STEFANO
QUAGLIA
Il tartufo e la polvere
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Leggi il racconto inedito di Stefano
Quaglia pubblicato su Flair, Congestione
p.1
p.2
p.3
p.4

Giovanna Pietrini, mauxa.com, maggio 2010
Alessandro Besselva Averame, Il
Mucchio,
febbraio 2010 - intervista 
Giammarco Raponi, luminol.it, febbraio
2010
Cristina Marra, La
Riviera,
gennaio 2010 - intervista
Cristina Marra, MilanoNera, gennaio 2010 - intervista
Orietta Possanza, Terra,
gennaio 2010 - intervista
Giovanni Pannacci, mangialibri.com,
gennaio 2010
Cristina Marra, MilanoNera,
dicembre 2009
Pino Cottogni, SherlockMagazine.it, novembre 2009
Giovanni Valerio, Cucina di stagione, novembre 2009
Gianni Martini, La Stampa-Ed.Cuneo, novembre 2009
Barbara Caffi, La Provincia-Più Libri, novembre 2009
Bruno Gambarotta, La
Stampa-tuttoLibri,
novembre 2009
Antonio
Prudenzano, Affaritaliani.it,
novembre 2009
-
intervista
Donna
Moderna,
novembre 2009
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ascolta
Radio
Popolare, Babel,
Carlo Oliva
Radio24, Il
Cacciatore di Libri, Alessandra Tedesco
guarda
Le parole di
Nembrot,
Camilla Ronzullo
intervista Stefano
Quaglia
regia di Luca Mariani

1°parte
2°parte
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Giovanna
Pietrini
mauxa.com
maggio 2010
Stefano Quaglia, pubblicitario e produttore
cinematografico, classe 1963 esordisce nel campo della narrativa con il
giallo Il tartufo e la polvere. Il morto in questione è un uomo macedone,
Bosko Sadik, rinvenuto, soffocato da un tartufo, proprio sui gradoni di
piazza Duomo, a Milano.
A occuparsi dell'indagine sarà il commissario Arnaboldi, catapultato nel
luogo dove il giovane macedone viveva, nelle Langhe, e si guadagnava da
vivere lavorando nell'industria del tartufo. L'indagine porterà il
protagonista, il commissario Arnaboldi a scoprire un piccolo mondo.
L'aspetto ‘cartoonesco' e fumettistico che parte da Hannet e arriva a
Lupin III, fino alle citazioni in merito al cinema rivela la formazione
dello scrittore. Infatti, inizialmente Quaglia aveva l'intenzione di
scrivere la sceneggiatura di un film, poiché l'ispirazione per scrivere
la storia era partita da alcuni riferimenti visuali, solo in un secondo
momento ha trasformato la sceneggiatura in un romanzo.
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Il lettore può cogliere
l'intenzione, da parte dell'autore, di dissacrare il tartufo, andando
contro quegli stereotipi che vede quest'alimento di grande prestigio.
Cerca di rivalutare l'identità della provincia attraverso la tradizione
enogastronomica, quella stessa provincia che ormai deve rimettersi in
gioco con le nuove influenze apportate dagli stranieri di varie nazionalità
che entrano nella struttura sociale portando con sé le proprie
tradizioni.
Un noir paradossale, con uno stile leggero
senza troppe pretese. Invito il lettore a conoscere l'autore dei due
dipinti utilizzati per la copertina del libro, David Dalla Venezia, le
sue, secondo il mio modesto parere, sono delle immagini con profondo
potere.
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Alessandro
Besselva Averame
Il Mucchio
febbraio 2010
Il tartufo e la polvere è il romanzo d’esordio di Stefano Quaglia.
Classe 1963, pendolare tra le Langhe e Milano (dove fa il pubblicitario e
si occupa della produzione di film), Quaglia si è inventato un noir di
provincia paradossale e divertente, che ruota intorno alla figura
dell’ispettore Arnaboldi. Ecco le nostre curiosità sull’argomento.
