Ferdinando
Cotugno
raramente.net
gennaio 2009
La solitudine del junker -
Michael Zadoorian su America e libertà
Se non fosse così innocente, l’amore per le cose vecchie che pervade Second Hand
avrebbe qualcosa di perverso. L’autore è Michael Zadoorian, un armeno
di Detroit: il suo libro entra nell’America che ha la nausea del nuovo e
che, come Richard, strano eroe hipster, è a caccia di tesori nascosti
nelle svendite dei garage, negli sgomberi delle case, nei locali dell’Esercito
della Salvezza. Richard ama, soffre, piange e gioisce attraverso la sua
ossessione per il recupero delle “cianfrusaglie”. Quando le rianima,
le mette in circolo per il mondo, Richard vive i “momenti junk”, un po’
come madeleine proustiane del tempo di oggi. Second
Hand è anche la sua storia di amore con un’altra matta, Teresa,
tormentata da un lavoro terribile: sopprimere animali abbandonati al
canile.
Che tipo di ribellione è ri-usare le cose e comprarne solo di seconda
mano, come fanno i junker?
Non si tratta solo di combattere il materialismo che domina l’America, o
di riciclare e quindi essere in regola con la propria coscienza ecologica.
Fare junking è soprattutto l’esercizio di una volontà libera. Quando
decidiamo di amare un oggetto vecchio e consunto, abbiamo trovato il modo
di non ascoltare i pubblicitari o i designer, ma i nostri gusti e la
nostra sensibilità. Come dice Richard, invertiamo il bello e il brutto,
il bizzarro e l’elegante, quello che ha valore con quello che non ne ha.
Questa è una forma di libertà. Tutto questo può anche arrivare a
danneggiare il capitalismo stesso, che infatti prova a reagire infilando
sul mercato tutta una serie di cose nuove create per sembrare vecchie.
Oppure, basti pensare a una come Martha Stewart, che ha costruito un
impero sul far risorgere a nuova vita le cose vecchie.
Pensi che la junk culture – l’ansia di salvare quello che gli altri
gettano via - sia anche il simbolo di un’America in declino, che scava
nel passato per non dover guardare al presente?
E’ vero che l’America sta perdendo il suo ruolo nel mondo, ma non
penso che la junk culture ne sia un segnale. La nostalgia per le cose
vecchie deriva da un sentimento personale, non politico, è il desiderio
di tornare a un tempo che non sia complicato come il nostro. I junker non
vogliono indietro gli anni ’50, dominati da sessismo, razzismo,
conformismo. Però, come dice Richard, desiderano qualcosa che vada anche
al di là dell’innocenza: quasi un ritorno all’ignoranza, propria di
un’epoca in cui non se ne sapeva così tanto, e per questo il mondo
sembrava loro più leggibile.
Nel libro, ti riferisci ai junker che frequentano il negozio di Richard
come hipster. Chi sono gli hipster? Sono una sottocultura, come il punk e
il grunge?
Se non parliamo di moda, cioè i tizi che si fanno crescere i baffi o
indossano cappelli da camionista solo per sembrare spiritosi e
auto-ironici, allora si, penso che essere hipster è far parte di una
subcultura, fatta della ricerca di un modo diverso di vivere, di pensare.
Gli hipster però sono in giro da tempo, sono quelli che hanno vissuto al
margine di tutte le società: erano hipster gli esuli parigini della
generazione perduta, gli scrittori della beat generation, o anche gli
hippie degli anni ‘60. Se mi chiedi quali sono i tre più grandi hipster
di sempre, io ti dico Lenny Bruce, Thelonius Monk e Kurt Cobain, esuli
che, proprio vivendo al margine della società, erano in grado di mostrare
a tutti una nuova strada, un nuovo modo di essere. E quando la strada si
trasforma in stile, in moda, gli hipster sono già arrivati altrove, in un
nuovo e inesplorato margine.
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Richard e Teresa si amano attraverso le loro reciproche ossessioni, il
junking e gli animali, che per tutta la vita hanno sempre coltivato in
solitudine. Perché?
Molte persone sono definite dalle loro ossessioni. Penso spesso a una cosa
che ha scritto John Irving: “bisogna essere ossessionati, e rimanere
ossessionati”. Io vorrei essere all’altezza di questa ambizione, ma
non ci riesco. Ho solo le mie piccole nevrosi quotidiane, niente di così
folle o grandioso. E’ anche vero però che l’identità è qualcosa che
ci sequestra, che ci tiene in ostaggio, ci porta lontano dagli altri, in
luoghi e vite solitarie.
Che tipo di scrittore sei?
Uno di quelli che lavorano dal lunedì al venerdì. Alle 7.30 sono alla
mia scrivania, e non posso aspettare l’ispirazione, devo andarmela a
prendere, la devo intrappolare, anche ingannarla offrendole dei dolcetti,
se necessario. Scrivere è stato per anni il mio segreto da nascondere in
soffitta, non ne parlavo con nessuno che non fosse mia moglie, lavoravo
alle mie cose la mattina presto, proprio come ora, senza cercare di dare
un nome a quello facevo. Mi esercitavo molto sui racconti di Carver, come
molti altri scrittori che hanno iniziato negli anni Ottanta. E’ stato il
miglior metodo possibile, con Carver ho capito come funzionano le storie e
sono riuscito a trovare la mia voce. A quel punto, ho lasciato il lavoro
che avevo, senza aver ancora pubblicato nulla, e mi sono iscritto ad una
scuola di scrittura. Ancora oggi, però, faccio fatica a pensarmi come un
vero scrittore.
Il tuo stile di racconto è molto cinematografico, ma ha anche qualcosa
di radiofonico, come se nella voce di Richard fosse una radiocronaca della
sua vita. Come ci sei riuscito?
Qualunque genere di racconto deve ambire a catturare tutti i sensi, eppure
la narrazione è un medium principalmente visivo. Più che perseguirlo,
come risultato, penso che sia una cosa che succede e basta. Per quanto
riguarda la voce, io cerco di creare un flusso di coscienza che abbia un
valore ritmico, ma che suoni anche naturale e quotidiano. Tutto però
deriva dalla natura dei personaggi. Tutto parte dal mio rapporto con loro,
sia la qualità visiva che il ritmo del racconto.
