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Mia nonna era
perennemente in ansia. Ma a poche settimane dallo shradh del nonno
scivolava nel panico. Le due preoccupazioni preferite erano la pulizia
della casa e la preparazione del pranzo speciale per l’occasione. La
terza fonte di ansietà — trovare un prete da nutrire — la teneva da
parte, per potervi dedicare una piena, esclusiva, frenetica attenzione. La
casa, già pulita come un reparto ospedaliero modello, si riempiva del
nauseante odore di fenile.
“Hai preso quello nero?” chiedeva sospettosa a Gopal, il giovane
servo, per accertarsi che fosse la marca giusta, non essendo in grado di
leggere in inglese. Poi, con la bottiglia sotto il naso, ne aspirava l’odore
come fosse brandy d’annata. La stanza destinata alla cerimonia annuale
dello shradh veniva spazzata e strofinata finché dal pavimento a mosaico
si staccavano frammenti di cemento, raccolti dal servo come prova concreta
dei suoi sforzi incessanti. Ogni giorno pensavo che Gopal, quindicenne,
avrebbe protestato e gettato a terra straccio e scopa. Ma non lo fece. Al
contrario, col passare dei giorni, divenne ancora più frenetico, spazzava
e puliva come un invasato.
Fregando il pavimento con lo straccio impregnato di fenile urtava i mobili
e inciampava nei tavoli, e ringhiava a chiunque si frapponesse alla sua
avanzata da polipo.
Nessuno, tranne lui e mia nonna, aveva il permesso di entrare nella stanza
dello shradh. Al pomeriggio, quando il resto della casa dormiva, li vedevo
seduti sul pavimento della grande stanza. Bisbigliavano come cospiratori e
cercavano la più piccola traccia di polvere ancora nascosta.
Un giorno, quando il ragazzo non era di guardia, un passero era entrato e
aveva lasciato sul pavimento tre macchie significative: la scoperta li
rese isterici.
“Forse è un buon segno” azzardò Gopal cercando di evitare i
rimproveri.
Finalmente la fase delle pulizie terminò. E cominciò quella del pranzo.
Le portate principali, khir, puri e curry di patate rimanevano sempre le
stesse, ma bisognava trovare due piatti nuovi. L’intera famiglia
partecipò al dibattito.
“Preparate il gobhi. A Dadaji piaceva” disse mio fratello con un
personale interesse per il cavolfiore.
“No che non gli piaceva. Gli creava aria nello stomaco” rispose mia
nonna.
“Allora facciamo carote e piselli” propose mio padre.
“Nutrirli a carote! non sono mica conigli! E cosa penserebbe il prete?
Prepareremo phulmakhani e curry al formaggio” dichiarò e la questione
venne chiusa.
Mia nonna e Gopal avevano già cominciato a preparare gli ingredienti
necessari per ogni pietanza. Mandorle e uva passa erano state lavate fino
a giacere pallide e inermi nei piatti, enormi quantità del miglior riso
basmati erano state esaminate attentamente alla ricerca di sassolini, le
patate erano state selezionate con la stessa severità minuziosa con cui
mia nonna aveva scelto le mogli per i suoi figli. A un solo giorno dallo
shradh la cucina era riservata a loro. |
I familiari più
impazienti cominciavano già ad arrivare. Non appena le donne mettevano
piede in casa si precipitavano in cucina a dare il loro contributo, senza
che ci fosse bisogno di chiederglielo. Toglievano i sandali, lavavano le
mani e sedevano sul pavimento. Nel giro di pochi minuti lavoravano in
perfetta sintonia con mia nonna, nonostante non le avessi sentito
impartire alcuna istruzione. Per lo più procedevano in silenzio, ma ogni
tanto qualcuna offriva al gruppo una novità piccante.
“Meera bhabi ha avuto un’altra femmina”, e si levava un sospiro
collettivo. “La casa di Ramlalji è stata venduta per dieci milioni”
le faceva restare a bocca aperta per lo stupore. Alcune osservazioni di
rito venivano ripetute ogni anno. “Bibiji, i tuoi occhi riescono a
scorgere anche la più piccola pietruzza nel riso” diceva una cugina, e
mia nonna replicava invariabilmente: “Ai nostri tempi mangiavamo burro
puro, e non c’era la televisione a rovinarci gli occhi”.
Un’altra domanda fissa, una delle preferite della vecchia signora, era:
“Maaji, come fai a tenere la casa così pulita?”
“Mi aiuta questo ragazzo, ma se solo mi distraggo...” diceva, e
aggrottava le sopracciglia dando una rapida occhiata a Gopal. Le donne, e
lo stesso Gopal, intuivano la tacita accusa.
A quel punto era il momento di cominciare a cercare il prete. Ogni donna
riportava informazioni su nuovi preti visti a matrimoni, funerali, shradh,
battesimi e puja per l’inaugurazione di nuove case. Venivano riferiti
altezza, peso ed età di ogni candidato, oltre a ogni altra caratteristica
favorevole, e mia nonna ascoltava assorta, gli occhi avvizziti che
scintillavano come argento antico. Uno a uno li scartò tutti, e cominciò
a piangere appoggiata al muro della cucina. “Cosa sarà della sua anima?
Con che coraggio mi presenterò a lui quando ci incontreremo in cielo? Oh!
O Signore, aiutami a trovare quello giusto” singhiozzò, mentre le donne
osservavano rispettose, con le mani ancora impegnate a sbucciare e
tagliare.
Per mia nonna lo shradh dell’anno prima era stato un fallimento perché
il prete non aveva toccato cibo. Aveva rifiutato il khir con la scusa di
un tasso di glicemia troppo elevato, e accettato solo due puri perché il
dottore gli aveva consigliato di evitare i grassi.
“Si è mai sentito di un prete a dieta? Dove finiremo? Manca solo che
chiedano un’insalata! Quando verrà la mia ora come faranno ad aiutarmi
a traversare il fiume della morte, se si nutrono solo di cibo bollito?”
si era lamentata la nonna per giorni, mentre noi divoravamo gli avanzi,
inclusa la parte migliore che sarebbe spettata al prete.
Per mia nonna il pranzo del sacerdote era il momento cruciale della
cerimonia, quello che avrebbe potuto assegnarle parecchi punti in più nel
conteggio dei meriti divini; eppure negli ultimi dieci anni non aveva mai
trovato un uomo all’altezza delle sue capacità culinarie. Alcuni erano
troppo malandati, e le veniva il sospetto che non fossero veri bramini,
soprattutto a giudicare dai piedi infangati e rovinati.
“Un vero prete ha i piedi puliti e lisci come quelli di un bambino,
visto che gli vengono lavati regolarmente” diceva.
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