con i contrasti fra
tradizione e progresso, pregiudizio e libertà, bellezza e degrado. Nei
suoi romanzi, pieni di nostalgia, lirismo e passionalità, il destino
degli uomini si misura con i contrasti fra tradizione e progresso,
pregiudizio e libertà, bellezza e degrado. Dopo essersi imposto
all’attenzione del pubblico russo e internazionale con Melodia
della terra, col successivo Il
battello bianco, che ha suscitato vivaci discussioni in patria, è
stato definitivamente consacrato come uno dei letterati russi più
ascoltati e autorevoli. Entrambi i romanzi sono ora tradotti in italiano
per i tipi di Marcos y Marcos.
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felici. E non era quella, forse, la felicità?
Perché Danijar le aveva fatto omaggio di tutto l’immenso amore della
terra natia che aveva generato in lui quella musica ispirata; cantava per
Giamilja, cantava lei. La stessa misteriosa emozione che sempre mi veniva
dalle canzoni di Danijar s’impadronì di nuovo di me. E improvvisamente mi
divenne chiaro ciò che volevo. Volevo dipingerli”. In questa parabola piena di echi rurali, di sapori mediorientali, permeata dalla potenza e dalla purezza del canto, amore, bellezza e vocazione artistica trovano una rappresentazione semplice ed esemplare, di intensa suggestione.Anche Il battello bianco, considerato il capolavoro di Aitmatov, è ambientato in Kirghisia. Tra magnifiche montagne, c’è un posto di guardia, un pugno di case affacciate su un torrente. Ci abitano tre famiglie e un unico bambino rimasto senza genitori, affidato alle cure di nonno Momun, la bontà personificata e ineguagliabile narratore di antiche leggende. Come quella di una grande cerva bianca dalle ramose corna, causa di salvezza per un’intera stirpe. Protagonista di questo racconto è proprio il bambino, al quale volutamente l’autore non dà un nome perché chiunque possa identificarsi in lui. Ogni cosa, ogni evento è visto attraverso i suoi occhi puri. Egli parla con i sassi, le cose, la cartella di cui va fiero, il binocolo col quale, dall’alto del Monte Sentinella, assiste al passaggio, ogni sera, di un battello bianco, sul quale immagina il padre tanto atteso. E sogna di tuffarsi e di trasformarsi in pesce per andargli incontro. A turbare l’armonia di questo mondo semplice e fiabesco è il rozzo Orozkul, la guardia forestale, che quando beve diventa violento e infierisce sulla moglie, la sventurata figlia di Momun colpevole di non avergli dato dei figli. (...) Conclude l’autore:«Una cosa sola posso dire, adesso: tu hai respinto quello che il tuo animo di bambino non poteva accettare. É questa la mia consolazione. Hai vissuto come un lampo − che brilla un’unica volta e poi si spegne. Ma i lampi sferzano il cielo... E anche mi consola che per l’umanità la coscienza dei bambini è come il germe di grano − senza germe, il grano non spunta». Con l’impeto e la visione di un grande narratore, Aitmatov mette in scena una tragedia universale, lo scontro tra slancio vitale limpido, gioioso e meschinità greve, cieca, disperante. Romanzo dai significati profondi, dove il dolore si trasfigura in poesia, Il battello bianco è da una parte condanna senza appello verso tutto ciò che è compromesso, volgarità e , in definitiva, travestimento del male, e dall’altra invito appassionato a salvare tutto il bene che può esserci. |
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a.p. La magia fiabesca della natura, il sogno che si sovrappone alla vita e la trasfigura: sono i temi di questo romanzo, triste e bellissimo, che sembra raccontato dalla viva voce di un vecchio saggio delle montagne del Kirghizistan. Il battello bianco è la storia di un bambino abbandonato dai genitori, che vive aggrappandosi all’affetto del nonno e parlando con gli alberi, i fiumi e le rocce delle foreste. Ma la meschina violenza della piccola e soffocante comunità in cui vivono finisce per travolgere l’innocenza e le speranze del vecchio e del nipote. L’atto finale, un osceno banchetto di ubriachi, è di straordinaria potenza narrativa.
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| Alessandra Iadicicco Il Giornale maggio 2007 Fiabesco e feroce. È un romanzo Il battello bianco. E il russo
Tschingis Aitmatov lo scrisse nel 1970. Suona come una favola però, il
racconto di una leggenda kirghisa. E Giliola Venturi che lo ha
splendidamente tradotto potrebbe benissimo averlo trascritto dalla voce di
un contadino invecchiato senza mai allontanarsi dalla sua capanna nella
taiga. Con l’accorgimento di traslitterare in corsivo le parole della
sua lingua remota. Aul: comunità nomade. Baj: principe feudale.
Astapralla: Dio ci protegga. Maral: cervo siberiano dalle grandi corna
ramificate. |
numinosa della bestia che abita le foreste della Siberia si
crede per forza. Perché alla fine - fine violenta e cruenta - il cattivo
di turno ricorrerà alla bruta forza pur di strapparle corona e potere.
Convinto che l’osso duro delle sue corna si potesse stringere fra le
mani come trofeo di vittoria e simbolo di una caduta. Può essere che l’autore di Il battello bianco non si sia inventato niente. Che ad Aitmatov bastasse allungare la mano per toccare i rami cresciuti sulla testa della cerva, un tempo emblema vivo e poi animale araldico e mitologico. Una legge non scritta del suo popolo vuole che ogni kirghiso sappia risalire a memoria, in linea ascendente per sette generazioni, l’albero genealogico della propria famiglia. Di sicuro sono meno di sette le generazioni che riportano l’autore - nato nel 1928 - al passato in cui il Kirgizistan non era unito alle Repubbliche socialiste sovietiche. Né ancora privato, in nome del comunismo, delle sue tradizioni. Ma la storia politica del suo Paese non avrebbe messo a tacere quella mitica della sua etnia. Ministro di Gorbaciov durante la perestrojka, lo scrittore proseguì la carriera diplomatica in Belgio e Lussemburgo. E, sulla scia di Il battello bianco, sull’eco della Melodia della terra (il suo capolavoro del 1958: una storia tutta kirghisa, per Louis Aragon «la più bella storia d’amore del mondo»), perorava la causa delle minoranze etniche d’Eurasia. |
| Alessandra
Schwitter La voce d'Italia maggio 2007 Poi, non ne rimase niente. E' questa la storia. L'ingenuità
dell'infanzia, la purezza cieca e l'onestà morale che la caratterizzano
possono a volte trasformarsi in un nulla. La delusione di un bambino di
fronte alla corrutibilità, all'opportunismo, al compromesso e alla resa
di cui sono capaci gli adulti può annientare una fiaba e dissolverne
l'auspicato lieto fine. C'era una volta un bambino. "Aveva due
favole. Una sua, di cui nessuno era a conoscenza. E l'altra, quella che
raccontava il nonno. Poi, non ne rimase niente. E' questa la storia". |
giorno
la meschinità e la volgarità dell'uomo non si presentarono a sconvolgere
i suoi occhi puri e la tentazione di fuggire lontano con il corpo e con il
pensiero per non arrendersi al male diventò imperativa. |