E ora?
Il mio prossimo romanzo parla di un viaggio a Disneyland fatto da due
vecchi prima di morire. Il titolo è “The Leisure Seeker”, esce in
America a febbraio. Sono una coppia di anziani che scappa dalla troppo
amorevoli cure dei figli adulti e dei dottori. Si mettono in macchina e
percorrono tutta la Route 66 fino al parco di divertimenti di Los Angeles.
Sono molto malati, quindi potrebbe essere la loro ultima vacanza insieme.
E’ molto meno tetro di quello che può sembrare, in realtà il loro è
un viaggio divertente, quasi comico, su questa gloriosa strada che ora è
invasa da queste gigantesche icone pubblicitarie di mucche, polli,
astronauti.
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Marco Denti
lettera.com
giugno 2008
Second Hand: Due è meglio di uno
Richard ha una bottega in cui ricicla e vende oggetti di seconda mano. Per lui è qualcosa in più di un lavoro: è un passione, è uno stile di vita e un modo per affrontarla. Un giorno nel suo negozio piomba Theresa e le sue certezze, di prima e seconda mano, vacilleranno nei gorghi di una storia d'amore tormentata e frammentaria.
Sprechiamo luoghi comuni per dire il tempo vola, che passa indifferente, che cura tutte le ferite, ma in realtà il tempo non fa che rendere tutte le ferite fatali.
Il titolo del primo romanzo di Michael Zadoorian esprime un concetto chiaro e elementare: la seconda volta è meglio della prima. Di conseguenza, la filosofia del protagonista è piuttosto: "Sono convinto che quando possiedi qualcosa che è appartenuto a un'altra persona, stabilisci un contatto segreto con lei, con il suo passato. E' un modo per toccare una persona senza incasinarsi con i sentimenti. Ecco cosa rappresentano gli oggetti di seconda mano, per me. Ma ovviamente ci sarà sempre gente che si domanderà solo se quelle mani fossero lavate come si deve". Se la la roba di seconda mano, nella più rigorosa tendenza junk, lo aiuta a rapportarsi con il mondo esterno,
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quello cosiddetto normale e di prima scelta, il fragile contatto umano con una cliente enigmatica, Theresa, lo porta a sovvertire molte delle sue regole principali e a buttarsi in una storia d'amore con la stesso trasporto con cui va a caccia di anticaglie perché comunqe "il
problema è che non sai mai esattamente cosa stai cercando, fino al momento in cui non lo trovi". La love story indicata a chiare lettere dal sottotitolo procede a scatti e va su e giù con le bizze dei due protagonisti, tra momenti imbarazzanti (il primo incontro resterà nella storia per la goffaggine di entrambi) e piccoli svolte liriche. Molto dipende dalle idiosincrasie di Richard che si sente bloccato "nel futuro, senza un indizio". Un po' dipende anche dagli umori volubili di Theresa, che soffre di insonnia e di incubi dovuti a un lavoro improbabile. Attorno a questa improbabile coppia Michael Zadoorian riesce a costruire l'idea di un romanzo divergente, che fugge l'ovvietà e la banalità, magari frugando tra qualcosa destinato altrimenti a diventare spazzatura, però cercando un proprio codice personale, quasi un'ecologia dell'identità perché, di prima o di seconda mano, "la morale è: vi piace ciò che vi piace, bello, brutto, o meravigliosamente brutto". L'ironia, la scrittura frizzante, anche quando il sapore della storia tocca l'amarezza, e tutto sommato il garbo romantico con cui Michael Zadoorian annoda, snoda e riannoda i legami tra Richard e Theresa possono anche trarre in inganno, ma Second Hand riesce ad essere leggero e acuto nello stesso tempo quando suggerisce "create i vostri codici personali". Sembrerà un luogo comune, banale e usato, o di seconda mano, per restare in tema, ma dice la verità. |
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Carlo
Mazza Galanti
Alias
settembre 2008
Bersagli americani
Zadoorian e la
protesta del junker
Un film intervista a
Nam June Paik mostra il videoartista sudcoreano, il braccio posato sopra
un televisore anni ’50, che recita un aforisma di Gertrude Stein: «Gli
Stati Uniti sono la nazione più antica dell’epoca moderna». Richard,
protagonista di Second Hand, una storia d’amore, il primo romanzo dell’americano
Michael Zadoorian (Marcos y Marcos, trad. di Michele Foschini, pp. 318,
€ 16,00), confessa subito il suo debole per l’oggettistica anni ’50.
Ma se la frase di Stein/Paik può indicare un punto di forza del romanzo
è perché la merce costituisce, quasi suo malgrado, una riserva pressochè
inesplorata di memoria culturale. L’abbraccio pieno di allusioni di Paik
con quel vecchio televisore sembra riassumere lo spirito del «junker»
che il romanzo si sforza di celebrare. Il junker (da junk:
ciarpame, cianfrusaglia, rottame) è la più aggiornata evoluzione di una
figura che molta parte ha avuto nell’arte novecentesca: lo
straccivendolo, il bricoleur
metropolitano. Nella parole di Baudelaire: «Tutto ciò che la grande città
ha rifiutato, tutto ciò che essa ha perduto, tutto ciò che ha
disdegnato, tutto ciò che ha rotto, egli lo cataloga, lo colleziona.
Consulta
gli archivi della dissolutezza, il cafarnao dei rifiuti, fa una cernita,
una scelta intelligente». Nella nascente civiltà industriale il
baudelairiano chiffonnier veste
gli abiti del reietto.
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Nella patria del consumo sregolato il junker
Richard si accontenta di affermare una marginalità intimidita. Ma non
rinuncia a trovare la sua passione per le reliquie moderne l’obiezione
discreta allo stile di vita di tutti coloro che con la merce «credono di
rendere le loro vite più piene, ma le rendono solo più pesanti».
Inseguendo le vendite per sgombero o decesso, i mercatini da cortile e i
magazzini degli eserciti della salvezza, ogni giorno Richard rifornisce il
suo eccentrico negozio di schegge di storia americana, frequentato da chi,
come lui, è, «contento se le cose vengono usate» e cerca nella seconda
mano una alternativa alla «caccia al drago delle novità». Certo,
Richard sa che la merce è un destino ineluttabile: «Non fraintendetemi.
