MICHAEL ZADOORIAN

Second Hand - Una storia d'amore

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Caterina Vianello, www.nonsolocinema.com, marzo 2009
Berarda Del Vecchio, Leggere Tutti, marzo 2009

Ferdinando Cotugno, raramente.net, gennaio 2009, intervista

LN - Libri Nuovi, gennaio 2009

Carlo Mazza Galanti, Alias, settembre 2008

Maria Simonetti, L'espresso, agosto 2008

Silvia Del Ciondolo, wuz.it, luglio 2008

Matteo B. Bianchi, linus, luglio 2008

Marco Denti, lettera.com, giugno 2008

Marieclaire, giugno 2008

Flair, giugno 2008

XL, giugno 2008

Alberto Picci, Il Biellese, giugno 2008

Carlotta Vissani, Mangialibri, giugno 2008

Gianfranco Franchi, lankelot.eu, giugno 2008

Gian Paolo Serino, D – la Repubblica delle Donne, giugno 2008

Marco Petrella, L'Unità, giugno 2008, recensione a fumetti

Damir Ivic, Il Mucchio, luglio/agosto 2008, intervista

Carlotta Vissani, Buscadero, luglio 2008

 

 

 

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Ecco il booktrailer girato da Many Hands dedicato a
 Second Hand-Una storia d'amore




pareri dei librai

Libreria Atlantide, Castel S. Pietro Terme

Stefano Gobbi, Libreria Dinoitre, Torino

Nicola Roggero, Libreria Angolo Manzoni, Torino

Ferdinando Cotugno
raramente.net

gennaio 2009

La solitudine del junker - 
Michael Zadoorian su America e libertà

Se non fosse così innocente, l’amore per le cose vecchie che pervade Second Hand avrebbe qualcosa di perverso. L’autore è Michael Zadoorian, un armeno di Detroit: il suo libro entra nell’America che ha la nausea del nuovo e che, come Richard, strano eroe hipster, è a caccia di tesori nascosti nelle svendite dei garage, negli sgomberi delle case, nei locali dell’Esercito della Salvezza. Richard ama, soffre, piange e gioisce attraverso la sua ossessione per il recupero delle “cianfrusaglie”. Quando le rianima, le mette in circolo per il mondo, Richard vive i “momenti junk”, un po’ come madeleine proustiane del tempo di oggi. Second Hand è anche la sua storia di amore con un’altra matta, Teresa, tormentata da un lavoro terribile: sopprimere animali abbandonati al canile.

Che tipo di ribellione è ri-usare le cose e comprarne solo di seconda mano, come fanno i junker?

Non si tratta solo di combattere il materialismo che domina l’America, o di riciclare e quindi essere in regola con la propria coscienza ecologica. Fare junking è soprattutto l’esercizio di una volontà libera. Quando decidiamo di amare un oggetto vecchio e consunto, abbiamo trovato il modo di non ascoltare i pubblicitari o i designer, ma i nostri gusti e la nostra sensibilità. Come dice Richard, invertiamo il bello e il brutto, il bizzarro e l’elegante, quello che ha valore con quello che non ne ha. Questa è una forma di libertà. Tutto questo può anche arrivare a danneggiare il capitalismo stesso, che infatti prova a reagire infilando sul mercato tutta una serie di cose nuove create per sembrare vecchie. Oppure, basti pensare a una come Martha Stewart, che ha costruito un impero sul far risorgere a nuova vita le cose vecchie.

Pensi che la junk culture – l’ansia di salvare quello che gli altri gettano via - sia anche il simbolo di un’America in declino, che scava nel passato per non dover guardare al presente?

E’ vero che l’America sta perdendo il suo ruolo nel mondo, ma non penso che la junk culture ne sia un segnale. La nostalgia per le cose vecchie deriva da un sentimento personale, non politico, è il desiderio di tornare a un tempo che non sia complicato come il nostro. I junker non vogliono indietro gli anni ’50, dominati da sessismo, razzismo, conformismo. Però, come dice Richard, desiderano qualcosa che vada anche al di là dell’innocenza: quasi un ritorno all’ignoranza, propria di un’epoca in cui non se ne sapeva così tanto, e per questo il mondo sembrava loro più leggibile.

Nel libro, ti riferisci ai junker che frequentano il negozio di Richard come hipster. Chi sono gli hipster? Sono una sottocultura, come il punk e il grunge?

  Se non parliamo di moda, cioè i tizi che si fanno crescere i baffi o indossano cappelli da camionista solo per sembrare spiritosi e auto-ironici, allora si, penso che essere hipster è far parte di una subcultura, fatta della ricerca di un modo diverso di vivere, di pensare. Gli hipster però sono in giro da tempo, sono quelli che hanno vissuto al margine di tutte le società: erano hipster gli esuli parigini della generazione perduta, gli scrittori della beat generation, o anche gli hippie degli anni ‘60. Se mi chiedi quali sono i tre più grandi hipster di sempre, io ti dico Lenny Bruce, Thelonius Monk e Kurt Cobain, esuli che, proprio vivendo al margine della società, erano in grado di mostrare a tutti una nuova strada, un nuovo modo di essere. E quando la strada si trasforma in stile, in moda, gli hipster sono già arrivati altrove, in un nuovo e inesplorato margine.

 

 

 

Richard e Teresa si amano attraverso le loro reciproche ossessioni, il junking e gli animali, che per tutta la vita hanno sempre coltivato in solitudine. Perché?

Molte persone sono definite dalle loro ossessioni. Penso spesso a una cosa che ha scritto John Irving: “bisogna essere ossessionati, e rimanere ossessionati”. Io vorrei essere all’altezza di questa ambizione, ma non ci riesco. Ho solo le mie piccole nevrosi quotidiane, niente di così folle o grandioso. E’ anche vero però che l’identità è qualcosa che ci sequestra, che ci tiene in ostaggio, ci porta lontano dagli altri, in luoghi e vite solitarie.

Che tipo di scrittore sei?

