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Oltrepassi le porte dello scalo di Birkenhead con il baule, e l’oceano si
distende davanti a te. Il suono dei singhiozzi è soffocato dalle urla dei
gabbiani. Come vedi il mare, non ti volti più indietro. Da Birkenhead, l’acqua
appare d’un grigio denso. Non distingui altri colori fino all’orizzonte,
dove cielo e mare si confondono. C’è sempre vento. Persino in agosto stringi
il mantello attorno alla vita.
Un ufficiale ti aiuta a salire sulla scialuppa, tendi le braccia intorpidite.
Eviti lo sguardo delle altre donne. Sedete così vicine che senti i loro petti
espandersi per respirare. Gli ufficiali scherzano cominciando a remare. Spruzzi
gelati ti colpiscono il viso.
Sali sul veliero che ondeggia violentemente. Gli alberi nudi si allungano verso
il cielo e spariscono nel grigio. L’odore di vernice fresca si mescola con il
sale. Avverti i primi scricchiolii.
Mentre osservi la costa di Portsmouth per l’ultima volta, mani decise ti
afferrano il braccio, ti guidano alle scale che conducono giù, sotto il livello
dell’acqua.
I letti sono ricavati su due piattaforme rialzate, una sopra l’altra, a meno
di un metro di distanza. Dormiamo in due per letto, fianco a fianco. Anche
così, soltanto un’assicella sottile separa ogni coppia dalle altre. Le dita
dei piedi sono rivolte verso il tavolo da pranzo al centro del dormitorio.
Divido con Annie un letto sul tavolato in basso. Abbiamo un materasso di crine,
ispido come erba secca. È marrone e odora di polvere. Non è gonfio e soffice
come quello che avevo a casa; è schiacciato e liso, consumato da troppi corpi.
A bordo la gente dice che i nostri materassi sono riempiti con i vestiti delle
donne annegate. L’imbottitura si infagotta negli angoli. Quando mi sono
svegliata l’altra notte Annie era completamente avviluppata nelle nostre
lenzuola e restava soltanto la tela ruvida sotto la camicia a darmi la vaga idea
di un appoggio. Di notte il boccaporto è chiuso a chiave. Una lanterna a olio
affumica il legno delle cuccette.
Annie è magra e pallida, con il corpo slanciato. Capelli grassi lunghi fino
alla vita. Il suo alito sa di olio di ricino e tiene le labbra serrate come se
avesse ingoiato qualcosa di amaro. O dovesse trattenere con la forza dei
segreti. Risucchia la mia aria e mormora parole senza senso nel buio. Mi ricorda
un polipo: i suoi tentacoli mi avvolgono il collo e i polsi. Negli ultimi due
giorni non l’ho mai vista sorridere ed è raro che rivolga la parola a
qualcuno.
La notte mi sveglio di schianto sulle assi ai piedi del letto. La testa gonfia
di pensieri sul pavimento rigonfio di umidità.
Forse se mi sdraiassi di pancia con la mano destra sotto il materasso eviterei
di saltare per aria, di sbattere contro la cuccetta di sopra. |
Quando torno a
letto, io e Annie finiamo una contro l’altra come costine di agnello in
padella. Se avessi saputo, forse non sarei qui.
Da due mattine apro gli occhi e trovo Annie seduta accanto a me, con le
ginocchia strette al petto. Dondola persino più del veliero. I muscoli del viso
contratti, la pelle verde chiaro.
“Siamo ancora in Inghilterra” protesta. È vero. Sento l’àncora sotto di
noi, trattiene il veliero che punta in avanti. Eppure ondeggiamo tanto da non
trovare pace neppure nel sonno. Perdiamo le forze ancora prima di cominciare il
viaggio.
Probabilmente questo periodo di attesa serve per metterci alla prova. Aspetterò
che i respiri del sonno mi circondino per brancolare fino alla cabina in fondo,
dove dorme la Signora. La luce della lanterna sul boccaporto mi farà strada.
Starò attenta a non cadere troppo pesantemente contro la porta se le scosse del
veliero mi faranno perdere l’equilibrio. Tasterò la sottoveste della Signora
in cerca della chiave, tendendo l’orecchio per controllare il suo respiro. Poi
la chiave d’argento appesa al collo attirerà il mio sguardo. Dorme
profondamente. I rotoli di grasso sotto il mento e sotto il seno la tengono
ancorata al mondo dei sogni. Non si accorgerà che le mie dita le sfilano la
cordicella dal collo.
Sarà la chiave della mia fuga. Salirò in punta di piedi fino al boccaporto e
aprirò il portello, che sbatte rumorosamente anche quando è chiuso. Quel
cigolìo si confonderà con i cigolii dei cavi, che sono diventati la nostra
ninna-nanna. L’oscurità del cielo, l’aria salata e i puntini luminosi delle
stelle mi faranno coraggio. Sul ponte mi dirigerò verso le luci di Birkenhead,
assaporando lo spazio aperto. Getterò la chiave nella baia, la vedrò sparire
nel mare d’inchiostro. Poi mi tufferò. Lo so che l’acqua sarà gelida e
agitata, che le gambe si impiglieranno nella camicia da notte. Le braccia mi
porteranno verso la certezza della terra.
Sole tra gli emigranti, noi ragazze siamo tenute sottochiave nelle profondità
del veliero. Stiamo sul retro, sotto le cabine; il mio dormitorio confina con
gli alloggi per le famiglie. Respiro tracce di lavanda attraverso le crepe nella
parete, i rumori delle persone mi fanno male alle orecchie. Sento sospiri
violenti, risatine spasmodiche. L’aria è viziata da tanta intimità. È
rinchiusa con noi sotto il ponte.
A ogni gruppo di ragazze è stato assegnato un cambusiere. Il cambusiere è un
padre di famiglia che ha il compito di portare il cibo preparato dalla
capogruppo a cuocere in cambusa. Quando è pronto, lo riporta indietro. A parte
il nostro cambusiere, il signor Greenwood, non vediamo un uomo per giorni e
giorni.
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