Io amo gli oggetti. Io sono prigioniero della mia natura materialista, ma
la spazzatura mi ha insegnato a fare quello che posso per contrastarla,
almeno un po’». Il junker si muove sul confine sottile che lo separa
dai sempre più complessi e compiacenti gusti di nicchia: vintage,
pauperismo, radical-chic, etc
investono il bricoleur delle insegne dell’ « hipster», del «camp»,
della moda ricercata e superficialmente contestativa. Per non cedere alle
lusinghe del «secondo grado» («oggigiorno il mulino dell’ironia manda
tutto in crusca»), le seduzioni delle cianfrusaglie rispondono, in
Richard a un bisogno più profondo. L’ultimo capitolo, messicano,
nobilita la storia sentimentale un po’ scontata di Second Hand: a Oaxaca,
il dìa
de muertos, il tema delle cianfrusaglie e quello dell’amore
impossibile si elevano nella celebrazione della morte e nello spreco
simbolico: «Quando la vita viene gettata via, si moltiplica» è
l’insegnamento che Richard ricava dalle parole di Octavio Paz, davanti
alle tombe «decorate» di paccottiglia di Xoxocatlàn.
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Libreria
Atlantide,
Castel San Pietro Terme (Bologna)
agosto 2008
Libreria
Atlantide usa cercare libri fuori catalogo per i propri clienti, e a volte
capita di avere per le mani volumi di fine Ottocento, e di pensare alle
tante librerie che hanno abitato, alle guerre a cui sono sfuggiti, alle
case e alle mani che li hanno sfogliati. Per questo leggendo SECOND HAND
ci pare di aver trovato un amico nell’autore, capace di cogliere queste
sfumature!
Un adorabile libro, da gustarsi in pieno
relax in queste giornate estive. Richard, il protagonista (e anche
l’autore) è uno junker, non nel senso di proprietario terriero
prussiano, bensì di cercatore incallito di cianfrusaglie di seconda mano.
Non è solo un hobby, un lavoro, è qualcosa di più, una vero e proprio
ideale, lo scopo fondamentale della sua vita. Ogni oggetto acquistato
nelle cantine o nelle soffitte, nei mercatini di beneficenza, racconta una
storia, ha in sé la vita del suo proprietario, dei precedenti
proprietari, parla di vita e di morte, di gioia e dolore, ben altra cosa
delle meraviglie high tech appena uscite da un superstore. Un libro che si
legge con il sorriso sulle labbra, dove ogni pagina riserva una piccola
sorpresa, un romanzo che contiene le possibilità dell’animo umano di
andare oltre le proprie imperfezioni,accettandole con il sorriso sulle
labbra.
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Maria
Simonetti
L'espresso
agosto 2008
L'uomo che resuscita gli oggetti
Grande
successo per Second Hand dell'esordiente Michael Zadoorian.
Protagonista: un cacciatore di cianfrusaglie usati che così cerca di
rivivere la propria gioventù. Tra un amore difficile e la passione per la
ricerca.
Second
Hand (Marcos y Marcos), romanzo d'esordio di Michael Zadoorian, ha avuto
un successo strepitoso. Critica alle stelle, schiere di fan in aumento
(siamo all'ottava ristampa) e Zadoorian, quarantenne di Detroit che scrive
in prima persona e assomiglia non poco al suo protagonista Richard,
incoronato guru assoluto del popolo di rigattieri e collezionisti. Di più,
un "Dio delle cianfrusaglie".
Richard
è un junker, un cacciatore di oggetti di seconda mano. Ha un negozietto
alla periferia di Detroit dove rivende le cianfrusaglie - dalla poltrona
cinese rossa anni '40 a vecchi bicchieri da bar, camicie King Richard
original e barometri a forma di cascate del Niagara - che trova
setacciando l'Esercito della Salvezza, i mercatini, le svendite nei garage
nelle case che cambiano inquilino. Per lui, più che un lavoro, è una
filosofia di vita: possedere qualcosa che è appartenuto a un'altra
persona ti mette in contatto con lei, con il suo passato. Puoi comunicarci
senza incasinarti con i sentimenti.
In
più, le cianfrusaglie hanno il potere di evocare emozioni del passato.
Funziona così: "All'improvviso - bang - vedi un bicchiere da succo
di frutta uguale a quello che usavi quando avevi sei anni... Queste
epifanie, queste occasioni di ricordo travolgente, sono i momenti junk
della nostra vita". Istanti di autentica illuminazione, secondo
Zadoorian. In cui non resta che acquistarlo, quel bicchiere da succo di
frutta, di certo a dieci volte il suo prezzo originale.
E
riusarlo, illudendoci di aver fermato il tempo e ricomprato la giovinezza,
o l'innocenza. Un giorno nel negozio arriva Theresa: lei, al contrario di
lui che ridà vita agli oggetti, è una specie di stermina-gatti che
dispensa iniezioni letali. La storia d'amore è difficile, dura da vivere
per entrambi. Ma si va avanti. Seguendo il motto del vero junker: tocca
continuare a cercare.
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Matteo B. Bianchi
linus
luglio 2008
In un mondo
ossessionato dalla novità e dai nuovi ritrovati tecnologici, il recupero
di vecchi materiali può diventare una vera e propria filosofia di vita.
Michael Zadoorian, in questo delicato e genuinamente romantico romanzo
autobiografico, racconta la propria bruciante passione per le
cianfrusaglie: giorni interi passati fra rigattieri, sgomberi cantine,
negozietti dell’usato e svendite private alla ricerca di oggetti
dimenticati, appartenuti a qualcun altro.
Perché, secondo l’autore, “Quando possiedi qualcosa che è
appartenuto a un’altra persona, stabilisci un contatto segreto con lei,
con il suo passato. È un modo per toccare una persona senza incasinarsi
coi sentimenti”. Un concetto che ha sicuramente un certo fascino.