Uno di quelli che lavorano dal lunedì al venerdì. Alle 7.30 sono alla mia scrivania, e non posso aspettare l’ispirazione, devo andarmela a prendere, la devo intrappolare, anche ingannarla offrendole dei dolcetti, se necessario. Scrivere è stato per anni il mio segreto da nascondere in soffitta, non ne parlavo con nessuno che non fosse mia moglie, lavoravo alle mie cose la mattina presto, proprio come ora, senza cercare di dare un nome a quello facevo. Mi esercitavo molto sui racconti di Carver, come molti altri scrittori che hanno iniziato negli anni Ottanta. E’ stato il miglior metodo possibile, con Carver ho capito come funzionano le storie e sono riuscito a trovare la mia voce. A quel punto, ho lasciato il lavoro che avevo, senza aver ancora pubblicato nulla, e mi sono iscritto ad una scuola di scrittura. Ancora oggi, però, faccio fatica a pensarmi come un vero scrittore.

Il tuo stile di racconto è molto cinematografico, ma ha anche qualcosa di radiofonico, come se nella voce di Richard fosse una radiocronaca della sua vita. Come ci sei riuscito?

Qualunque genere di racconto deve ambire a catturare tutti i sensi, eppure la narrazione è un medium principalmente visivo. Più che perseguirlo, come risultato, penso che sia una cosa che succede e basta. Per quanto riguarda la voce, io cerco di creare un flusso di coscienza che abbia un valore ritmico, ma che suoni anche naturale e quotidiano. Tutto però deriva dalla natura dei personaggi. Tutto parte dal mio rapporto con loro, sia la qualità visiva che il ritmo del racconto.

E ora?

Il mio prossimo romanzo parla di un viaggio a Disneyland fatto da due vecchi prima di morire. Il titolo è “The Leisure Seeker”, esce in America a febbraio. Sono una coppia di anziani che scappa dalla troppo amorevoli cure dei figli adulti e dei dottori. Si mettono in macchina e percorrono tutta la Route 66 fino al parco di divertimenti di Los Angeles. Sono molto malati, quindi potrebbe essere la loro ultima vacanza insieme. E’ molto meno tetro di quello che può sembrare, in realtà il loro è un viaggio divertente, quasi comico, su questa gloriosa strada che ora è invasa da queste gigantesche icone pubblicitarie di mucche, polli, astronauti.

 

Marco Denti
lettera.com
giugno 2008

Second Hand: Due è meglio di uno 

Richard ha una bottega in cui ricicla e vende oggetti di seconda mano. Per lui è qualcosa in più di un lavoro: è un passione, è uno stile di vita e un modo per affrontarla. Un giorno nel suo negozio piomba Theresa e le sue certezze, di prima e seconda mano, vacilleranno nei gorghi di una storia d'amore tormentata e frammentaria.
Sprechiamo luoghi comuni per dire il tempo vola, che passa indifferente, che cura tutte le ferite, ma in realtà il tempo non fa che rendere tutte le ferite fatali. 
Il titolo del primo romanzo di Michael Zadoorian esprime un concetto chiaro e elementare: la seconda volta è meglio della prima. Di conseguenza, la filosofia del protagonista è piuttosto: "Sono convinto che quando possiedi qualcosa che è appartenuto a un'altra persona, stabilisci un contatto segreto con lei, con il suo passato. E' un modo per toccare una persona senza incasinarsi con i sentimenti. Ecco cosa rappresentano gli oggetti di seconda mano, per me. Ma ovviamente ci sarà sempre gente che si domanderà solo se quelle mani fossero lavate come si deve". Se la la roba di seconda mano, nella più rigorosa tendenza junk, lo aiuta a rapportarsi con il mondo esterno, 

 

quello cosiddetto normale e di prima scelta, il fragile contatto umano con una cliente enigmatica, Theresa, lo porta a sovvertire molte delle sue regole principali e a buttarsi in una storia d'amore con la stesso trasporto con cui va a caccia di anticaglie perché comunqe "il 
problema è che non sai mai esattamente cosa stai cercando, fino al momento in cui non lo trovi". La love story indicata a chiare lettere dal sottotitolo procede a scatti e va su e giù con le bizze dei due protagonisti, tra momenti imbarazzanti (il primo incontro resterà nella storia per la goffaggine di entrambi) e piccoli svolte liriche. Molto dipende dalle idiosincrasie di Richard che si sente bloccato "nel futuro, senza un indizio". Un po' dipende anche dagli umori volubili di Theresa, che soffre di insonnia e di incubi dovuti a un lavoro improbabile. Attorno a questa improbabile coppia Michael Zadoorian riesce a costruire l'idea di un romanzo divergente, che fugge l'ovvietà e la banalità, magari frugando tra qualcosa destinato altrimenti a diventare spazzatura, però cercando un proprio codice personale, quasi un'ecologia dell'identità perché, di prima o di seconda mano, "la morale è: vi piace ciò che vi piace, bello, brutto, o meravigliosamente brutto". L'ironia, la scrittura frizzante, anche quando il sapore della storia tocca l'amarezza, e tutto sommato il garbo romantico con cui Michael Zadoorian annoda, snoda e riannoda i legami tra Richard e Theresa possono anche trarre in inganno, ma Second Hand riesce ad essere leggero e acuto nello stesso tempo quando suggerisce "create i vostri codici personali". Sembrerà un luogo comune, banale e usato, o di seconda mano, per restare in tema, ma dice la verità. 

Carlo Mazza Galanti
Alias
settembre 2008

Bersagli americani

Zadoorian e la protesta del junker

Un film intervista a Nam June Paik mostra il videoartista sudcoreano, il braccio posato sopra un televisore anni ’50, che recita un aforisma di Gertrude Stein: «Gli Stati Uniti sono la nazione più antica dell’epoca moderna». Richard, protagonista di Second Hand, una storia d’amore, il primo romanzo dell’americano Michael Zadoorian (Marcos y Marcos, trad. di Michele Foschini, pp. 318, € 16,00), confessa subito il suo debole per l’oggettistica anni ’50. Ma se la frase di Stein/Paik può indicare un punto di forza del romanzo è perché la merce costituisce, quasi suo malgrado, una riserva pressochè inesplorata di memoria culturale. L’abbraccio pieno di allusioni di Paik con quel vecchio televisore sembra riassumere lo spirito del «junker» che il romanzo si sforza di celebrare. Il junker (da junk: ciarpame, cianfrusaglia, rottame) è la più aggiornata evoluzione di una figura che molta parte ha avuto nell’arte novecentesca: lo straccivendolo, il bricoleur metropolitano. Nella parole di Baudelaire: «Tutto ciò che la grande città ha rifiutato, tutto ciò che essa ha perduto, tutto ciò che ha disdegnato, tutto ciò che ha rotto, egli lo cataloga, lo colleziona.
Consulta gli archivi della dissolutezza, il cafarnao dei rifiuti, fa una cernita, una scelta intelligente». Nella nascente civiltà industriale il baudelairiano chiffonnier veste gli abiti del reietto. 

