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Ricardo Menéndez Salmón in Italia ha entusiasmato lettori e critici, parlando di vita e letteratura, con una straordinaria carica umana.
Un libro che è un apologo dell’uomo di fronte alla violenza e che potrebbe sembrare d’epoca, mentre è stato scritto nel 2006 dallo spagnolo Ricardo Menéndez Salmón che tra oggi e domani sarà a Milano per spiegare l’idea di «un mostro quasi morale, che aveva stabilito tra la propria sensibilità e il mondo una relazione di non corrispondenza».
Come mai ha scelto per il romanzo un’epoca abbastanza sovresposta come la Seconda Guerra Mondiale? «La guerra è il miglior scenario per indagare sulla condizione umana e si impone come luogo  privilegiato per una riflessione a proposito di chi siamo e dove stiamo andando», racconta l’autore nato nel 1971 nelle Asturie.


Alessandro Beretta
Corriere della Sera, 11 marzo 2008
«Ho una tentazione costante a inserire nelle mie opere in opposizione al male la possibilità della bellezza non intesa come salvezza redenzione o espiazione, ma come consolazione e come rifugio»
14 e 15 marzo, Cagliari
Sangue, ferocia, indifferenza, perdita del dolore. Parrebbe di essere capitati dentro la pellicola dei fratelli Coen Non è un paese per vecchi, siamo tra le pagine del nuovo libro di Ricardo Menendéz Salmón, L’offesa, presentato venerdì a Cagliari, Palazzo Regio, in un faccia a faccia con Alessandra Menesini, per la rassegna Leggendo metropolitano della Prohairesis. Ambientato nel periodo della seconda guerra mondiale, il racconto ci rende spettatori della storia di un giovane sarto tedesco, Kurt Crüwell, amante della musica, fidanzato con Rachel, che d’un tratto si trova risucchiato nel tunnel delle barbarie generate da un conflitto che non comprende. Testimone di un massacro compiuto dai compagni d’armi, non reggerà alla vista di tanto orrore e perderà i sensi. Una volta rinvenuto per lui tutto sarà diverso: il corpo, la mente, il cuore, si allontaneranno dal mondo fuggendo chissà dove. Solo le cure di Ermelinde riusciranno a fargli ritrovare l’amore per la vita.
Salmón sembra prima di tutto chiedersi: è completamente innocente il sarto-soldato Kurt? Può ritenersi incolpevole colui che, pur non partecipando attivamente a un crimine, non fa niente per impedirlo? L’immobilità può costituire una “giusta” risposta? «La prima cosa che ho cercato di fare è scappare dai luoghi comuni presenti in altri lavori sulla seconda guerra mondiale», dichiara lo scrittore asturiano, che ieri mattina nella Libreria Piazza Repubblica si è sottoposto al “fuoco incrociato” di domande rivolte dai lettori. «Proprio per questo ho voluto che il protagonista fosse un soldato tedesco. L’orrore per la guerra doveva essere visto con gli occhi di chi ha rappresentato il male. L’idea principale su cui si basa L’offesa è che anche tra i boia ci sono vittime: Kurt è una di queste». Ma come è nata l’idea di scegliere un sarto come protagonista? «Nessuno penserebbe mai di associare un sarto alla malvagità. La visione che Kurt ha della guerra è singolare, perché in realtà da essa non prova disturbo, non la conosce. Nella sua vita non c’è posto per l’orrore. Volevo che questo sarto fosse una metafora, una risposta al terrore causato dalla guerra. Il modo più radicale che un uomo ha di dimostrare il rifiuto verso qualcosa che non condivide, è quello di rompere tutti i vincoli con il mondo,  perdendo la sensibilità e l’attenzione per ciò che lo circonda».  Innocenza e colpa come binari che possono incrociarsi nel destino di ogni persona. «Fin dall’inizio del romanzo, Kurt appare un personaggio tragico: va in guerra avvolto dall’innocenza, ma restare innocenti in un mondo dove la legge che regna è quella della guerra, non è possibile».

Carlo Argiolas
L’Unione Sarda, 16 marzo 2008
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A Cagliari, Libreria Piazza Repubblica
Milano
11 marzo, Istituto Cervantes
12 marzo, Libreria Utopia
12 marzo, Università Cattolica
13 marzo, Casa delle letterature, Roma
Mentre Kurt Krüwell si preparava a fare il sarto, a sposare la sua Rachel, a suonare l’organo in chiesa, «un suo compatriota di nome Hitler ordinava al suo esercito di penetrare nel corridoio di Danzica». Salmón accompagna, con una narrazione che ha un andamento musicale, un uomo semplice come Kurt lungo le strade terribili della seconda guerra mondiale.