Tutto è nato dall’idea di
scrivere la sceneggiatura per un film...
Sì, l’idea è partita con dei
riferimenti visuali, e ho iniziato a scrivere pensando a quello, per
capire se fosse una cosa sensata, se fossi riuscito a tenere alta la
tensione. Poi, un po’ alla volta, ho incominciato a pensare ai problemi
pratici legati alla realizzazione di un film e mi sono convinto che, con
maggiore libertà, avrei potuto scrivere un romanzo. Una volta accertatomi
che la storia stesse in piedi dal punto di vista narrativo, ho iniziato a
lavorare sullo stile.
Uno stile in cui l’elemento
umoristico riveste una certa importanza. Volevi distanziarti dal modo
generalmente un po’ serioso di intendere il noir in Italia?
Devo dire che non mi sono fatto molti
scrupoli in tal senso. Il pensiero che mi ha fatto immaginare la storia,
ancora prima di scriverla, partiva da considerazioni mie personali sul
mondo dei tartufi. Il fatto che ci fossero tanti soldi e tanti interessi
in ballo, una passione per certi versi smodata, sfrenata, per il tartufo.
Massimo rispetto per il tartufo in quanto tale, ma lo stile del libro
voleva un po’ andare contro tutti gli stereotipi che in questi anni
hanno reso il tartufo un alimento di grande prestigio, sul quale si
scrivono libri molto seri, si fanno dibattiti. È considerato qualcosa di
sacro. È un po’ la stessa cosa che è accaduta ad altri alimenti di
culto nei decenni passati, pensa al caviale. Alcune cose diventano simboli
per via di una moda, e mi piaceva l’idea di raccontare questa storia
prendendo spunto dalla mia personale visione di quel mondo. Ho cercato di
sdrammatizzare e di prenderlo in giro, con tutti i personaggi che gli
ruotano intorno. Quando immagino la figura dell’investigatore, però,
non penso mai agli italiani, penso alla “Hard Boiled School”, a
Marlowe e a Sam Spade. Se vuoi anche lì si trova dell’ironia, anche se
poi il tono è ovviamente più serioso. Mi sembrava anche giusto, viste le
situazioni paradossali in cui si vengono a trovare i personaggi,
raccontarle per quello che erano. Questa storia è figlia dei nostri
tempi, con tutti i paradossi annessi, e lo stile va di pari passo.
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C’è un lato cartoonesco, fumettistico anche: si parte da Hammet e si
arriva Lupin III...
Quella è un po’ la mia estrazione, ci
ho messo molto del mio. Ho raccontato in un certo modo perché si adattava
bene ad un immaginario che no è solo quello del personaggio principale.
Da lì il lungo elenco di ringraziamenti in fondo al libro, dove metto
insieme una serie di modelli culturali o subculturali, trasversali quanto
vuoi, che mi appartengono, e che ho fatto rivivere nei personaggi.
Lo sguardo è puntato sulla provincia, da
sempre un luogo dell’immaginario legato a misteri e delitti...
La provincia italiana, una provincia che
conosco molto bene perché ci vivo, è in questo momento abbastanza
frastornata. Da un lato c’è la rivalutazione e la riaffermazione di
un’identità culturale, attraverso una tradizione enogastronomica con
una sua forza che per fortuna, per molti versi, viene riaffermata, prima
di tutto tra le stesse persone che vivono la provincia, e poi esportata,
attraendo così il turismo. Dall’altra, la provincia scopre tutta una
serie di nuove influenze da parte di stranieri di varie nazionalità che
entrano nel tessuto sociale, portando con sé, a loro volta, tradizioni e
modi di fare. La provincia piemontese è stata per secoli uguale a se
stessa, e l’ingresso di persone di colore, di persone che arrivano
dall’Asia o dai Balcani sicuramente cambia un po’ lo sguardo di chi ci
abita da sempre. Nuove usanze si mescolano a quelle storiche oppure ne
rimangono completamente avulse. È un piccolo ed interessante laboratorio
da osservare.