 

 

 

 

Nella patria del consumo sregolato il junker Richard si accontenta di affermare una marginalità intimidita. Ma non rinuncia a trovare la sua passione per le reliquie moderne l’obiezione discreta allo stile di vita di tutti coloro che con la merce «credono di rendere le loro vite più piene, ma le rendono solo più pesanti». Inseguendo le vendite per sgombero o decesso, i mercatini da cortile e i magazzini degli eserciti della salvezza, ogni giorno Richard rifornisce il suo eccentrico negozio di schegge di storia americana, frequentato da chi, come lui, è, «contento se le cose vengono usate» e cerca nella seconda mano una alternativa alla «caccia al drago delle novità». Certo, Richard sa che la merce è un destino ineluttabile: «Non fraintendetemi. Io amo gli oggetti. Io sono prigioniero della mia natura materialista, ma la spazzatura mi ha insegnato a fare quello che posso per contrastarla, almeno un po’». Il junker si muove sul confine sottile che lo separa dai sempre più complessi e compiacenti gusti di nicchia: vintage, pauperismo, radical-chic, etc investono il bricoleur delle insegne dell’ « hipster», del «camp», della moda ricercata e superficialmente contestativa. Per non cedere alle lusinghe del «secondo grado» («oggigiorno il mulino dell’ironia manda tutto in crusca»), le seduzioni delle cianfrusaglie rispondono, in Richard a un bisogno più profondo. L’ultimo capitolo, messicano, nobilita la storia sentimentale un po’ scontata di Second Hand: a Oaxaca, il  dìa de muertos, il tema delle cianfrusaglie e quello dell’amore impossibile si elevano nella celebrazione della morte e nello spreco simbolico: «Quando la vita viene gettata via, si moltiplica» è l’insegnamento che Richard ricava dalle parole di Octavio Paz, davanti alle tombe «decorate» di paccottiglia di Xoxocatlàn.

 

 

Libreria Atlantide,
Castel San Pietro Terme (Bologna)

agosto 2008

Libreria Atlantide usa cercare libri fuori catalogo per i propri clienti, e a volte capita di avere per le mani volumi di fine Ottocento, e di pensare alle tante librerie che hanno abitato, alle guerre a cui sono sfuggiti, alle case e alle mani che li hanno sfogliati. Per questo leggendo SECOND HAND ci pare di aver trovato un amico nell’autore, capace di cogliere queste sfumature!

Un adorabile libro, da gustarsi in pieno relax in queste giornate estive. Richard, il protagonista (e anche l’autore) è uno junker, non nel senso di proprietario terriero prussiano, bensì di cercatore incallito di cianfrusaglie di seconda mano. Non è solo un hobby, un lavoro, è qualcosa di più, una vero e proprio ideale, lo scopo fondamentale della sua vita. Ogni oggetto acquistato nelle cantine o nelle soffitte, nei mercatini di beneficenza, racconta una storia, ha in sé la vita del suo proprietario, dei precedenti proprietari, parla di vita e di morte, di gioia e dolore, ben altra cosa delle meraviglie high tech appena uscite da un superstore. Un libro che si legge con il sorriso sulle labbra, dove ogni pagina riserva una piccola sorpresa, un romanzo che contiene le possibilità dell’animo umano di andare oltre le proprie imperfezioni,accettandole con il sorriso sulle labbra.

Maria Simonetti
L'espresso
agosto 2008

L'uomo che resuscita gli oggetti

Grande successo per Second Hand dell'esordiente Michael Zadoorian. Protagonista: un cacciatore di cianfrusaglie usati che così cerca di rivivere la propria gioventù. Tra un amore difficile e la passione per la ricerca.

Second Hand (Marcos y Marcos), romanzo d'esordio di Michael Zadoorian, ha avuto un successo strepitoso. Critica alle stelle, schiere di fan in aumento (siamo all'ottava ristampa) e Zadoorian, quarantenne di Detroit che scrive in prima persona e assomiglia non poco al suo protagonista Richard, incoronato guru assoluto del popolo di rigattieri e collezionisti. Di più, un "Dio delle cianfrusaglie". 

Richard è un junker, un cacciatore di oggetti di seconda mano. Ha un negozietto alla periferia di Detroit dove rivende le cianfrusaglie - dalla poltrona cinese rossa anni '40 a vecchi bicchieri da bar, camicie King Richard original e barometri a forma di cascate del Niagara - che trova setacciando l'Esercito della Salvezza, i mercatini, le svendite nei garage nelle case che cambiano inquilino. Per lui, più che un lavoro, è una filosofia di vita: possedere qualcosa che è appartenuto a un'altra persona ti mette in contatto con lei, con il suo passato. Puoi comunicarci senza incasinarti con i sentimenti.

In più, le cianfrusaglie hanno il potere di evocare emozioni del passato. Funziona così: "All'improvviso - bang - vedi un bicchiere da succo di frutta uguale a quello che usavi quando avevi sei anni... Queste epifanie, queste occasioni di ricordo travolgente, sono i momenti junk della nostra vita". Istanti di autentica illuminazione, secondo Zadoorian. In cui non resta che acquistarlo, quel bicchiere da succo di frutta, di certo a dieci volte il suo prezzo originale. 

E riusarlo, illudendoci di aver fermato il tempo e ricomprato la giovinezza, o l'innocenza. Un giorno nel negozio arriva Theresa: lei, al contrario di lui che ridà vita agli oggetti, è una specie di stermina-gatti che dispensa iniezioni letali. La storia d'amore è difficile, dura da vivere per entrambi. Ma si va avanti. Seguendo il motto del vero junker: tocca continuare a cercare.

