LA TRADUZIONE DEL TESTO POETICO |
La traduzione
letteraria non può ridursi concettualmente a una operazione di
riproduzione di un testo. Questo può valere al massimo per un testo di
tipo tecnico, per il quale è – tutto sommato – congruo continuare a
parlare di decodifica e di ricodifica. L’invito nostro è invece a
considerare la traduzione letteraria come un processo, che vede muoversi
nel tempo e – possibilmente – fiorire e rifiorire, non “originale”
e “copia”, ma due testi forniti entrambi di dignità artistica. Il
concetto di “movimento” del linguaggio nasce proprio dalla necessità
di guardare nelle profondità della lingua cosiddetta di partenza prima di
accingersi a tradurre un testo letterario. L’idea è comunemente
accettata per la cosiddetta lingua di arrivo. Nessuno infatti mette in
dubbio la necessità di ritradurre costantemente i classici per adeguarli
alle trasformazioni che la lingua continua a subire. Il testo cosiddetto
di partenza, invece, viene solitamente considerato come un monumento
immobile nel tempo, marmoreo, inossidabile. Eppure anch’esso è in
movimento nel tempo, perché in movimento nel tempo sono –
semanticamente – le parole di cui è composto; in costante mutamento
sono le strutture sintattiche e grammaticali, e così via. In sostanza si
propone di considerare il testo letterario classico o moderno da tradurre
non come un rigido scoglio immobile nel mare, bensì come una piattaforma
galleggiante, dove chi traduce opera sul corpo vivo dell’opera, ma l’opera
stessa è in costante trasformazione o, per l’appunto, in movimento. In
questa ottica, la dignità estetica della traduzione appare come il frutto
di un incontro tra pari destinato a far cadere le tradizionali coppie
dicotomiche, in quanto mirato a togliere ogni rigidità all’atto
traduttivo, fornendo al suo prodotto una intrinseca dignità autonoma di
testo.
(dall’introduzione di
Franco Buffoni)
I Saggi e i testi di Testo a Fronte
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