|
SULLA TRADUZIONE
di Mario Fubini
Un assaggio dal
numero 34
di TESTO A FRONTE
|
Cum igitur totus textus
sapientiae sit factus in aliis linguis, et dulcius ex ipso fonte
bibuntur aquae quam in rivulis turbidis, atque vinum purius est et
sanius atque virtuosius dum in primitivo vase tenetur quam quum de vase
in vas transfunditur, manifestum est necessarium fore Latinis ut si
volunt puro et sano et efficaci sapientiae liquore potari, quo in fonte
Hebraici sermonis et Graeci et Arabici, tamquam in primitivis vasis
discant sapientiam exhaurire. Numquam enim potuerunt dignitatem
sapientiae in propria forma et figura contemplari, nec ut est in decore
suo nisi in illis linguis eam aspiciant, in quibus primitus fuerat
constituta. O, quantum placet gustus sapientiae his qui sic sunt experti
non sentiunt delectationem sapientiae; sicut nec paralyticus potest cibi
dulcedinem judicare...
S’intende che il valore tutto proprio dell’espressione originale, di
cui con tanta finezza si discorre nel brano sopra citato, s’impone con
maggiore evidenza nel caso della poesia, in cui la parola assume un
valore assoluto e che quanto più la parola al contrario tende ad essere
un semplice mezzo, tanto più facile si presenti il compito del
traduttore, che ove egli abbia dinanzi un linguaggio puramente tecnico
si risolve in un adattamento di una ad altra forma linguistica, un
semplice mutamento di desinenza talora o la sostituzione di uno ad altro
giro di frase.
Ma se da una parte dobbiamo accogliere come verità irrefutabile il
concetto della intraducibilità dell’espressione linguistica e in
particolare dell’espressione per eccellenza che è la poesia (verità
non scoperta dal Croce, ma che nel Croce dell’Estetica trovava per il
concetto d’identità di espressione e intuizione un più saldo
fondamento teorico), dall’altra dobbiamo pure riconoscere che
nonostante la coscienza della fatale inadeguatezza di ogni traduzione
non si è mai tralasciato di tradurre, e di tradurre poesia, anzi più
di una volta di dar giudizio di opere poetiche conosciute soltanto nelle
traduzioni. È concepibile che gli uomini abbiano perseverato in un
lavoro che essi sapevano con più o meno chiara coscienza destinato a
non soddisfarli mai appieno perché a rigore impossibile, un lavoro, per
dirla con Ortega y Gasset, “utopico”? Né ci è dato rispondere a
questa domanda come il filosofo spagnolo, che dopo aver ragionato
acutamente dell’utopismo e della paradossalità dell’opera del
traduttore, la giustifica attribuendo un carattere altrettanto
paradossale e utopistico ad ogni umana intrapresa. L’esistenza delle
traduzioni e l’importanza che esse hanno in tutte le letterature è
fatto che deve essere spiegato, né si può spiegarlo riconducendo una
sia pur relativa traducibilità dell’espressione, sicché ci sembrano
vere due opposte proposizioni, che l’espressione poetica sia
intraducibile e che essa possa sia pure con un certo grado di
approssimazione essere tradotta.
...

TAF
34
|
|
“Pur mo’ venieno i
tuo’ pensier tra’ miei...” Mi sono tornate alla mente, caro Flora,
nel leggere quanto di recente hai scritto sulle traduzioni di opere di
poesia, alcune lezioni che sul medesimo argomento ho tenuto or è
qualche anno ai miei allievi, e mi è parso, quando mi è stato chiesto
di collaborare al volume che colleghi e discepoli ti offrono, che questo
soggetto fosse più di altri opportuno per trattarne come in un
colloquio con te ed anche in una forma ancora provvisoria come in quelle
lezioni, di cui ho qui dinanzi agli occhi gli appunti e da cui tenterò
di ricavare l’essenziale.
Che la traduzione di un’opera di poesia, anzi la traduzione di una
qualsiasi espressione linguistica sia impossibile non è già scoperta
di questo o quel filosofo (e, per fare un nome, del Croce, a cui taluno
rinfaccia fra le altre “colpe” anche questa, di aver inibito
l’esercizio del tradurre proclamandone l’impossibilità), bensì una
verità presente nella coscienza di tutti gli uomini, i quali in quanto
attribuiscono un qualsiasi valore alle parole di cui si servono e non le
considerano soltanto meri segni, non possono non sentire che esse non
sono sostituibili con le altre. Quante volte di questa o di quella
parola, di questo o di quel modo di dire di una lingua si osserva che
non è traducibile; quante volte per questo o per quel poeta si esce a
dire, come riscoprendo in quel caso particolare e come proprio di quel
caso un’antica verità, quel che il De Sanctis ebbe a scrivere nel
saggio sulla Phèdre: “Racine non si traduce”. E già un principe
dei traduttori, S. Girolamo, a proposito dell’arte del tradurre, ne
aveva ricordato le difficoltà in certo senso insuperabili, scrivendo
fra l’altro:
Quod si cui non videtur linguae gratiam interpretatione mutari, Homerum
ad verbum exponat latinum; plus aliquid dicam, eundem in sua lingua
prosae verbis interpretetur: videbit ordinem ridiculum et poetam
eloquentissimus vix loquentem:
e se egli ci rinvia da una parte a Cicerone, dall’altra queste sue
osservazioni saranno più di una volta riprese nel Medioevo, da Dante ad
esempio nel passo notissimo del Convivio: “E però sappia ciascuno che
nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in
altra trasmutare senza rompere tutta sua dolcezza e armonia” e da
Ruggero Bacone, che ne trae validi argomenti per propugnare la
conoscenza delle lingue e dimostrare la necessità di studiare gli
autori nell’originale.

Home
page
|