Hai già pensato
all’eventualità di un seguito?
All’inizio non ci pensavo, credevo che
fosse una cosa molto fine a se stessa e già ero contento di riuscire in
qualche modo a portarla a termine, poi però, come sempre avviene con i
personaggi, se funzionano hanno anche una vita autonoma e lasciano delle
finestre aperte. Ora sto pensando di scrivere qualcos’altro su Arnaboldi,
che man mano, raccontandone le gesta più o meno eclatanti, ha acquisito
uno spessore, una vita propria. Ma sto riflettendo sulla sua vita in
questo momento, sto pensando a che cosa vuole fare da grande, che è un
po’ il dilemma che riporta spesso nei suoi discorsi. Sto pensando alla
sua trasformazione piuttosto che ad una nuova vicenda in cui inserirlo.
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Giovanni
Pannacci
mangialibri.com
gennaio 2010
Orientarsi nel centro di Milano è facilissimo,
grazie al navigatore. L’uomo è felice quando scende dalla vecchia
Mercedes familiare. Si assicura al polso la catenella a cui è legata la
sua ventiquattrore e si prepara a un fine settimana milanese di affari e
divertimento. Prima il divertimento. C’è questo vecchio locale dove si
esibisce una sua vecchia conoscenza. Si chiama Bojana, la vecchia
conoscenza, e si esibisce insieme a Svetlana e al pitone Fido. Il teatrino
è pieno di quella minoranza di maschi che non si sono ancora arresi a
internet e all’home-video e il porno lo vogliono vedere dal vivo. Dopo
lo spettacolo l’uomo non può fare a meno di andare in camerino a
salutare la sua vecchia amica. Manca ancora qualche ora alla replica
serale, così Bojana, Svetlana e il pitone Fido decidono di dedicare
all’uomo uno show privato, in nome dei vecchi tempi. Nella camera
dell’hotel a tre stelle tutti si danno un gran da fare aiutati anche
dall’alcool e dalla cocaina. Quando l’uomo si sveglia è solo, il
portafoglio alleggerito di cinquecento euro e la Mercedes, lasciata
parcheggiata sotto all’hotel, non c’è più. L’uomo è un macedone
di quarantacinque anni, si chiama Bosko Sadik, è nubile, fa l’agente di
commercio e vive in Piemonte, a Cassinasco, in provincia di Asti. Questo
è quello che scoprono gli agenti dalla sua carta d’identità, quando lo
ritrovano morto sulle gradinate del Duomo. Fin qui è facile. Ci vorrà
invece l’autopsia per stabilire che l’uomo è morto soffocato a causa
di un grosso tartufo conficcato in gola. E qui, per l’ispettore
Arnaboldi, le cose si fanno maledettamente difficili. Soprattutto perché
lui odia i tartufi. Nonostante ciò è costretto a partire per le Langhe a
svolgere le sue indagini. In quei luoghi ameni e letterari dove
apparentemente non succede mai nulla, l’ispettore farà conoscenza col
maresciallo Lovisolo e con l’appuntato Baldi, ma anche con la sensuale
Maria, trasferitasi al nord per sfuggire a faccende di mafia.
L’ispettore scoprirà che vecchi cercatori di tartufi spariscono
misteriosamente e conoscerà l’ambiguo albanese Igli Bakalli, titolare
della ditta “Durazzo Delitartufo” per la quale il macedone assassinato
lavorava…
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Le langhe raccontate come fossero un B-movie degli anni settanta. C’è
il Belbo, c’è Canelli, c’è il castello Grinzane Cavour, ma di
Pavese, Fenoglio e Vittorini nemmeno l’ombra. In compenso ci sono
giovani cuochi giapponesi venuti per gli stage nei prestigiosi ristoranti
locali. Ci sono i pub e i sushi bar. Le aste telematiche con le principali
città del mondo per vendere il tartufo bianco di Alba. C’è la volgarità
pop della cultura global che azzanna anche certi luoghi mitici, con la sua
sfacciataggine, con la sua voglia di denaro facile e divertimento.
