leon de winter
SuperTex
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Amsterdam, alba di un sabato.
Max, trentasei anni, erede della florida SuperTex, sfreccia con la sua Porsche fiammante.
Grasso, borioso, decisamente incazzoso, ha appena litigato con la fidanzata, licenziato la segretaria, saputo che una partita di vestiti in lavorazione a Taiwan non arriverà in tempo per la consegna. Ciliegina sulla torta: a due passi dalla sinagoga, investe un ragazzino di famiglia chassidica. E la famiglia minaccia di estorcergli un bel po’ di quattrini. Quanto basta per dichiarare lo stato di crisi, per affrontarla di petto. Max decide di trascorrere la giornata sul lettino di una psicanalista. in una giornata lunga trentasei anni – ma che vola in un lampo – ripercorre misfatti e conflitti di una vita; con il padre, il fratello, l’universo femminile e l’ortodossia ebraica.
SuperTex è un romanzo ruggente: scardina le porte della percezione di un uomo in crisi; da un’affascnante prospettiva ebraica, spalanca una finestra sulla nostra confusa realtà.
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“Il padre, un omino con le dita sottili, il viso magro e gli occhi di fuoco, picchiò rabbiosamente contro il finestrino della Porsche e io premetti il pulsante dell’alzacristalli elettrico.
‘Chi si crede di essere lei per andare così forte?’ urlò. ‘Ha investito mio figlio e io le assicuro che pagherà per questo!’”
Leon De Winter inizia a scrivere da ragazzino, ma il suo amore è il cinema. Appena finito il liceo, si tuffa in un apprendistato alla Bavaria Film, a Monaco, dove si accosta al ‘mestiere’ della sceneggiatura. Lo studio all’Accademia del cinema di Amsterdam lo delude, Leon non raggiunge il diploma e decide di scrivere romanzi. Non fa in tempo a pubblicarne tre, fra cui SuperTex, che rispunta la sua anima cinematografara: tutti debbono diventare film, costi quel che costi. Si reinventa produttore. Come dargli torto? I dialoghi sono diretti, incalzanti, plausibili. I caratteri vivi, molto sfaccettati. Trame tese, anche se parecchio articolate. I temi, fra i più attuali. Il suo ultimo romanzo, Il diritto di ritornare, tocca nel vivo il tema del conflitto fra Israele e Palestina. De Winter oggi vive con la moglie Jessica, anche lei scrittrice, e i figli Moon e Moos, a Los Angeles.
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“Il lettino si trovava accanto alla finestra. Era un divano largo, sul quale si poteva stare sdraiati comodamente in due, coperto da uno spesso plaid di lana. Una volta, l’anno prima, l’avevo tirato via, per appurare che nel punto in cui i pazienti afflitti da nevrosi e traumi agitavano nervosamente il sedere, c’era un grosso buco pieno di paglia secca. Stando disteso sulla coperta lo sentivi e ti dava l’impressione che la dottoressa Jansen avesse ordinato il divano proprio così, con quella grande bocca spalancata.”
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320 pagine, 10,00 euro
isbn 978-88-7168-511-3
Traduzione di Ellisabetta Svaluto Mareolo
“Senza volerlo, i miei occhi vagarono in direzione della fotografia di mio padre, appesa sulla parete di fronte, una foto scattata più di trent’anni prima, quando lui era più giovane di me oggi. Teneva in braccio sia Boy che me, e il fotografo lo aveva immortalato nel momento in cui le sue labbra toccavano la mia guancia di bambino. Era la mia fotografia preferita.”
“Lo vidi indugiare un attimo e lanciare un’occhiata di disprezzo alla mia macchina.
‘Un ebreo con la Porsche’ disse scuotendo la testa. E proseguì.”
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“Andammo in vacanza a Gerusalemme. Toccammo i blocchi di pietra del Muro del Pianto, resi lucidi dalle carezze di milioni di mani. Lei si trovava nelle parte riservata alle donne, io in quella degli uomini e la vidi infilare un bigliettino in una delle fessure fra le pietre, un rito superstizioso diffuso fra i credenti.”
“‘In questo momento mio fratello vive a Casablanca’.
‘A Casablanca? Perché?’
‘Già, perché? Lo sa lei?’


‘Al telefono lei mi ha parlato di un’emergenza’.
‘Be’ sì, è più o meno così’.
‘Ha a che vedere con suo fratello?’
‘…Diciamo che se lui non fosse partito per Casablanca io forse non sarei qui’”.
Pagina a cura di Milena Scaramucci