Un assaggio da:

CHRISTINE BALINT

"Lettere salate"

Oltrepassi le porte dello scalo di Birkenhead con il baule, e l’oceano si distende davanti a te. Il suono dei singhiozzi è soffocato dalle urla dei gabbiani. Come vedi il mare, non ti volti più indietro. Da Birkenhead, l’acqua appare d’un grigio denso. Non distingui altri colori fino all’orizzonte, dove cielo e mare si confondono. C’è sempre vento. Persino in agosto stringi il mantello attorno alla vita.
Un ufficiale ti aiuta a salire sulla scialuppa, tendi le braccia intorpidite. Eviti lo sguardo delle altre donne. Sedete così vicine che senti i loro petti espandersi per respirare. Gli ufficiali scherzano cominciando a remare. Spruzzi gelati ti colpiscono il viso.
Sali sul veliero che ondeggia violentemente. Gli alberi nudi si allungano verso il cielo e spariscono nel grigio. L’odore di vernice fresca si mescola con il sale. Avverti i primi scricchiolii.
Mentre osservi la costa di Portsmouth per l’ultima volta, mani decise ti afferrano il braccio, ti guidano alle scale che conducono giù, sotto il livello dell’acqua.
I letti sono ricavati su due piattaforme rialzate, una sopra l’altra, a meno di un metro di distanza. Dormiamo in due per letto, fianco a fianco. Anche così, soltanto un’assicella sottile separa ogni coppia dalle altre. Le dita dei piedi sono rivolte verso il tavolo da pranzo al centro del dormitorio. Divido con Annie un letto sul tavolato in basso. Abbiamo un materasso di crine, ispido come erba secca. È marrone e odora di polvere. Non è gonfio e soffice come quello che avevo a casa; è schiacciato e liso, consumato da troppi corpi.
A bordo la gente dice che i nostri materassi sono riempiti con i vestiti delle donne annegate. L’imbottitura si infagotta negli angoli. Quando mi sono svegliata l’altra notte Annie era completamente avviluppata nelle nostre lenzuola e restava soltanto la tela ruvida sotto la camicia a darmi la vaga idea di un appoggio. Di notte il boccaporto è chiuso a chiave. Una lanterna a olio affumica il legno delle cuccette.
Annie è magra e pallida, con il corpo slanciato. Capelli grassi lunghi fino alla vita. Il suo alito sa di olio di ricino e tiene le labbra serrate come se avesse ingoiato qualcosa di amaro. O dovesse trattenere con la forza dei segreti. Risucchia la mia aria e mormora parole senza senso nel buio. Mi ricorda un polipo: i suoi tentacoli mi avvolgono il collo e i polsi. Negli ultimi due giorni non l’ho mai vista sorridere ed è raro che rivolga la parola a qualcuno. La notte mi sveglio di schianto sulle assi ai piedi del letto. La testa gonfia di pensieri sul pavimento rigonfio di umidità. Forse se mi sdraiassi di pancia con la mano destra sotto il materasso eviterei di saltare per aria, di sbattere contro la cuccetta di sopra. 

Quando torno a letto, io e Annie finiamo una contro l’altra come costine di agnello in padella. Se avessi saputo, forse non sarei qui.
Da due mattine apro gli occhi e trovo Annie seduta accanto a me, con le ginocchia strette al petto. Dondola persino più del veliero. I muscoli del viso contratti, la pelle verde chiaro.
“Siamo ancora in Inghilterra” protesta. È vero. Sento l’àncora sotto di noi, trattiene il veliero che punta in avanti. Eppure ondeggiamo tanto da non trovare pace neppure nel sonno. Perdiamo le forze ancora prima di cominciare il viaggio.
Probabilmente questo periodo di attesa serve per metterci alla prova. Aspetterò che i respiri del sonno mi circondino per brancolare fino alla cabina in fondo, dove dorme la Signora. La luce della lanterna sul boccaporto mi farà strada. Starò attenta a non cadere troppo pesantemente contro la porta se le scosse del veliero mi faranno perdere l’equilibrio. Tasterò la sottoveste della Signora in cerca della chiave, tendendo l’orecchio per controllare il suo respiro. Poi la chiave d’argento appesa al collo attirerà il mio sguardo. Dorme profondamente. I rotoli di grasso sotto il mento e sotto il seno la tengono ancorata al mondo dei sogni. Non si accorgerà che le mie dita le sfilano la cordicella dal collo.
Sarà la chiave della mia fuga. Salirò in punta di piedi fino al boccaporto e aprirò il portello, che sbatte rumorosamente anche quando è chiuso. Quel cigolìo si confonderà con i cigolii dei cavi, che sono diventati la nostra ninna-nanna. L’oscurità del cielo, l’aria salata e i puntini luminosi delle stelle mi faranno coraggio. Sul ponte mi dirigerò verso le luci di Birkenhead, assaporando lo spazio aperto. Getterò la chiave nella baia, la vedrò sparire nel mare d’inchiostro. Poi mi tufferò. Lo so che l’acqua sarà gelida e agitata, che le gambe si impiglieranno nella camicia da notte. Le braccia mi porteranno verso la certezza della terra.
Sole tra gli emigranti, noi ragazze siamo tenute sottochiave nelle profondità del veliero. Stiamo sul retro, sotto le cabine; il mio dormitorio confina con gli alloggi per le famiglie. Respiro tracce di lavanda attraverso le crepe nella parete, i rumori delle persone mi fanno male alle orecchie. Sento sospiri violenti, risatine spasmodiche. L’aria è viziata da tanta intimità. È rinchiusa con noi sotto il ponte.
A ogni gruppo di ragazze è stato assegnato un cambusiere. Il cambusiere è un padre di famiglia che ha il compito di portare il cibo preparato dalla capogruppo a cuocere in cambusa. Quando è pronto, lo riporta indietro. A parte il nostro cambusiere, il signor Greenwood, non vediamo un uomo per giorni e giorni.

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