Brutture che finiscono per intaccare perfino la magia delle Langhe a
novembre. Stefano Quaglia costruisce una storia folle ma decisamente
divertente, che somiglia più a un fumetto d’autore che a un romanzo (ma
questa non è certo una annotazione di demerito). I personaggi parlano,
pensano e si muovono, in “tavole” perfettamente tratteggiate dallo
scrittore. La lingua è viva e scrosciante, la narrazione procede in una
sorta di discorso libero indiretto, dove non esistono i due punti e le
virgolette, ma tutto appare lo stesso chiarissimo, in un frizzante
mescolarsi fra dialoghi e pensieri. I riferimenti a Edwige Fenech, Alvaro
Vitali, Gloria Guida e Bombolo, strizzano l’occhio al lettore, ma – a
ben guardare – fra queste pagine transita anche Philip Marlowe, Orson
Welles, Kurosawa, Takeshi Kitano, ma soprattutto Lupin III, Jigen,
Zenigata e, naturalmente, Margot.
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Bruno
Gambarotta
La Stampa - tuttoLibri
novembre 2009
Prima o poi doveva succedere, che il
tartufo bianco d’Alba, un «Tuber Magnatum» non una volgare «terfezia»,
assurgesse al ruolo di arma del delitto. Partendo dall’indimenticabile
fallo in pietra de «La donna della domenica» (1974) siamo arrivati al
tartufo conficcato in gola a soffocare Bosko Sadik, un losco macedone
trovato morto in piazza del Duomo a Milano nel romanzo di Stefano Quaglia,
«Il tartufo e la polvere» ora edito da Marcos y Marcos. Non è la prima
volta che il tartufo uccide.
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Dicono le cronache che
Lionello d’Anversa, giovane sposo di Violante Visconti, in visita ad
Alba il 7 ottobre 1368, ne mangiò in gran copia come se fossero pagnotte,
bevve molto per dare refrigerio alle interiora e morì d’indigestione.
Nel romanzo di Quaglia il corpo del reato, immerso in un barattolo, viene
portato nelle Langhe per essere sottoposto a perizia. Manon sarà battuto
all’Asta Mondiale del Tartufo che si terrà domani al castello di
Grinzane Cavour e che vedrà i soliti cinesi di Hong Kong aggiudicarsi i
migliori. Grinzane Cavour...questo nome non mi è nuovo. Si potrebbe farci
un premio. Ho chiesto in giro, ma non ho trovato nessuno che ne volesse
parlare...
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Cristina
Marra
MilanoNera
gennaio 2010
L'istinto di Stefano Quaglia
Location, alibi, movente, detective, vittima e colpevole in un romanzo
giallo o thriller sono i più disparati, così come le armi più o meno
convenzionali usate per colpire a morte la vittima designata, ma finora un
tartufo bianco non era mai stato usato come arma per un crimine.
E´ quanto avviene in Il tartufo e la polvere di
Stefano Quaglia (Marcos y Marcos) in cui il pregiato tubero è arma del
delitto e merce per affari illeciti.
Com’è nata questa scelta?
Tutto nasce da quella che ritengo una divertente caratteristica del
tartufo bianco, quello di essere in fondo un tubero, seppur pregiato, che
è stato eletto a sommo e costoso protagonista della gastronomia, un
percorso che nel passato apparteneva per esempio ad un altro alimento
simbolo come il caviale. Pensando che una grattata oggi costa più di un
colpo di cocaina, ho cominciato a immaginare come questa caratteristica
potesse scatenare non solo sani appetiti, ma violente passioni.
