LUKE RHINEHART
L’uomo dei dadi

Sono un omone con grandi mani da macellaio, cosce grosse come tronchi di quercia, mascella granitica e occhiali massicci dalle spesse lenti. Sono alto un metro e novanta e peso circa un quintale; somiglio a Clark Kent, solo che quando mi tolgo gli abiti sono appena più rapido di mia moglie, poco più forte di uomini che sono metà della mia taglia e non riesco affatto a saltar le case, per quanta rincorsa mi si conceda.
Come atleta sono eccezionalmente mediocre in tutti gli sport principali e in parecchi sport minori. Gioco un poker temerario e disastroso e in borsa sono
cauto e competente. Ho sposato una graziosa ex capoclaque e cantante rock-and-roll e ho due deliziosi bambini anormali, non nevrotici. Sono
profondamente religioso, ho scritto uno splendido romanzo pornografico di prim'ordine, Nudo su un'isola sconosciuta, e non sono né sono mai stato ebreo.
Capisco che è vostro compito come lettori cercare di cavare da queste informazioni un quadro coerente e credibile, ma temo di dover aggiungere che sono normalmente ateo, che ho gettato via a casaccio migliaia di dollari, che ho fatto saltuariamente il rivoluzionario contro il governo degli Stati
Uniti, la città di New York, il Bronx e Scarsdale e che sono ancora un membro tesserato del partito repubblicano. Sono il creatore, come molti di
voi sanno, di quei famigerati Centri del Dado per esperimenti sul comportamento umano che sono stati definiti dal «Journal of Abnormal
Psychology» come "offensivi", "non etici" e "divulgativi", dal «New York Times» come "incredibilmente fuorviati e corrotti", dalla rivista «Time» come "cloache" e dalla «Evergreen Review» come "brillanti e divertenti".
Sono stato un marito devoto, un adultero multiplo e un omosessuale sperimentale; un analista abile e quotato e l'unico a essere stato espulso sia dall'Associazione psicoanalisti di New York che dall'Associazione medica americana (per "attività sconsiderate" e "probabile incompetenza"). Sono
ammirato e lodato da migliaia di discepoli dei dadi sparsi in tutta la nazione ma sono stato per due volte in un ospedale psichiatrico in qualità di paziente e una volta in prigione, sono attualmente latitante e spero, dado permettendo, di restarlo almeno fino a quando avrò terminato questa autobiografia di cinquecentododici pagine.
La mia professione originaria è stata la psichiatria. La mia passione, sia come psichiatra sia come uomo dei dadi, è stata cambiare la personalità umana. La mia. Quella degli altri. Quella di tutti. Dare agli uomini un senso di libertà, di esaltazione, di gioia. Restituire alla vita l'emozione che proviamo quando con i piedi nudi tocchiamo la terra all'alba e vediamo
il sole prorompere tra gli alberi di montagna come un lampo orizzontale; quando una ragazza offre per la prima volta le labbra per essere baciata;quando un'idea, improvvisamente, esplode nel nostro cervello riorganizzando, in un istante, le esperienze di tutta una vita.

La vita è un'isola di estasi in un oceano di noia e, dopo i trent'anni, è raro veder terra. Nel migliore dei casi vaghiamo da una smangiata striscia di sabbia a un'altra, ben presto assuefatti a ogni granello di sabbia che vediamo.
Quando sollevai il "problema" con i miei colleghi, mi assicurarono che la sparizione della gioia era, per l'uomo normale, altrettanto naturale del decadimento della carne, e basata, più o meno, sugli stessi mutamenti psicologici. Lo scopo della psicologia, mi rammentarono, era di ridurre
l'infelicità, aumentare la produttività, integrare l'individuo nella società in cui è inserito e aiutarlo a vedere e accettare se stesso. Non di alterare
abitudini, valori e interessi dell'io, ma di vederli senza idealizzazioni e di accettarli per quello che sono.
Questo mi era sempre parso il fine perfettamente ovvio e auspicabile della terapia ma, dopo essere stato analizzato "con successo" e dopo aver vissuto in moderata felicità moderatamente bene con una moglie e una famiglia media per sette anni, scoprii improvvisamente, verso il mio trentaduesimo
compleanno, che avevo voglia di uccidermi. E di uccidere anche parecchie altre persone.
Feci lunghe passeggiate sul ponte di Queensborough e meditai fissando l'acqua. Rilessi Camus a proposito del suicidio come scelta logica in un mondo assurdo. Sui marciapiedi della metropolitana stavo sempre a dieci centimetri dall'orlo e oscillavo. I lunedì mattina fissavo il flacone di stricnina sul ripiano del mio armadietto. Sognavo a occhi aperti, per ore, di olocausti nucleari che sterilizzavano le strade di Manhattan, di compressori che spiaccicavano accidentalmente mia moglie, di taxi che portavano il mio rivale dottor Ecstein dritto dentro l'East River, di una nostra baby-sitter minorenne che strillava di dolore mentre fendevo la sua terra vergine.
Ora, nell'ambiente psichiatrico, il desiderio di uccidersi e di assassinare, avvelenare, violentare o cancellare gli altri dalla faccia della terra viene
generalmente considerato "malsano". Cattivo. Perverso. Per essere precisi, peccato. Se hai il desiderio di ucciderti, devi capirlo e "accettarlo", ma non devi, per l'amor di dio, ucciderti. Se desideri conoscere carnalmente minorenni indifese, devi accettare la tua lussuria e non toccare nemmeno il loro alluce. Se odi tuo padre, benissimo ­ ma non avventarti su quel vecchio bastardo con una clava. Capisciti, accettati, ma non essere te stesso.
È una dottrina conservatrice, intesa ad aiutare il paziente a evitare atti violenti, passionali e insoliti e a permettergli di condurre una prolungata e rispettabile esistenza di moderata infelicità. Di fatto è una dottrina che mira a far vivere tutti come psicoterapeuti. Il solo pensiero mi nauseava.


Scheda del libro
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