 

Matteo B. Bianchi
linus

luglio 2008

In un mondo ossessionato dalla novità e dai nuovi ritrovati tecnologici, il recupero di vecchi materiali può diventare una vera e propria filosofia di vita. Michael Zadoorian, in questo delicato e genuinamente romantico romanzo autobiografico, racconta la propria bruciante passione per le cianfrusaglie: giorni interi passati fra rigattieri, sgomberi cantine, negozietti dell’usato e svendite private alla ricerca di oggetti dimenticati, appartenuti a qualcun altro.
Perché, secondo l’autore, “Quando possiedi qualcosa che è appartenuto a un’altra persona, stabilisci un contatto segreto con lei, con il suo passato. È un modo per toccare una persona senza incasinarsi coi sentimenti”. Un concetto che ha sicuramente un certo fascino.

 

Silvia Del Ciondolo
wuz.it
luglio 2008

 

"Da piccoli possediamo una cosa, e da grandi siamo disposti a ricomprarla per cento volte il suo prezzo originale. Crediamo di ricomprare la giovinezza, o l'innocenza, ma in realtà ci stiamo ricomprando l'ignoranza. Vogliamo ricordarci un tempo nel quale sapevamo molte meno cose"
Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questo libro ho avuto quasi uno shock of recognition. Più andavo avanti e più mi dicevo che avrei potuto scriverle io quelle frasi, non nella stessa bella forma magari, ma riguardo al contenuto, non c’erano dubbi. Perché buttare via oggetti che potrebbero interessare ad altre persone, perché acquistare prodotti nuovi quando al mondo già ne esistono tanti altri, più belli e più veri? Senza contare che ciò vale a prescindere dal fatto che il mondo è pieno di rifiuti che prima o poi ci sommergeranno.
A dire la verità, prima vorrei togliermi un sassolino dalle scarpe (ok, queste non sono usate, in tutta onestà le calzature sono uno dei pochi accessori che non posso fare a meno di comprare nei negozi “normali”). Un aspetto non mi ha pienamente convinta in questo romanzo, che si è rivelato essere molto simpatico e altamente poetico. La storia d’amore. Con tanto di happy end. Ma è pur sempre vero che a un sacco di lettori piacerà, e il fatto che io non sopporti il buonismo nelle relazioni non è certo una considerazione oggettiva, bensì un gusto personale. Prendetela come un complimento, Second Hand reggerebbe benissimo anche senza la storia d’amore del sottotitolo. Detto ciò, addentriamoci nel vivo della narrazione. Zadoorian descrive in modo divertente e originale, ma profondo, uno dei microcosmi più affascinanti e degni di menzione: l’universo retro kitsch del perfetto junker. Sì, ho detto proprio junker: colui che ha l’ossessione per il junk, ovvero per i carabattoli, le cianfrusaglie, il ciarpame, le cose vecchie, insomma, gli oggetti usati.
Tutta la vita del protagonista, Richard, ruota intorno a queste inutili e stupende suppellettili. La mattina va in giro per svendite in casa di gente defunta o spedita in ospizio, sgomberi di garage e Eserciti 

 

della Salvezza, il pomeriggio lo passa nel suo, di negozio dell’usato, il Satori Junk, a spolverare e cogliere le illuminazioni e la saggezza che gli oggetti vissuti infondono a chi li sa cogliere. Nella società dell’ipertecnologico e della caccia al trendy, Richard non ama le cose nuove perché non vibrano, sono noiose, non hanno nulla da raccontare. Per contro, si pensi a quanti frammenti di vita restano attaccati agli oggetti appartenuti ad altri individui che li hanno toccati, usati, amati. Possedendoli, si può comunicare segretamente con chi li ha maneggiati, con il passato di questi sconosciuti. Certo, è interessante vedere soprattutto cosa succede quando gli oggetti in questione erano di proprietà di qualcuno che si conosceva. La madre di Richard muore, e lascia ai due figli l’incombenza dello sgombero della casa prima della vendita. Un viaggio doloroso, tormentato e carico di insegnamenti per il nostro junker. Trovando oggetti mai visti, nonostante fossero nella sua vecchia casa, Richard scopre lati inediti della vita della madre e del padre da anni defunto. Le cose vecchie del passato dei suoi cari gli fanno ripercorrere anni e sogni di cui lui non sospettava minimamente l’esistenza, e lo fanno riflettere intensamente sul rapporto tra i suoi genitori e tra loro e se stesso. È difficile immaginare che persone fossero papà e mamma prima della nostra nascita, forse ancora di più, credere a cosa siano diventati dopo di noi e a causa o per merito nostro. Difficile, ma impagabile. E proprio in questo periodo particolare, piomba nella vita e nel negozio del nostro uomo dell’usato Theresa. La dea del riciclo, un’amante del vintage tanto quanto lui, ma ben più irrequieta e instabile. Le è capitato un lavoro ingrato: Theresa si prende cura degli animali abbandonati, “usati” e poi gettati, per l’appunto.
Fin qua tutto bene, lodevole e tenero, ma purtroppo c’è un lato oscuro e crudele. Quando gli animali diventano troppi, vanno soppressi. Theresa deve uccidere chi vorrebbe salvare, ma non ha scelta, anche se non riesce a scordare quei piccoli occhi che la guardano consapevoli un secondo prima dell’iniezione. Richard la capirà e cercherà di aiutarla, sebbene non sia facile, e insieme faranno un viaggio che guarirà un po’ le ferite di tutti e due. Ma ora scusatemi, devo andare, il piccolo tavolo bianco con stucchi colorati, da sotto il vecchio computer appartenuto ad un’amica, sta cercando di dirmi qualcosa che non capisco, e mi devo proprio concentrare.             