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Silvia
Del Ciondolo
wuz.it
luglio 2008
"Da
piccoli possediamo una cosa, e da grandi siamo disposti a ricomprarla per
cento volte il suo prezzo originale. Crediamo di ricomprare la giovinezza,
o l'innocenza, ma in realtà ci stiamo ricomprando l'ignoranza. Vogliamo
ricordarci un tempo nel quale sapevamo molte meno cose"
Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questo libro ho avuto
quasi uno shock of recognition. Più andavo avanti e più mi dicevo che
avrei potuto scriverle io quelle frasi, non nella stessa bella forma
magari, ma riguardo al contenuto, non c’erano dubbi. Perché buttare via
oggetti che potrebbero interessare ad altre persone, perché acquistare
prodotti nuovi quando al mondo già ne esistono tanti altri, più belli e
più veri? Senza contare che ciò vale a prescindere dal fatto che il
mondo è pieno di rifiuti che prima o poi ci sommergeranno.
A
dire la verità, prima vorrei togliermi un sassolino dalle scarpe (ok,
queste non sono usate, in tutta onestà le calzature sono uno dei pochi
accessori che non posso fare a meno di comprare nei negozi “normali”).
Un aspetto non mi ha pienamente convinta in questo romanzo, che si è
rivelato essere molto simpatico e altamente poetico. La storia d’amore.
Con tanto di happy end. Ma è pur sempre vero che a un sacco di lettori
piacerà, e il fatto che io non sopporti il buonismo nelle relazioni non
è certo una considerazione oggettiva, bensì un gusto personale.
Prendetela come un complimento, Second Hand reggerebbe benissimo anche
senza la storia d’amore del sottotitolo. Detto ciò, addentriamoci nel
vivo della narrazione. Zadoorian descrive in modo divertente e originale,
ma profondo, uno dei microcosmi più affascinanti e degni di menzione:
l’universo retro kitsch del perfetto junker. Sì, ho detto proprio
junker: colui che ha l’ossessione per il junk, ovvero per i carabattoli,
le cianfrusaglie, il ciarpame, le cose vecchie, insomma, gli oggetti
usati.
Tutta la vita del protagonista, Richard, ruota intorno a queste inutili e
stupende suppellettili. La mattina va in giro per svendite in casa di
gente defunta o spedita in ospizio, sgomberi di garage e Eserciti
|
della
Salvezza, il pomeriggio lo passa nel suo, di negozio dell’usato, il
Satori Junk, a spolverare e cogliere le illuminazioni e la saggezza che
gli oggetti vissuti infondono a chi li sa cogliere. Nella società dell’ipertecnologico
e della caccia al trendy, Richard non ama le cose nuove perché non
vibrano, sono noiose, non hanno nulla da raccontare. Per contro, si pensi
a quanti frammenti di vita restano attaccati agli oggetti appartenuti ad
altri individui che li hanno toccati, usati, amati. Possedendoli, si può
comunicare segretamente con chi li ha maneggiati, con il passato di questi
sconosciuti. Certo, è interessante vedere soprattutto cosa succede quando
gli oggetti in questione erano di proprietà di qualcuno che si conosceva.
La madre di Richard muore, e lascia ai due figli l’incombenza dello
sgombero della casa prima della vendita. Un viaggio doloroso, tormentato e
carico di insegnamenti per il nostro junker. Trovando oggetti mai visti,
nonostante fossero nella sua vecchia casa, Richard scopre lati inediti
della vita della madre e del padre da anni defunto. Le cose vecchie del
passato dei suoi cari gli fanno ripercorrere anni e sogni di cui lui non
sospettava minimamente l’esistenza, e lo fanno riflettere intensamente
sul rapporto tra i suoi genitori e tra loro e se stesso. È difficile
immaginare che persone fossero papà e mamma prima della nostra nascita,
forse ancora di più, credere a cosa siano diventati dopo di noi e a causa
o per merito nostro. Difficile, ma impagabile. E proprio in questo periodo
particolare, piomba nella vita e nel negozio del nostro uomo dell’usato
Theresa. La dea del riciclo, un’amante del vintage tanto quanto lui, ma
ben più irrequieta e instabile. Le è capitato un lavoro ingrato: Theresa
si prende cura degli animali abbandonati, “usati” e poi gettati, per
l’appunto.
Fin qua tutto bene, lodevole e tenero, ma purtroppo c’è un lato oscuro
e crudele. Quando gli animali diventano troppi, vanno soppressi. Theresa
deve uccidere chi vorrebbe salvare, ma non ha scelta, anche se non riesce
a scordare quei piccoli occhi che la guardano consapevoli un secondo prima
dell’iniezione. Richard la capirà e cercherà di aiutarla, sebbene non
sia facile, e insieme faranno un viaggio che guarirà un po’ le ferite
di tutti e due. Ma ora scusatemi, devo andare, il piccolo tavolo bianco
con stucchi colorati, da sotto il vecchio computer appartenuto ad
un’amica, sta cercando di dirmi qualcosa che non capisco, e mi devo
proprio concentrare. |
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Alberto
Picci
Il Biellese
giugno 2008
Dagli Usa una storia
d’amore che sa anche divertire
Lui si chiama Richard:
è un ragazzo d’altri tempi, romantico, sensibile. Un po’ imbranato.
Lei si chiama Therese: è un’idealista dei giorni nostri, lunatica e
spontanea. Sono proprio questi due personaggi, che sembrano essere stati
catapultati da un’altra galassia, i protagonisti dolci e divertenti di
“Second Hand”, commedia dei sentimenti che negli Usa non è stata
inizialmente accompagnata da un’adeguata spinta pubblicitaria. Ma alla
gente, il romanzo d’esordio di Michael Zadoorian, è piaciuto subito e
il passaparola lo ha fatto diventare in poco tempo un vero e proprio
“cult”.
In uno stile brillante
che richiama la forza narrativa di scrittori emergenti e di successo come
J. K. Toole e, in parte, S. Coe, anche questo libro vive sempre al limite
tra atmosfere di euforia e tristezza, comicità e imbarazzo.
