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LUKE RHINEHART Sono un omone con
grandi mani da macellaio, cosce grosse come tronchi di quercia, mascella
granitica e occhiali massicci dalle spesse lenti. Sono alto un metro e
novanta e peso circa un quintale; somiglio a Clark Kent, solo che quando
mi tolgo gli abiti sono appena più rapido di mia moglie, poco più forte
di uomini che sono metà della mia taglia e non riesco affatto a saltar le
case, per quanta rincorsa mi si conceda. |
La vita è un'isola
di estasi in un oceano di noia e, dopo i trent'anni, è raro veder terra.
Nel migliore dei casi vaghiamo da una smangiata striscia di sabbia a un'altra,
ben presto assuefatti a ogni granello di sabbia che vediamo. Quando sollevai il "problema" con i miei colleghi, mi assicurarono che la sparizione della gioia era, per l'uomo normale, altrettanto naturale del decadimento della carne, e basata, più o meno, sugli stessi mutamenti psicologici. Lo scopo della psicologia, mi rammentarono, era di ridurre l'infelicità, aumentare la produttività, integrare l'individuo nella società in cui è inserito e aiutarlo a vedere e accettare se stesso. Non di alterare abitudini, valori e interessi dell'io, ma di vederli senza idealizzazioni e di accettarli per quello che sono. Questo mi era sempre parso il fine perfettamente ovvio e auspicabile della terapia ma, dopo essere stato analizzato "con successo" e dopo aver vissuto in moderata felicità moderatamente bene con una moglie e una famiglia media per sette anni, scoprii improvvisamente, verso il mio trentaduesimo compleanno, che avevo voglia di uccidermi. E di uccidere anche parecchie altre persone. Feci lunghe passeggiate sul ponte di Queensborough e meditai fissando l'acqua. Rilessi Camus a proposito del suicidio come scelta logica in un mondo assurdo. Sui marciapiedi della metropolitana stavo sempre a dieci centimetri dall'orlo e oscillavo. I lunedì mattina fissavo il flacone di stricnina sul ripiano del mio armadietto. Sognavo a occhi aperti, per ore, di olocausti nucleari che sterilizzavano le strade di Manhattan, di compressori che spiaccicavano accidentalmente mia moglie, di taxi che portavano il mio rivale dottor Ecstein dritto dentro l'East River, di una nostra baby-sitter minorenne che strillava di dolore mentre fendevo la sua terra vergine. Ora, nell'ambiente psichiatrico, il desiderio di uccidersi e di assassinare, avvelenare, violentare o cancellare gli altri dalla faccia della terra viene generalmente considerato "malsano". Cattivo. Perverso. Per essere precisi, peccato. Se hai il desiderio di ucciderti, devi capirlo e "accettarlo", ma non devi, per l'amor di dio, ucciderti. Se desideri conoscere carnalmente minorenni indifese, devi accettare la tua lussuria e non toccare nemmeno il loro alluce. Se odi tuo padre, benissimo ma non avventarti su quel vecchio bastardo con una clava. Capisciti, accettati, ma non essere te stesso. È una dottrina conservatrice, intesa ad aiutare il paziente a evitare atti violenti, passionali e insoliti e a permettergli di condurre una prolungata e rispettabile esistenza di moderata infelicità. Di fatto è una dottrina che mira a far vivere tutti come psicoterapeuti. Il solo pensiero mi nauseava. |