Alberto Picci
Il Biellese
giugno 2008

Dagli Usa una storia d’amore che sa anche divertire

Lui si chiama Richard: è un ragazzo d’altri tempi, romantico, sensibile. Un po’ imbranato. Lei si chiama Therese: è un’idealista dei giorni nostri, lunatica e spontanea. Sono proprio questi due personaggi, che sembrano essere stati catapultati da un’altra galassia, i protagonisti dolci e divertenti di “Second Hand”, commedia dei sentimenti che negli Usa non è stata inizialmente accompagnata da un’adeguata spinta pubblicitaria. Ma alla gente, il romanzo d’esordio di Michael Zadoorian, è piaciuto subito e il passaparola lo ha fatto diventare in poco tempo un vero e proprio “cult”.
In uno stile brillante che richiama la forza narrativa di scrittori emergenti e di successo come J. K. Toole e, in parte, S. Coe, anche questo libro vive sempre al limite tra atmosfere di euforia e tristezza, comicità e imbarazzo.

Stefano Gobbi
Libreria Dinoitre
dicembre 2008

Per chi adora le cianfrusaglie... "Second hand. Una storia d'amore" di MICHAEL ZADOORIAN (Marcos y Marcos) Per quello che ci riguarda la novità migliore giunta dagli States quest'anno insieme all'elezione di Barack Obama. Uno struggente inno dedicato a chi ha i cassetti - e i ripiani della libreria! - pieni di vecchie cose di cui non riesce a disfarsi: perché ogni oggetto ci racconta qualcosa delle persone che l'hanno posseduto, perché ognuno ha il diritto di attribuire alle cose il valore che vuole, ed è bello amare ciò che sembra non avere alcun valore.

 

Gianfranco Franchi
lankelot.eu 
giugno 2008.

Motor cars, handle bars,
Bicycles for two.
Broken hearted jubilee.

Parachutes, army boots,
Sleeping bags for two.
Sentimental jamboree.

Buy! buy!
Says the sign in the shop window.
Why? why?
Says the junk in the yard.

(Paul McCartney, “Junk”).
 

Come in una vecchia canzone di Paul McCartney, l’atmosfera di questo romanzo è minimal, essenziale e gentile; qui si canta la poesia delle piccole cose: delle nostre relazioni con le cose, dell’anima delle cose.

“Second Hand” di Michael Zadoorian, misconosciuto e promettente artista americano, è un libro che sarebbe piaciuto a Sergio Corazzini: 

Dicono le povere piccole cose: Oh soffochiamo d’ombra! Il nostro amico se ne è andato da troppo tempo: non tornerà più. Chiuse la finestra, la porta; il suo passo cadde nel silenzio del lungo corridoio in cui non s’accoglie mai sole, come nel vano delle campane immote, poi la solitudine stese il suo tappeto verde e tutto finì. Qualche cosa in noi si schianta, qualche cosa che il nostro amico direbbe: cuore. Siamo delle vecchie vergini, chiuse nell’ombra come nella bara. E abbiamo i fiori. Egli avanti di andarsene, per sempre, lasciò sul suo piccolo letto nero delle violette agonizzanti. Disperatamente ci penetrò quel sottile alito e ci pensammo in una esile tomba di giovinetta, morta di amoroso segreto. Oh! come fu triste la perdita cotidiana inesorabile del povero profumo! E se ne andò come lui, con lui, per sempre.
Noi non siamo che cose in una cosa: immagine terribilmente perfetta del Nulla […].

(
Sergio Corazzini, “Soliloquio delle cose”).

È un romanzo d’amore – l’amore per l’esistenza, trasfigurato nell’appartenenza degli oggetti, nella loro valenza simbolica, nella loro misteriosa vitalità al di là del tempo, e della traslazione in spazi altri: s’indaga del gioco buffo dei passaggi di proprietà, del respiro del padrone perduto che mantengono.
Domandando: “E se davvero tutte quelle cose assorbissero una minuscola scintilla di voi, come se il grasso sulle vostre dita contenesse l’essenza della vostra anima? Allora pensate a tutte le cose che avete posseduto, a tutto ciò che vi è passato tra le mani. 

Dove saranno finite, quelle cose?” (p. 9).
Richard è innamorato del passato: è uno junker, un robivecchi, e ha una sua bottega, Satori Junk.
Satori: come l’esperienza del risveglio. Perché crede veramente che le cianfrusaglie possano regalarci un istante di autentica illuminazione. Basta essere disposti a coglierla. 
La merce viene scelta in base a un criterio semplice: “se mi piace, la vendo”. E allora ecco set di barattoli di cucina cromati, vecchi bicchieri da bar, una parete di trofei di bowling e di majorette, camicie dell’era della disco, grappoli d’uva in vetro e via dicendo; Richard ha un talento medianico, stabilisce contatti con chi non più esiste. È la porta per le anime perdute, per le storie che nessuno vuole più ascoltare e in pochi sanno raccontare.

La madre di Richard è ammalata e lui finalmente ha cominciato a capirla. Nel corso dell’opera, Richard la perde e si ritrova a leggere la vita di lei attraverso gli oggetti che ritrova, con la sorella o da solo, fidandosi del suo fiuto di junker.

Già, perché “Ti aprono una porta e tu hai accesso ai segreti. E non solo i segreti del moto, ma i segreti: paure, gioie, risentimenti, disperazione, noie. La vita e la morte sono andate in scena, tu te le sei perse e ora sei dietro le quinte, a curiosare tra gli oggetti di scena, nel tentativo di capire se in cartellone ci fosse Amleto o Sotto l’albero yum yum” (p. 23)

E intanto s’innamora di Theresa. Theresa che un poco gli somiglia, perché sa reinventare le cose; Theresa che saprà spezzare l’incantesimo del disamore, della solitudine e del soliloquio delle piccole cose: Richard amava la ripetitività, la routine, e forse si stava spegnendo mentre inseguiva l’essenza. L’essenza, nelle cose. Se è vero che le cose ci proteggono – “sistema di resistenza passiva alla mortalità”, p. 30 – lui s’era creato una roccaforte di quelle invincibili.

“Second Hand” è uno di quei libri che dovevano essere pubblicati. Ha questa sua grazia pop – profondo parlando di minimalia, intenso giocando sulla quotidianità – che può ricordare i momenti migliori di autori occidentali leggeri come Pennac e Hornby. Il romanzo illumina gli oggetti poggiati sui vostri scaffali, e sulla vostra scrivania: non è detto che dobbiate essere necessariamente feticisti, basterà giocare quel gioco per raccontarvi storie che giuravate fossero perdute.