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Stefano
Gobbi
Libreria Dinoitre
dicembre 2008
Per chi adora le
cianfrusaglie... "Second hand. Una storia d'amore" di MICHAEL ZADOORIAN (Marcos
y Marcos) Per quello che ci riguarda la novità migliore giunta dagli
States quest'anno insieme all'elezione di Barack Obama. Uno struggente
inno dedicato a chi ha i cassetti - e i ripiani della libreria! - pieni di
vecchie cose di cui non riesce a disfarsi: perché ogni oggetto ci
racconta qualcosa delle persone che l'hanno posseduto, perché ognuno ha
il diritto di attribuire alle cose il valore che vuole, ed è bello amare
ciò che sembra non avere alcun valore.
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Gianfranco
Franchi
lankelot.eu
giugno 2008.
Motor
cars, handle bars,
Bicycles for two.
Broken hearted jubilee.
Parachutes,
army boots,
Sleeping bags for two.
Sentimental jamboree.
Buy!
buy!
Says the sign in the shop window.
Why? why?
Says the junk in the yard.
(Paul
McCartney, “Junk”).
Come
in una vecchia canzone di Paul McCartney, l’atmosfera di questo romanzo
è minimal, essenziale e gentile; qui si canta la poesia delle piccole
cose: delle nostre relazioni con le cose, dell’anima delle cose.
“Second
Hand” di Michael Zadoorian, misconosciuto e promettente artista
americano, è un libro che sarebbe piaciuto a Sergio Corazzini:
Dicono
le povere piccole cose: Oh soffochiamo d’ombra! Il nostro amico se ne è
andato da troppo tempo: non tornerà più. Chiuse la finestra, la porta;
il suo passo cadde nel silenzio del lungo corridoio in cui non
s’accoglie mai sole, come nel vano delle campane immote, poi la
solitudine stese il suo tappeto verde e tutto finì. Qualche cosa in noi
si schianta, qualche cosa che il nostro amico direbbe: cuore. Siamo delle
vecchie vergini, chiuse nell’ombra come nella bara. E abbiamo i fiori.
Egli avanti di andarsene, per sempre, lasciò sul suo piccolo letto nero
delle violette agonizzanti. Disperatamente ci penetrò quel sottile alito
e ci pensammo in una esile tomba di giovinetta, morta di amoroso segreto.
Oh! come fu triste la perdita cotidiana inesorabile del povero profumo! E
se ne andò come lui, con lui, per sempre.
Noi non siamo che cose in una cosa: immagine terribilmente perfetta del
Nulla […].
(Sergio
Corazzini,
“Soliloquio delle cose”).
È
un romanzo d’amore – l’amore per l’esistenza, trasfigurato
nell’appartenenza degli oggetti, nella loro valenza simbolica, nella
loro misteriosa vitalità al di là del tempo, e della traslazione in
spazi altri: s’indaga del gioco buffo dei passaggi di proprietà, del
respiro del padrone perduto che mantengono.
Domandando: “E se davvero tutte quelle cose assorbissero una minuscola
scintilla di voi, come se il grasso sulle vostre dita contenesse
l’essenza della vostra anima? Allora pensate a tutte le cose che avete
posseduto, a tutto ciò che vi è passato tra le mani. |
Dove
saranno finite, quelle cose?” (p. 9).
Richard è innamorato del passato: è uno junker, un robivecchi, e ha una
sua bottega, Satori Junk. Satori:
come l’esperienza del risveglio. Perché crede veramente che le
cianfrusaglie possano regalarci un istante di autentica illuminazione.
Basta essere disposti a coglierla.
La merce viene scelta in base a un criterio semplice: “se mi piace, la
vendo”. E allora ecco set di barattoli di cucina cromati, vecchi
bicchieri da bar, una parete di trofei di bowling e di majorette, camicie
dell’era della disco, grappoli d’uva in vetro e via dicendo; Richard
ha un talento medianico, stabilisce contatti con chi non più esiste. È
la porta per le anime perdute, per le storie che nessuno vuole più
ascoltare e in pochi sanno raccontare.
La
madre di Richard è ammalata e lui finalmente ha cominciato a capirla. Nel
corso dell’opera, Richard la perde e si ritrova a leggere la vita di lei
attraverso gli oggetti che ritrova, con la sorella o da solo, fidandosi
del suo fiuto di junker.
Già,
perché “Ti aprono una porta e tu hai accesso ai segreti. E non solo i
segreti del moto, ma i segreti: paure, gioie, risentimenti, disperazione,
noie. La vita e la morte sono andate in scena, tu te le sei perse e ora
sei dietro le quinte, a curiosare tra gli oggetti di scena, nel tentativo
di capire se in cartellone ci fosse Amleto
o Sotto
l’albero yum yum”
(p. 23)
E
intanto s’innamora di Theresa. Theresa che un poco gli somiglia, perché
sa reinventare le cose; Theresa che saprà spezzare l’incantesimo del
disamore, della solitudine e del soliloquio delle piccole cose: Richard
amava la ripetitività, la routine, e forse si stava spegnendo mentre
inseguiva l’essenza. L’essenza, nelle cose. Se è vero che le cose ci
proteggono – “sistema di resistenza passiva alla mortalità”, p. 30
– lui s’era creato una roccaforte di quelle invincibili.
“Second
Hand” è uno di quei libri che dovevano essere pubblicati. Ha questa sua
grazia pop – profondo parlando di minimalia, intenso giocando sulla
quotidianità – che può ricordare i momenti migliori di autori
occidentali leggeri come Pennac e Hornby. Il romanzo illumina gli oggetti
poggiati sui vostri scaffali, e sulla vostra scrivania: non è detto che
dobbiate essere necessariamente feticisti, basterà giocare quel gioco per
raccontarvi storie che giuravate fossero perdute.
Più
debole nella narrazione della storia d’amore per Theresa, è un
monumento d’originalità per quanto riguarda contesto, ambientazione, io
narrante e sua attitudine alla conversione del particulare in universale.
Praticamente il regalo perfetto per una lettrice o un lettore forte in
cerca di una storia ben raccontata e prodromica di influenze decisive e
ludiche e romantiche nella sua vita. A partire dagli oggetti che ci
appartengono, parleremo dei romanzi delle nostre vite, e delle vite di chi
abbiamo amato.
