Charles Willeford
Miami Blues

Frederick J. Frenger jr, brillante psicopatico californiano, chiese alla hostess della prima classe un altro bicchiere di champagne e carta e penna.
Lei gli portò una bottiglietta ghiacciata, tolse il tappo e
gliela lasciò, poi tornò con carta da lettera della Pan Am e una biro bianca.
Per un’ora Freddy sorseggiò champagne e si esercitò a
firmare: Claude L. Bytell, Ramon Mendez e Herman T. Gotlieb.
Non era facile imitare le firme della sua collezione di
carte di credito, patenti e carte d’identità; ma passata un’ora, finito lo champagne, quando fu servito il pranzo – martini, fettina, patate arrosto, insalata, torta al cioccolato, due bicchieri di vino rosso – Freddy decise che era abbastanza vicino agli originali.
Sapeva che il modo migliore di falsificare una firma era
capovolgerla e disegnarla piuttosto che tentare di imitare la grafia. Funziona sempre, se hai tempo e pace e vuoi contraffare un assegno o un documento. Per usare carte di credito rubate, però, avrebbe dovuto firmare le ricevute con disinvoltura davanti a commessi e cassieri presumibilmente sul chi vive.
Comunque, "abbastanza bene" di solito bastava per
Freddy. Non era un perfezionista, e raramente riusciva a dedicarsi a un’attività per più di un’ora senza che la sua mente cominciasse a vagare. Guardò i tre portafogli e si ritrovò a pensare a chi li aveva posseduti. Uno era di cervo, l’altro di finto struzzo e il terzo di semplice cuoio, pieno di foto a colori di bambini insulsi. Perché portarsi in giro le foto di bambini così brutti? E perché comprare finto struzzo, quando con due o trecento dollari in più ti prendi un portafogli di vera pelle di struzzo? Il cervo poteva capirlo; è soffice e robusto, e più lo usi più diventa morbido. Decise di tenere quello di cervo. Ci fece stare tutte le carte di credito, le carte d’identità, persino le foto dei bambini insulsi, poi infilò i due portafogli vuoti nella tasca del sedile davanti, dietro la rivista della compagnia aerea.
Bello pieno, leggermente alticcio dopo il martini e il vino,
Freddy si adagiò nell’ampio sedile reclinabile stringendo in grembo il cuscinetto della compagnia aerea.
Dormì di gusto finché la hostess non lo svegliò gentilmente
e gli chiese di allacciare la cintura e 

prepararsi per la discesa verso l’aeroporto di Miami.
Freddy non aveva bagaglio e si mise a girare per l’elefantiaco
aeroporto prestando attenzione agli annunci che rimbombavano dagli altoparlanti, prima in spagnolo, poi, lunghi la metà, in inglese. Voleva prendere un taxi e trovare un hotel, gli mancava solo un bel bagaglio. Meglio due colli, ma un portaabiti Vuitton sarebbe andato benissimo.
Si fermò un istante per accendersi una Winston e
uscì in ricognizione su una lunga fila di turisti americani e di esili indios diretti nello Yucatán. I vacanzieri si tenevano stretti i loro bagagli, e gli indios trascinavano scatoloni tenuti insieme da nastro adesivo grigio. Nulla che facesse al caso suo, lì.
Un Hare Krishna, malamente agghindato con jeans,
maglietta, giacchetta sportiva carta da zucchero e parrucca castana sbilenca sulla testa, raggiunse Freddy e gli attaccò sulla giacca di pelle grigia una spilla con un leccalecca a strisce rosse e bianche. Freddy sentì montare una rabbia incontrollabile quando la spilla entrò nel risvolto della giacca da duecentottantasette dollari, comprata il giorno prima a spese di Claude L. Bytell da Macy, a San Francisco. Avrebbe potuto togliere la spilla, certo, ma sapeva che il forellino sarebbe rimasto lì in eterno per colpa di quell’idiota.
«Io voglio essere tuo amico» disse l’Hare Krishna «e...»
Freddy afferrò il dito medio dell’Hare Krishna e glielo piegò indietro con forza. Il Krishna strillò. Freddy spinse di più e piegò il dito fino a romperlo. Il Krishna urlò, un suono stridulo e gorgogliante, e crollò in ginocchio.
Freddy lasciò andare il dito penzolante e, mentre il
Krishna si accasciava strillando, la parrucca cadde, scoprendo la testa rasata.
Due uomini, palesemente imparentati, che avevano assistito
alla scena, cominciarono a ridere e applaudire. Una donna di mezza età con un poncho colombiano, come sentì un turista dire "Hare Krishna", prese dalla borsetta una cicala anti-Krishna e cominciò ad azionare il rumoroso arnese sulla sua faccia stravolta. Il compagno del Krishna ferito, vestito uguale ma con la parrucca nera, lasciò la fila dell’Aéromexico che si stava lavorando, si avvicinò e se la prese con la donna che suonava la cicala. Il più vecchio dei due uomini che ridevano gli si avvicinò da dietro, gli strappò la parrucca e la lanciò sopra le teste della gente che era accorsa.

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