Più debole nella narrazione della storia d’amore per Theresa, è un monumento d’originalità per quanto riguarda contesto, ambientazione, io narrante e sua attitudine alla conversione del particulare in universale. Praticamente il regalo perfetto per una lettrice o un lettore forte in cerca di una storia ben raccontata e prodromica di influenze decisive e ludiche e romantiche nella sua vita. A partire dagli oggetti che ci appartengono, parleremo dei romanzi delle nostre vite, e delle vite di chi abbiamo amato.

Adorabile, come tutto quel che ti ricorda lei, che se ne è andata.

 

 

Gian Paolo Serino
D – la Repubblica delle Donne
giugno 2008

L’ultimo grido: niente di nuovo

Negli Stati Uniti è diventato un libro di culto: attraverso il passaparola i lettori hanno scoperto un romanzo che con ironia, molto vicina per intenderci alla scrittura del Toole di Una banda di idioti, racconta un mondo di “seconda mano”. Ma, come recita il sottotitolo, è anche e soprattutto “una storia d’amore”: quella tra Richard, proprietario di un negozio di oggetti usati a Detroit, e Theresa, che soccorre animali abbandonati. Proprio il desiderio di offrire una seconda vita agli scarti, a ciò che gli altri considerano rifiuti, ad avvicinare Richard e Theresa e ad abbracciarli in una serie di comiche e dolorose avventure che li porterà a un finale di prima scelta.

Come spiega il successo di un libro sulla “purezza dell’usato” negli Stati Uniti, tempio dei gadget e dell’usa e getta?

“Quella per la novità tecnologica in america è una vera ossessione. Allo stesso tempo, però, esiste un autentico culto per le cose vecchie. Ci sono persone che comprano quasi ogni cosa di seconda mano, frequentando negozi dell’Esercito della Salvezza, mercati delle pulci e negozi d’antiquariato. Il Junking è sempre esistito, solo che adesso comincia a essere considerato un vero e proprio stile di vita. O quantomeno una scelta di tendenza. Altri ancora lo vedono come una sorta di atto politico: uscire dal circuito dell’‘American materialism’ per sovvertire il sistema”.

Nel libro, però, la ricerca più “vibrante” è quella di una vita di seconda mano.

“Il più delle volte penso che le persone cerchino oggetti che ‘vibrino’ con loro. Da quando l’America è così ossessionata del nuovo, dal luccicante, dal tecnologico, noi guardiamo questi oggetti come fossero ricordi dei tempi passati, quando le cose erano più semplici o più affascinanti o perlomeno più interessanti. Come dice Richard verso la fine del romanzo, ‘Non siamo tenuti ad amare le cose che ci dicono di amare... è bello amare ciò che sembra non avere alcun valore”. C’è qualcosa, in quell’idea, che piace. Dà una sensazione di potere”.

Anche i due protagonisti subiscono il fascino delle loro vite in apparenza alla deriva...

“Verso la fine del libro c’è una citazione di Octavio Paz: ‘Quando la vita viene gettata via, si moltiplica’. È quello che accade a Richard e Theresa. Quello che altri vedono nelle cianfrusaglie, loro lo trovano l’uno nell’altro: quel valore che gli altri non necessariamente riconoscono o comprendono. Non è questo l’amore, dopo tutto?”

 

LN - Libri Nuovi
gennaio 2009

Retrogusto al gusto di sospiro, per un libro che va degustato e centellinato, ma prima o poi finisce, e non vorresti, è la vita che va così, e quando finisce sospiri e pensi: chissà quando me ne capiterà un altro altrettanto bello. Mi è piaciuto molto, se non si fosse capito. Mi è piaciuto talmente tanto che stimola una certa fiducia nell'editoria, perché mentre lo leggi pensi che non è tutta carta sprecata quello che finisce sugli scaffali di una libreria. Va bene, confesso, sono di parte, mi piacciono le cose trovate, e il top della goduria sarebbe stato trovare questo libro su una bancarella di una fiera o seppellito in un Libraccio fra fratelli dimessi, come vecchie auto da rottamare. Invece l'ho preso immacolato in una libreria normale e, stranamente, per averlo tanto amato non l'ho nemmeno sottolineato. Per stare in tema con Richard, potrei rivenderlo quasi al prezzo intero, se mai volessi liberarmene.
Richard, il protagonista, potremmo definirlo in tanti modi, Junker, Hipster, o cultore della memoria, e anche se non sembrano sinonimi a mio parere lo sono. Richard è un rigattiere, potremmo definirlo così in termini più eleganti, insomma è uno che va alle vendite di sgombero e porta nel suo negozio oggetti usati da persone morte o in casa di riposo, per venderli ad altre persone, che prima o poi moriranno anch'esse. Non conosco le vendite di sgombero, mi sa che in Italia non usano tanto, ma un paio di negozi dove c'è ammassata questo tipo di roba li ho visitati e mi sono portata a casa dei bicchieri, delle sedie, e poco altro, ma fra i miei libri molto viene dal Libraccio, e il concetto è lo stesso; trovare fra le pagine un biglietto, o una dedica, o una sottolineatura, mi commuove quasi.


Ma questo non ha niente a che vedere col libro, o forse sì, perché ha a che vedere con una delle ragioni per cui il libro mi è piaciuto, a parte questo potrei dire che è scritto a ruota libera, una sorta di lungo monologo di Richard che racconta, e ti sembra di essere al bar con un amico e mentre una birra tira l'altra lui non smette di raccontare. È una storia con dentro tante storie. Ha delle trovate esilaranti, e altre commoventi, i personaggi non sembrano tirati fuori da sotto lo zerbino, e ogni cosa ha il suo giusto peso. È un libro che ha equilibrio, come si dice in gergo funziona. Un personaggio come Richard non può che avere una fidanzata in sintonia, Theresa. Ma Theresa lavora in un centro anticrudeltà dove ci si occupa di randagi, a volte occupandosene fino in fondo, e questo ha il suo peso. Ha il suo peso su Theresa e di riflesso su Richard, così come potremmo interrogarci sulla forza che spinge un individuo verso il suo lavoro e viceversa. Forse questo è uno dei punti di forza di questo libro, stimola delle riflessioni che ne stimolano altre in maniera esponenziale. E finisce che magari non hai fatto solo una lettura ma un gran viaggio dentro quel paio di cassetti che di solito stanno ben chiusi nelle tue viscere. È un viaggio dentro la vita e la morte, e dentro la catarsi, necessaria, indispensabile. Forse ti lascia addosso un profumo appena accennato di malinconia, ma è una malinconia buona, come l'abbraccio di un vecchio amico.

