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JÖRG FAUSER
L’uomo della neve
Blum guardò l’orologio.
Era proprio ora. Vuotò la tazza del caffè, prese uno stuzzicadenti dal
contenitore di plastica e fece un
cenno al cameriere. Il conto non era salato – sì e no l’equivalente
di cinque marchi – ma doveva
assolutamente concludere qualche affare, per permettersi un pasto caldo
anche la settimana dopo. Non gli
andava di intaccare le riserve. Lasciò qualche centesimo di mancia nel
piattino e uscendo fece un cenno con
il «Times of Malta» arrotolato al gestore, che giocava a carte con la
figlia dell’oste.
Un giovanotto sveglio. Presto, forse, anche un cliente.
La luce era così forte che per un attimo lo abbagliò. Cercò tastoni gli
occhiali da sole e quando appurò che
doveva averli dimenticati in albergo, vide, accanto alla carrozza con il
suo decrepito cavallo bianco, la macchina
che da qualche giorno gli stava sempre appresso. Uno dei due uomini seduti
scese e gli si avvicinò, un
piccoletto con i capelli neri e una giacca di pelle scamosciata, una di
quelle persone che non dimenticano mai
gli occhiali da sole.
«Mr Blum?»
Sebbene avesse appena finito di bere, aveva la gola secca. Si tolse lo
stuzzicadenti dalla bocca.
«Sì?»
«Solo un momento, sir».
L’uomo aprì il portafogli e gli mostrò un documento, un documento
inconfondibile in tutto il mondo.
Blum sentì che stava cominciando a sudare. Dall’edicola gli arrivò la
voce del maggiore inglese in pensione.
Neanche oggi era arrivato il «Daily Mail».
«Di che si tratta?»
«Glielo spiegherà l’ispettore Cassar. Solo una formalità».
«Ispettore? Non capisco. Io sono un turista…»
Ma Blum capiva benissimo ed era chiaro che il poliziotto lo sapeva. Il
maggiore si lasciò di nuovo convincere a
prendere il «Daily Telegraph», mentre Blum gettava lo stuzzicadenti e
seguiva il poliziotto fino alla macchina.
Non sembravano esserci altre possibilità, così di buon’ora.
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2
Era una stanza piccola, che
puzzava di muffa, come la maggior parte di quelle stanze. Il ventilatore
sul soffitto non era in funzione.
Carenza energetica. L’ispettore aveva accostato la sua sedia alla
parete. La faccia era in ombra, ma
Blum aveva visto abbastanza per sapere che non era una di quelle facce che
si ricordano con piacere. Capelli
castani con la riga diritta e un tremito permanente intorno alla bocca da
pesce.
L’abito scuro era stirato in maniera impeccabile, e le dita che
sfogliavano il passaporto di Blum erano muscolose e
perfettamente curate.
Misero da parte il passaporto, sfogliarono un dossier e tornarono al
passaporto. Forse preferivano quel tipo
di carta.
«Lei ha un visto turistico valido per un mese, Mr Blum».
L’ispettore Cassar parlava un purissimo inglese burocratico. Un
bastardo, pensò Blum, e annuì.
«Il visto scade fra tre giorni».
«Potrei rinnovarlo».
«Per quale motivo dovrebbe farlo?»
«Perché Malta mi piace molto, per esempio».
«È già un bel po’ che si trattiene da queste parti, Mr Blum. Un fatto
decisamente insolito per un turista, non
trova?»
«Conosco turisti che stanno in giro per anni».
«Intende quelli con i capelli lunghi, lo zaino e la chitarra? I giovani?
Mr Blum, la prego. A meno che il suo passaporto
non sia falso, lei è nato il 29 marzo del 1940. Non voglio credere che si
consideri ancora un membro della
giovane generazione».
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