Ora ti dirò, in poche parole e con ordine,
come trasmigrerai nell’universo
in base alla qualità che in te predomina:
se sei lucido, rinasci dio,
se sei energico, rinasci uomo,
se sei torbido, rinasci bestia;
sono questi i tre livelli dell’esistenza.
Il codice di Manu
1
Ho compiuto cent’anni, e nessuno in questa stanza lo sa. Seduti intorno al
mio letto, fissano il campionario di ampolle e tubicini sospesi su di me. Di
tanto in tanto sospirano, si agitano sui sedili di plastica dura, aspettano che
io muoia. Ci sono anche Mejo e Sejo, sembrano due avvoltoi bianchi, si appendono
alle pale del ventilatore, scivolano lungo le vetrate. I loro sari bianchi
ondeggiano sul letto, il respiratore che mi tiene in vita trema quando si
avvicinano troppo. A volte saltellano sui cavi, e tutti nella stanza guardano il
mio viso speranzosi.
Sono in coma da quarantotto ore e i due rami del parentado già non vedono l’ora
che tolga il disturbo. Non si può più morire in pace. Farò con comodo, che
aspettino. Mi piace stare qui, circondata dalla mia famiglia di questo e dell’altro
mondo. C’è anche mia madre, ma odia il sole, durante il giorno si rifugia
nell’armadio. Neelima, mia figlia, viene di pomeriggio, qualcuno deve pur
lottare con le domestiche pigre, preferibilmente qualcuno in carne e ossa. Nella
stanza ci sono solo donne quasi tutto il tempo, con l’eccezione del medico,
che si affaccia per una breve visita, mi solleva le palpebre e le riabbassa
subito, come se non gli piacesse guardarmi negli occhi. Questa mattina è
apparso mio padre, ma solo per pochi istanti. Sempre che fosse mio padre —
altrimenti perché sarebbe venuto al mio capezzale — a meno che non fosse
semplicemente un fanatico di obitori e cremazioni.
Dovrà aspettare anche lui.
L’ultima volta che ho visto mio padre avevo dieci anni. È scomparso nel 1909,
mi pare, durante un’epidemia. Mejo e Sejo non l’hanno mai amato, anche
adesso, quando compare, gli saltano agli occhi. Mia madre riemerge quando fa
buio, si siede sul letto. Quando non riesco a dormire mi racconta una storia.
“Sei in coma e non riesci a dormire! Sei sempre stata così difficile,
Monimala” commenta ridendo. Mia madre — il suo nome è Shamilidevi, ma
nemmeno lei lo ricorda — ride molto, persino quando è sola. “Mangiare,
dormire, partorire e ora morire — non riesci a fare nulla senza creare
trambusto. Per non parlare di quello che hai combinato quando sei nata. Non lo
dimenticherò mai”.
“Non era il 1899?” domando, ansiosa di ricordarle che ho cent’anni.
“Chi può dirlo? I conti non sono mai stati il mio forte. Ricordo soltanto che
le piogge sono arrivate presto, quell’anno” risponde, accarezzandomi la
testa. Le sue mani sanno di sapone al gelsomino, rubato nella borsa di mia
figlia.
Le piogge sono arrivate presto, e il fiume, colto alla sprovvista, si è
affrettato ad alzarsi, trascinando le rive fangose sulle marcite. Le gallinelle
annidate tra le canne si agitavano freneticamente, tentando di mettere in salvo
i piccoli, gli uccelli delle risaie restavano immobili, immersi nel fango, a
lamentarsi dell’acqua. Shamili guardava la pioggia cadere sui banani, pensava
che presto sarebbero sbocciati i fiori.
“Mangia fiori di banano cotti nel latte e avrai un maschio” le aveva detto
la madre. L’anno precedente aveva mangiato curry di fiore di banano ogni
giorno, aprendo la buccia con le mani all’alba, quando tutti gli altri
dormivano ancora. Li portava a Khendi, insieme pulivano le bucce dai piccoli
millepiedi verdi, schiacciandoli con le dita. Poi Khendi tagliava i fiori gialli
a pezzetti, li bolliva nel latte e li friggeva con lo zenzero.