Carlotta Vissani
Mangialibri
giugno 2008

Richard è quello che si definisce uno junker: un cercatore incallito di cianfrusaglie. Le sue giornate scorrono tranquille tra mercatini di beneficenza, sgomberi di cantine, thrift shops e vendite nei garage. Poi, a fine mattinata, apre il suo negozio - Satori Junk - sulla Main street di Detroit e attende di vendere la sua merce bizzarra agli avventori - altrettanto strampalati - che si avventurano tra scaffali stracolmi di chincaglierie e autentiche rarità degli anni sessanta e settanta, alla ricerca del pezzo che fa per loro. Per Richard essere un cercatore di cianfrusaglie non è un semplice lavoro: è lo scopo fondamentale della sua vita, la sua passione, la sua malattia. Ogni oggetto racconta una storia, ha un’anima, dice qualcosa su chi l’ha posseduto, vibra al contatto con nuove mani e nuovi occhi. Che senso ha passare la vita ad accumulare soldi per acquistare beni nuovi di zecca che, appena comprati, diventano comunque vecchi? Nessuno! Può portare soltanto alla teoria delle tre D: Decesso, Disperazione e Debiti. Il second hand e il vintage, invece, ti permettono di collezionare le cose più kitsch che si possano immaginare, ma è un’attività che da grande soddisfazione perché comprende il senso della ricerca, della curiosità e della scoperta finale. Tutto scorre liscio, fino a che la sua vita non viene sconvolta dalla morte della madre e dall’arrivo di una dea-gatto di nome Theresa, della quale

 

Richard si innamora all'istante la prima volta che irrompe nel suo negozio, facendo scampanellare la porta. Alla morte della madre, che lo ha sempre criticato per la sua 'non scelta' lavorativa, segue la vendita della casa nella quale ha vissuto la sua infanzia, e il relativo sgombero. È frugando nella cantina, in soffitta e nella camera da letto dei suoi genitori, che Richard scopre segreti e misteri di una madre moralista, che in realtà aveva una sua carica sensual-passionale, e di un padre che amava profondamente la fotografia al punto di farne una professione, di cui Richard era all’oscuro. Porte e finestre si aprono su un mondo a lui sconosciuto, su tasselli passati che riemergono alla luce. Theresa, invece, rivela il lato più debole di Richard, quello legato all’amore, alla paura di provare un sentimento e di non sapere come gestirlo, scopre la sua goffaggine, il suo romanticismo imbranato eppure irresistibile. Theresa, bizzosa e lunatica, lavora presso un rifugio anticrudeltà per animali abbandonati. La sua vita è una perenne altalena tra momenti di euforia e fasi di profonda depressione per tutti i cuccioli che è costretta ad abbattere perché impossibili da gestire economicamente. Il loro rapporto è a tratti comico, patetico nel senso più buono del termine, pazzo, instabile eppure profondo, dolce, infantile, spontaneo. Zadoorian, al suo primo romanzo dopo una lunghissima serie di racconti, racconta una storia che chiunque avrebbe voluto scrivere: ironica e frizzante, muove al riso e alla tenerezza. Da comprare ad occhi chiusi.
Berarda del Vecchio
Leggere Tutti

marzo 2009

"Peccato che Richard non ci sia. Questo mercatino gli sarebbe piaciuto di sicuro. Già, peccato solo che Richard non esista, almeno non in quella che comunemente chiamiamo realtà. Magari però potrebbe piacere a Michael...". Ecco cosa mi sono ritrovata a pensare in una calda mattinata di fine luglio mentre mi aggiravo fra le bancarelle di quello che potremmo definire l'omonimo viennese di Porta Portese. Perché certe volte, come nel caso di Second Hand, i libri ti entrano talmente dentro da convincerti che quei personaggi esistano davvero, che conducano seriamente la vita che anche tu ora conosci così bene e che, nel caso in cui tu muoia dalla voglia di incontrarli, ti basterebbe fare una semplice telefonata per metterti in contatto tra loro. Insomma, io a Vienna avrei davvero voluto poter chiamare Richard e metterlo al corrente di quante bancarelle di cianfrusaglie e oggetti di seconda mano ci fossero in quel della capitale austriaca. Certa, infatti, che ne sarebbe stato entusiasta. Forse avrebbe addirittura preso un volo per venire a curiosare in questo mercatino delle pulci. Magari avrebbe lasciato il negozio a Theresa, o forse anche lei sarebbe venuta con lui...

Ma andiamo con ordine. Chi è Richard? E perché mai dovrebbe amare le cose di seconda mano? Richard è l'anomalo e timido protagonista del delizioso libro di Michael Zadoorian che, in controtendenza rispetto al mondo sempre alla ricerca dell'ultimo accessorio iper tecnologico, procede al contrario, all'indietro, un po' come i gamberi: semplicemente, trova che le cose nuove siano noiose, senza storia, sentendosi invece, molto più a suo agio con le cianfrusaglie, la roba di seconda mano. Di questo suo amore per il vecchiume, oltre a farne un vero e proprio lavoro - apre un negozietto dell'usato nella periferia di Detroit - ne fa soprattutto uno stile di vita con tutta una sua particolarissima filosofia: "sono convinto che quando possiedi qualcosa che è appartenuto a un'altra persona stabilisci un contatto con lei, con il suo passato. E' un modo per toccare un'altra persona senza incasinarsi con i sentimenti. Ecco cosa rappresentano gli oggetti di seconda mano per me. Ma ovviamente ci sarà sempre gente che si domanderà solo se quelle mani fossero lavate come si deve". 





Così fra gli sgomberi di case private, thrift shop, Esercito della Salvezza, vendite parrocchiali di beneficenza, mercatini condominiali, traslochi e ogni forma esistente di commercio dell'usato, Richard trascorre la sua vita in modo calmo e tranquillo eccitandosi solamente quando riesce a trovare delle vere rarità a qualche svendita da garage.