Giuseppe  Di Stefano
Corriere della Sera, 13 marzo 2008
Nella splendida cornice della Casa delle Letterature a Roma, Ricardo Menéndez Salmón ieri ha incontrato il pubblico e i giornalisti per presentare il suo libro.
Lo scrittore spagnolo, alto, magro, capelli ricci, occhiali da vista che nascondono in parte una faccia simpatica, è nato a Gijón nel 1971. Ha studiato filosofia. Benché sia piuttosto giovane, ha già conquistato la bellezza di quaranta premi, tra cui il premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riservati alla letteratura in lingua spagnola.
Lo affiancano Carlo D’Amicis, scrittore e redattore di Fahrenheit, e Matteo Lefèvre dell’Università di Tor Vergata. Il dialogo inizia subito ed è serrato, il romanzo viene messo sul
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tavolo e sezionato come un cadavere. Il punto di partenza è proprio l’idea di base del romanzo: il rapporto del protagonista col proprio corpo, e la sua perdita di sensibilità di fronte all’orrore della guerra.
Kurt, il protagonista, è un semplice sarto che il caso ha voluto scaraventare nel turbine della Seconda Guerra Mondiale, e durante una rappresaglia il suo capitano dà l’ordine di trucidare novantuno civili. Ma perché proprio a Kurt capita di recepire in maniera così radicale la violenza? Innanzitutto, risponde lo scrittore, perché Kurt rappresenta la normalità, è l’emblema della normalità, della regolarità quotidiana, che in un preciso momento storico viene travolto dal caos della guerra. Di fatti, puntualizza D’Amicis, l’inizio del libro è quasi elegiaco, fatto di esperienze sensoriali, in cui l’autore però utilizza una scrittura analitica, poi c’è la rottura, il corto circuito che provoca l’insensibilità.
A questo punto la domanda di Matteo Lefèvre è inevitabile: «In cosa consiste l’eccezionalità di Kurt?». «Ho voluto Kurt» risponde Ricardo, «senza creare un individuo straordinario, un uomo semplice coinvolto, suo malgrado, nella Seconda Guerra Mondiale».
Un personaggio speculare a Kurt, conferma più tardi Ricardo, è proprio il suo capitano che incarna invece l’esaltazione bellica, tant’è che un suo semplicissimo ordine ha stroncato la vita di novantun civili, e quando Kurt, diciamo così, cade malato il capitano rimuove il suo soldato. Due visioni della guerra contrapposte, ma necessarie, e del Nazismo «che ha sistematizzato anche filosoficamente il Male».
Insomma, viene da pensare, questo è un romanzo che affronta temi giganteschi: la morte, il dolore, l’orrore. E la storia di Kurt, antiretorica e priva di finale consolatorio, ci insegna che non ci si può liberare dal dolore, anzi, la memoria è quel meccanismo che ci tiene legati al dolore. Dal peccato non ci si libera mai e certe volte ricordare è addirittura necessario. Non a caso, alla fine del libro Kurt ritrova il suo capitano, in una serie di scene che ricordano alcune esperienze cinematografiche surrealiste di Luis Buñuel, in cui Kurt non potrà fare a meno di riallacciarsi al passato. Per far risaltare meglio questo principio della memoria, lo scrittore utilizza una terza persona onnisciente, che ogni tanto si intromette nella narrazione con brevi digressioni filosofiche, ma in generale rimane oggettiva, lontana, «insomma» dice Ricardo «un narratore che narra dalla contemporaneità» che appunto non può fare a meno di ricordare. Ed è proprio in quest’ultimo contesto che arriva una domanda estremamente interessante: «Che cosa rappresenta» chiede D’Amicis «per Kurt, e per l’autore, l’elemento del riscatto attraverso l’arte?». «So bene che l’arte» risponde Ricardo Menéndez Salmón «è un gradino sotto la possibilità di riscattarsi dalla vita […] Ma in assoluto non credo che l’arte possa salvare, semmai consolare […] È proprio scrivendo che si affronta il dolore, proprio perché se ne parla».

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Un piccolo classico contemporaneo
Alessandro Beretta
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A differenza di altri scrittori della sua generazione, più attenti a tematiche attuali, l’attenzione di Menendéz Salmón si rivolge ai temi rappresentati dai grandi movimenti di contestazione che inizano all’inizio del XVIII secolo e terminano con la fine della Seconda Guerra mondiale nel 1945 e che, secondo l’autore, hanno segnato profondamente la storia ma non sono ancora del tutto risolti e per questo possono rispecchiarsi nei problemi della società attuale. Proprio ne La ofensa Menendéz Salmón si occupa di un argomento che, nonostante l’ambientazione è sempre più che attuale: la mancanza di sensibilità e di attenzione verso ciò che accade intorno a noi e verso gli avvenimenti di cui siamo testimoni. «Ne La ofensa» spiega Menendéz Salmón «volevo riflettere sul grado di responsabilità di ciascuna persona e di ciascun popolo».

Sara Carini, Cattolica News
Ricardo Menéndez Salmón con Patrizio Zurru
 marchietto
pagina a cura di Stefano Nicosia