Adorabile,
come tutto quel che ti ricorda lei, che se ne è andata.
|
Gian
Paolo Serino
D – la Repubblica delle Donne
giugno 2008
L’ultimo grido: niente di nuovo
Negli Stati Uniti è diventato un libro di culto: attraverso il
passaparola i lettori hanno scoperto un romanzo che con ironia, molto
vicina per intenderci alla scrittura del Toole di Una banda di idioti,
racconta un mondo di “seconda mano”. Ma, come recita il sottotitolo,
è anche e soprattutto “una storia d’amore”: quella tra Richard,
proprietario di un negozio di oggetti usati a Detroit, e Theresa, che
soccorre animali abbandonati. Proprio il desiderio di offrire una seconda
vita agli scarti, a ciò che gli altri considerano rifiuti, ad avvicinare
Richard e Theresa e ad abbracciarli in una serie di comiche e dolorose
avventure che li porterà a un finale di prima scelta.
Come spiega il successo di un libro sulla “purezza dell’usato”
negli Stati Uniti, tempio dei gadget e dell’usa e getta?
“Quella per la novità tecnologica in
america è una vera ossessione. Allo stesso tempo, però, esiste un
autentico culto per le cose vecchie. Ci sono persone che comprano quasi
ogni cosa di seconda mano, frequentando negozi dell’Esercito della
Salvezza, mercati delle pulci e negozi d’antiquariato. Il Junking è
sempre esistito, solo che adesso comincia a essere considerato un vero e
proprio stile di vita. O quantomeno una scelta di tendenza. Altri ancora
lo vedono come una sorta di atto politico: uscire dal circuito
dell’‘American materialism’ per sovvertire il sistema”.
|
Nel libro, però,
la ricerca più “vibrante” è quella di una vita di seconda mano.
“Il più delle volte penso che le
persone cerchino oggetti che ‘vibrino’ con loro. Da quando l’America
è così ossessionata del nuovo, dal luccicante, dal tecnologico, noi
guardiamo questi oggetti come fossero ricordi dei tempi passati, quando le
cose erano più semplici o più affascinanti o perlomeno più
interessanti. Come dice Richard verso la fine del romanzo, ‘Non siamo
tenuti ad amare le cose che ci dicono di amare... è bello amare ciò che
sembra non avere alcun valore”. C’è qualcosa, in quell’idea, che
piace. Dà una sensazione di potere”.
Anche i due protagonisti subiscono il fascino delle loro vite in
apparenza alla deriva...
“Verso la fine del libro c’è una
citazione di Octavio Paz: ‘Quando la vita viene gettata via, si
moltiplica’. È quello che accade a Richard e Theresa. Quello che altri
vedono nelle cianfrusaglie, loro lo trovano l’uno nell’altro: quel
valore che gli altri non necessariamente riconoscono o comprendono. Non è
questo l’amore, dopo tutto?”
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LN
- Libri Nuovi
gennaio 2009
Retrogusto al gusto di sospiro, per un
libro che va degustato e centellinato, ma prima o poi finisce, e non
vorresti, è la vita che va così, e quando finisce sospiri e pensi: chissà
quando me ne capiterà un altro altrettanto bello. Mi è piaciuto molto,
se non si fosse capito. Mi è piaciuto talmente tanto che stimola una
certa fiducia nell'editoria, perché mentre lo leggi pensi che non è
tutta carta sprecata quello che finisce sugli scaffali di una libreria. Va
bene, confesso, sono di parte, mi piacciono le cose trovate, e il top
della goduria sarebbe stato trovare questo libro su una bancarella di una
fiera o seppellito in un Libraccio fra fratelli dimessi, come vecchie auto
da rottamare. Invece l'ho preso immacolato in una libreria normale e,
stranamente, per averlo tanto amato non l'ho nemmeno sottolineato. Per
stare in tema con Richard, potrei rivenderlo quasi al prezzo intero, se
mai volessi liberarmene.
Richard, il protagonista, potremmo definirlo in tanti modi, Junker,
Hipster, o cultore della memoria, e anche se non sembrano sinonimi a mio
parere lo sono. Richard è un rigattiere, potremmo definirlo così in
termini più eleganti, insomma è uno che va alle vendite di sgombero e
porta nel suo negozio oggetti usati da persone morte o in casa di riposo,
per venderli ad altre persone, che prima o poi moriranno anch'esse. Non
conosco le vendite di sgombero, mi sa che in Italia non usano tanto, ma un
paio di negozi dove c'è ammassata questo tipo di roba li ho visitati e mi
sono portata a casa dei bicchieri, delle sedie, e poco altro, ma fra i
miei libri molto viene dal Libraccio, e il concetto è lo stesso; trovare
fra le pagine un biglietto, o una dedica, o una sottolineatura, mi
commuove quasi.
|
Ma questo non ha niente a che vedere col
libro, o forse sì, perché ha a che vedere con una delle ragioni per cui
il libro mi è piaciuto, a parte questo potrei dire che è scritto a ruota
libera, una sorta di lungo monologo di Richard che racconta, e ti sembra
di essere al bar con un amico e mentre una birra tira l'altra lui non
smette di raccontare. È una storia con dentro tante storie. Ha delle
trovate esilaranti, e altre commoventi, i personaggi non sembrano tirati
fuori da sotto lo zerbino, e ogni cosa ha il suo giusto peso. È un libro
che ha equilibrio, come si dice in gergo funziona. Un personaggio
come Richard non può che avere una fidanzata in sintonia, Theresa. Ma
Theresa lavora in un centro anticrudeltà dove ci si occupa di randagi, a
volte occupandosene fino in fondo, e questo ha il suo peso. Ha il suo peso
su Theresa e di riflesso su Richard, così come potremmo interrogarci
sulla forza che spinge un individuo verso il suo lavoro e viceversa. Forse
questo è uno dei punti di forza di questo libro, stimola delle
riflessioni che ne stimolano altre in maniera esponenziale. E finisce che
magari non hai fatto solo una lettura ma un gran viaggio dentro quel paio
di cassetti che di solito stanno ben chiusi nelle tue viscere. È un
viaggio dentro la vita e la morte, e dentro la catarsi, necessaria,
indispensabile. Forse ti lascia addosso un profumo appena accennato di
malinconia, ma è una malinconia buona, come l'abbraccio di un vecchio
amico. |
Carlotta
Vissani
Mangialibri
giugno 2008
Richard è quello che si definisce uno junker:
un cercatore incallito di cianfrusaglie. Le sue giornate scorrono
tranquille tra mercatini di beneficenza, sgomberi di cantine, thrift
shops e vendite nei garage. Poi, a fine mattinata, apre il suo negozio
- Satori Junk - sulla Main street di Detroit e attende di vendere la sua
merce bizzarra agli avventori - altrettanto strampalati - che si
avventurano tra scaffali stracolmi di chincaglierie e autentiche rarità
degli anni sessanta e settanta, alla ricerca del pezzo che fa per loro.