Poi di colpo, succede di tutto: muore la madre, la vecchia casa di famiglia viene messa all'asta, inedite e insospettabili foto scattate dal padre gettano una nuova luce sul rapporto fra i genitori, e una misteriosa "dea del riuso" fa capolino nel suo negozio: Theresa. Questa ragazza, attraente in un "senso svendita da garage del termine", che veste mischiando giubbotti di pelle anni Settanta, vestiti anni Cinquanta e cappelli flosci anni Settanta, e fa un lavoro di cui ama parlare poco sopraffatta da grandi sensi di colpa, farà completamente perdere la testa al nostro junker.

Michael Zadoorian con la sua scrittura leggera e ironica ci fa aprire gli occhi su un mondo sommerso, nascosto che vive di cose e di oggetti usati, vissuti, plasmati dal tempo. Oggetti che invece di finire nella prima discarica disponibile, vengono innalzati al rango di rarità e collezionismo fino ad acquisire una nuova bellissima luce.

Dopo aver letto Second Hand nessuno di noi sarà più in grado di andare a un mercatino delle pulci senza pensare a Richard e al suo particolarissimo modo di guardare le cose: "Trovare un nuovo impiego per un oggetto abbandonato è un gesto di una purezza cristallina".

Caterina Vianello 
nonsolocinema.com
ottobre 2008 

Il racconto di un “cercatore di oggetti vissuti”

L’opera prima di un autore che descrive con delicatezza e misura la storia di una passione per gli oggetti di seconda mano. E della rara e preziosa dote del protagonista di ridare ad essi, dopo che sono stati abbandonati, una nuova vita, un’identità ed una voce che si credevano perdute per sempre.

Nella periferia di Detroit, città grigia e inquinata, c’è un negozio dell’usato, il “Satori Junk”. Colorato e ripieno di cose. Nel negozio, tra una poltrona cinese rossa anni ‘40, vecchi bicchieri da bar, un divano anni ‘60, manichini, set da tavola anni ‘30, lampade, tavoli da cucina anni ‘40, stereo impolverati in legno, LP e lampade kitsch, bonghi, miniature, cucchiaini ricordo smaltati, trofei e grappoli d’uva in vetro, c’è Richard, il proprietario. Richard è un junker; junk è il termine per indicare letteralmente le cianfrusaglie, il ciarpame, quell’ammasso di cose meravigliose, inutili, incredibilmente kitsch, che, comprate d’impulso in un momento di debolezza, finiscono inesorabilmente per essere dimenticate in soffitta o destinate ad un mercatino dell’usato. E’ proprio a queste cose, oggetti di seconda mano appunto, che Richard dedica la propria vita e la propria attività.

Oggetti di cui altri hanno decretato la morte, vengono recuperati da Richard che gira instancabile per vendite per sgombero o decesso, mercatini nei cortili e magazzini degli eserciti della salvezza. Quella del protagonista del romanzo non è un’ossessione, ma una rara dote: quella di ridare vita alle cose, di ritrovare la loro anima perduta. Perché, secondo Richard, mentre gli oggetti nuovi sono noiosi e piatti, quelli vecchi hanno una luce ed una voce che raccontano la storia di chi li ha posseduti. Conservano frammenti di anima e pezzi di vita: allora accade che avere qualcosa che è appartenuto a un’altra persona permette di mettersi in contatto con lei, con il suo passato. Si possono così ascoltare storie meravigliose e insolite, e collezionarle; conoscerne i protagonisti e dialogare con loro.

 



Insomma nella società che ha fatto del consumo sfrenato, della ricerca del nuovo e del tecnologicamente avanzato e della sollecitazione continua dell’impulso all’acquisto i suoi totem, Richard è una voce controcorrente che rifiuta una realtà omologante e piatta. In un continuo dialogo con le cose appartenute agli altri, che è certo evocativo e affascinante, ma che coinvolge i sentimenti fino ad un certo punto, accade però, inaspettatamente, che Richard si imbatta nel suo passato. La morte della madre e il conseguente sgombero della casa in cui Richard ha vissuto sin dall’infanzia lo costringono a fare i conti, attraverso gli oggetti, con un passato imprevisto. Scopre così una madre ed un padre diversi da quelli che conosceva, lati del carattere e dell’identità dei genitori che gli fanno ri-definire il suo rapporto con loro e rileggere gli anni trascorsi in famiglia.

Costringendolo a provare personalmente come gli oggetti siano in grado di determinare un coinvolgimento dei sentimenti assoluto e totale. A complicare le cose arriva poi anche una cliente inaspettata ed imprevedibile, Theresa, che ha un lavoro simile a quello di Richard: si occupa infatti di animali abbandonati, quelli che nessuno vuole più, usati e poi lasciati. Le vite dei due protagonisti, così eccentriche e anticonvenzionali, si intrecceranno inestricabilmente e la storia d’amore tra i due, lei umorale e indecisa, lui timido e disarmante, farà capire a Richard come sentimenti ed emozioni non possano essere calibrati, dosati o temuti ma vadano invece vissuti senza riserve.

Scritto con uno stile pulito e semplice, Second Hand è un romanzo intelligente, forte di un notevole successo editoriale. La capacità del suo autore, Michael Zadoorian, è quella di trattare senza banalità e patetismo un tema, quello dei sentimenti e delle relazioni emozionali, che può portare spesso a scadere nell’ovvio. In questo caso, invece, ci si trova a tenere tra le mani pagine che raccontano l’anima degli oggetti, l’importanza di un loro utilizzo consapevole ed infine la loro capacità di trasformare la vita.

 

“Avete mai fatto caso che più una persona invecchia, più grande diventa la sua automobile? È come se il numero di anni trascorsi sulla Terra fosse direttamente proporzionale ai metri quadri di lamiera... Più si invecchia, più roba si possiede. Perché? Perché le cose ci proteggono. Sono una zavorra, una specie di sistema di resistenza passiva alla mortalità”.
Ridere, ridere, riflettere, riflettere, ridere...

Questa è la frase scelta da Nicola Roggero, della Libreria Angolo Manzoni di Torino, per consigliare Second Hand.

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