Per Richard essere un cercatore di cianfrusaglie non è un semplice
lavoro: è lo scopo fondamentale della sua vita, la sua passione, la sua
malattia. Ogni oggetto racconta una storia, ha un’anima, dice qualcosa
su chi l’ha posseduto, vibra al contatto con nuove mani e nuovi occhi.
Che senso ha passare la vita ad accumulare soldi per acquistare beni nuovi
di zecca che, appena comprati, diventano comunque vecchi? Nessuno! Può
portare soltanto alla teoria delle tre D: Decesso, Disperazione e Debiti.
Il second hand e il vintage, invece, ti permettono di collezionare le cose
più kitsch che si possano immaginare, ma è un’attività che da grande
soddisfazione perché comprende il senso della ricerca, della curiosità e
della scoperta finale. Tutto scorre liscio, fino a che la sua vita non
viene sconvolta dalla morte della madre e dall’arrivo di una dea-gatto
di nome Theresa, della quale
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Richard si
innamora all'istante la prima volta che irrompe nel suo negozio, facendo
scampanellare la porta. Alla morte della madre, che lo ha sempre criticato
per la sua 'non scelta' lavorativa, segue la vendita della casa nella
quale ha vissuto la sua infanzia, e il relativo sgombero. È frugando
nella cantina, in soffitta e nella camera da letto dei suoi genitori, che
Richard scopre segreti e misteri di una madre moralista, che in realtà
aveva una sua carica sensual-passionale, e di un padre che amava
profondamente la fotografia al punto di farne una professione, di cui
Richard era all’oscuro. Porte e finestre si aprono su un mondo a lui
sconosciuto, su tasselli passati che riemergono alla luce. Theresa,
invece, rivela il lato più debole di Richard, quello legato all’amore,
alla paura di provare un sentimento e di non sapere come gestirlo, scopre
la sua goffaggine, il suo romanticismo imbranato eppure irresistibile.
Theresa, bizzosa e lunatica, lavora presso un rifugio anticrudeltà per
animali abbandonati. La sua vita è una perenne altalena tra momenti di
euforia e fasi di profonda depressione per tutti i cuccioli che è
costretta ad abbattere perché impossibili da gestire economicamente. Il
loro rapporto è a tratti comico, patetico nel senso più buono del
termine, pazzo, instabile eppure profondo, dolce, infantile, spontaneo.
Zadoorian, al suo primo romanzo dopo una lunghissima serie di racconti,
racconta una storia che chiunque avrebbe voluto scrivere: ironica e
frizzante, muove al riso e alla tenerezza. Da comprare ad occhi chiusi. |
Berarda
del Vecchio
Leggere Tutti
marzo 2009
"Peccato che Richard non ci sia.
Questo mercatino gli sarebbe piaciuto di sicuro. Già, peccato solo che
Richard non esista, almeno non in quella che comunemente chiamiamo
realtà. Magari però potrebbe piacere a Michael...". Ecco cosa mi
sono ritrovata a pensare in una calda mattinata di fine luglio mentre mi
aggiravo fra le bancarelle di quello che potremmo definire l'omonimo
viennese di Porta Portese. Perché certe volte, come nel caso di Second
Hand, i libri ti entrano talmente dentro da convincerti che quei
personaggi esistano davvero, che conducano seriamente la vita che anche tu
ora conosci così bene e che, nel caso in cui tu muoia dalla voglia di
incontrarli, ti basterebbe fare una semplice telefonata per metterti in
contatto tra loro. Insomma, io a Vienna avrei davvero voluto poter
chiamare Richard e metterlo al corrente di quante bancarelle di
cianfrusaglie e oggetti di seconda mano ci fossero in quel della capitale
austriaca. Certa, infatti, che ne sarebbe stato entusiasta. Forse avrebbe
addirittura preso un volo per venire a curiosare in questo mercatino delle
pulci. Magari avrebbe lasciato il negozio a Theresa, o forse anche lei
sarebbe venuta con lui...
Ma andiamo con ordine. Chi è Richard? E perché
mai dovrebbe amare le cose di seconda mano? Richard è l'anomalo e timido
protagonista del delizioso libro di Michael Zadoorian che, in
controtendenza rispetto al mondo sempre alla ricerca dell'ultimo
accessorio iper tecnologico, procede al contrario, all'indietro, un po'
come i gamberi: semplicemente, trova che le cose nuove siano noiose, senza
storia, sentendosi invece, molto più a suo agio con le cianfrusaglie, la
roba di seconda mano. Di questo suo amore per il vecchiume, oltre a farne
un vero e proprio lavoro - apre un negozietto dell'usato nella periferia
di Detroit - ne fa soprattutto uno stile di vita con tutta una sua
particolarissima filosofia: "sono convinto che quando possiedi
qualcosa che è appartenuto a un'altra persona stabilisci un contatto con
lei, con il suo passato. E' un modo per toccare un'altra persona senza
incasinarsi con i sentimenti. Ecco cosa rappresentano gli oggetti di
seconda mano per me. Ma ovviamente ci sarà sempre gente che si domanderà
solo se quelle mani fossero lavate come si deve". |
Così fra gli sgomberi di case private, thrift shop, Esercito della
Salvezza, vendite parrocchiali di beneficenza, mercatini condominiali,
traslochi e ogni forma esistente di commercio dell'usato, Richard
trascorre la sua vita in modo calmo e tranquillo eccitandosi solamente
quando riesce a trovare delle vere rarità a qualche svendita da garage.
Poi di colpo, succede di tutto: muore la
madre, la vecchia casa di famiglia viene messa all'asta, inedite e
insospettabili foto scattate dal padre gettano una nuova luce sul rapporto
fra i genitori, e una misteriosa "dea del riuso" fa capolino nel
suo negozio: Theresa. Questa ragazza, attraente in un "senso svendita
da garage del termine", che veste mischiando giubbotti di pelle anni
Settanta, vestiti anni Cinquanta e cappelli flosci anni Settanta, e fa un
lavoro di cui ama parlare poco sopraffatta da grandi sensi di colpa, farà
completamente perdere la testa al nostro junker.
Michael Zadoorian con la sua scrittura
leggera e ironica ci fa aprire gli occhi su un mondo sommerso, nascosto
che vive di cose e di oggetti usati, vissuti, plasmati dal tempo. Oggetti
che invece di finire nella prima discarica disponibile, vengono innalzati
al rango di rarità e collezionismo fino ad acquisire una nuova bellissima
luce.
Dopo aver letto Second Hand nessuno di
noi sarà più in grado di andare a un mercatino delle pulci senza pensare
a Richard e al suo particolarissimo modo di guardare le cose: "Trovare
un nuovo impiego per un oggetto abbandonato è un gesto di una purezza
cristallina". |
Il racconto di un
“cercatore di oggetti vissuti”
L’opera prima di un autore
che descrive con delicatezza e misura la storia di una passione per gli
oggetti di seconda mano. E della rara e preziosa dote del protagonista di
ridare ad essi, dopo che sono stati abbandonati, una nuova vita,
un’identità ed una voce che si credevano perdute per sempre.
Nella periferia di Detroit, città grigia e inquinata, c’è un negozio
dell’usato, il “Satori Junk”. Colorato e ripieno di cose. Nel
negozio, tra una poltrona cinese rossa anni ‘40, vecchi bicchieri da
bar, un divano anni ‘60, manichini, set da tavola anni ‘30, lampade,
tavoli da cucina anni ‘40, stereo impolverati in legno, LP e lampade
kitsch, bonghi, miniature, cucchiaini ricordo smaltati, trofei e grappoli
d’uva in vetro, c’è Richard, il proprietario. Richard è un junker;
junk è il termine per indicare letteralmente le cianfrusaglie, il
ciarpame, quell’ammasso di cose meravigliose, inutili, incredibilmente
kitsch, che, comprate d’impulso in un momento di debolezza, finiscono
inesorabilmente per essere dimenticate in soffitta o destinate ad un
mercatino dell’usato. E’ proprio a queste cose, oggetti di seconda
mano appunto, che Richard dedica la propria vita e la propria attività.
Oggetti di cui altri hanno
decretato la morte, vengono recuperati da Richard che gira instancabile
per vendite per sgombero o decesso, mercatini nei cortili e magazzini
degli eserciti della salvezza. Quella del protagonista del romanzo non è
un’ossessione, ma una rara dote: quella di ridare vita alle cose, di
ritrovare la loro anima perduta. Perché, secondo Richard, mentre gli
oggetti nuovi sono noiosi e piatti, quelli vecchi hanno una luce ed una
voce che raccontano la storia di chi li ha posseduti. Conservano frammenti
di anima e pezzi di vita: allora accade che avere qualcosa che è
appartenuto a un’altra persona permette di mettersi in contatto con lei,
con il suo passato. Si possono così ascoltare storie meravigliose e
insolite, e collezionarle; conoscerne i protagonisti e dialogare con loro.
|
Insomma nella società che
ha fatto del consumo sfrenato, della ricerca del nuovo e del
tecnologicamente avanzato e della sollecitazione continua dell’impulso
all’acquisto i suoi totem, Richard è una voce controcorrente che
rifiuta una realtà omologante e piatta. In un continuo dialogo con le
cose appartenute agli altri, che è certo evocativo e affascinante, ma che
coinvolge i sentimenti fino ad un certo punto, accade però,
inaspettatamente, che Richard si imbatta nel suo passato. La morte della
madre e il conseguente sgombero della casa in cui Richard ha vissuto sin
dall’infanzia lo costringono a fare i conti, attraverso gli oggetti, con
un passato imprevisto. Scopre così una madre ed un padre diversi da
quelli che conosceva, lati del carattere e dell’identità dei genitori
che gli fanno ri-definire il suo rapporto con loro e rileggere gli anni
trascorsi in famiglia.
Costringendolo a provare
personalmente come gli oggetti siano in grado di determinare un
coinvolgimento dei sentimenti assoluto e totale. A complicare le cose
arriva poi anche una cliente inaspettata ed imprevedibile, Theresa, che ha
un lavoro simile a quello di Richard: si occupa infatti di animali
abbandonati, quelli che nessuno vuole più, usati e poi lasciati. Le vite
dei due protagonisti, così eccentriche e anticonvenzionali, si
intrecceranno inestricabilmente e la storia d’amore tra i due, lei
umorale e indecisa, lui timido e disarmante, farà capire a Richard come
sentimenti ed emozioni non possano essere calibrati, dosati o temuti ma
vadano invece vissuti senza riserve.
Scritto con uno stile pulito
e semplice, Second Hand è un romanzo intelligente,
forte di un notevole successo editoriale. La capacità del suo autore,
Michael Zadoorian, è quella di trattare senza banalità e patetismo un
tema, quello dei sentimenti e delle relazioni emozionali, che può portare
spesso a scadere nell’ovvio. In questo caso, invece, ci si trova a
tenere tra le mani pagine che raccontano l’anima degli oggetti, l’importanza
di un loro utilizzo consapevole ed infine la loro capacità di trasformare
la vita.
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“Avete
mai fatto caso che più una persona invecchia, più grande diventa la sua
automobile? È come se il numero di anni trascorsi sulla Terra fosse
direttamente proporzionale ai metri quadri di lamiera... Più si
invecchia, più roba si possiede. Perché? Perché le cose ci proteggono.
Sono una zavorra, una specie di sistema di resistenza passiva alla
mortalità”.
Ridere, ridere, riflettere, riflettere, ridere...
Questa è la frase
scelta da Nicola Roggero, della Libreria Angolo Manzoni di Torino,
per consigliare Second Hand.
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