Il romanzo si apre in una Milano by night dove
l’ispettore della polizia criminale Gianni Arnaboldi, quarantenne,
lunghi baffi neri, carattere deciso, sta tentando di mangiare un panino
del “King of porchetta” mentre in pieno centro, sul sagrato del Duomo,
il macedone Bosko Sadik è rinvenuto cadavere con un tartufo in gola. Le
indagini vengono affidate proprio ad Arnaboldi che si reca sul luogo del
presunto omicidio.
L’ispettore ha origini meridionali ma abitudini del nord,
conduce una vita disordinata ma è un attento osservatore e un abile
investigatore, è un personaggio con molte contraddizioni ed esperienze?
Uno dei più interessanti aspetti di Milano è quella di essere da sempre
un contenitore di esperienze differenti, avendo accolto persone
provenienti da tutta Italia e non solo. La cosa che sempre mi affascina,
in una comunità formata in gran parte da non-milanesi, è come queste
persone abbiano fortunatamente mantenuto delle caratteristiche della loro
terra d’origine anche se mischiate a quelle di questa città. Arnaboldi
si muove tra queste contraddizioni, una certa apatia e improvvise folate
di efficientismo, guidato in maniera alternata dalla testa e dalla pancia.
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Diventerà protagonista di una serie?
Non l’avevo mai pensato quando ho cominciato a scrivere, ma come credo
sempre succeda i personaggi prendono una vita differente da quello che si
era pensato di poter tracciare per loro, tipo quello che succede con i
figli. Certo che adesso Arnaboldi mi fa molta più compagnia di quando
l’avevo pensato, ora lo conosco molto meglio.
L’indagine conduce l’ispettore in trasferta a Cassinasco, sulle
Langhe, dove la vittima viveva e lavorava per una ditta di confezioni e
vendita di tartufi. “A capofitto e a stomaco appesantito”, Arnaboldi
collabora con i colleghi della “benemerita” anche alle indagini per la
sparizione di una cagnetta da tartufo e subisce il fascino della bella e
provocante Maria che ricorda una bella attrice italiana.
Sono molte le citazioni, riferimenti letterari, cinematografici,
calcistici, televisivi, che l’autore inserisce nella narrazione e che
rappresentano lo specchio di una generazione, è così?
Non so se sia veramente specchio di una generazione quanto di un modo di
pensare, o meglio di come mi piaccia vedere e pensare le cose più
disparate in qualche modo tutte connesse tra loro.
Intorno al commercio dei tartufi,
Quaglia crea un plot che coinvolge molti personaggi colpevoli di reati di
vario genere dalla truffa all’evasione fiscale, dalla prostituzione al
furto. Quaglia con uno stile ironico e velato di malinconia svela le
caratteristiche del suo investigatore il cui intuito e la cui
professionalità sono la carta vincente per scoprire la verità.
Sicuramente le diverse professioni dello scrittore hanno influito sia
nella trama del romanzo che nelle peculiarità del protagonista.
Pubblicitario, produttore e scrittore, come concili queste attività e
quale preferisci?
Questo fa un poco il paio con quanto detto prima: in generale mi sono
sempre occupato di comunicazione, una disciplina mutevole che costringe,
in senso buono, a tenere sempre gli occhi molto aperti per evitare il
rischio rottamazione come l’euro zero. E avere la possibilità di fare
cose connesse ma diverse tra loro è una grande opportunità che bisogna
tenere ben stretta.
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Orietta
Possanza
Terra
gennaio 2010
Il
fiuto dell’ispettore Arnaboldi
Edito per Marcos y Marcos, "Il tartufo e la polvere" è il
romanzo d’esordio per il pubblicitario Stefano Quaglia. Tra Milano e le
Langhe piemontesi le indagini (anche enogastronomiche) del protagonista.
Il libro giallo spesso denigrato dalla “grande” letteratura, ha
tuttavia al suo seguito un numeroso affezionato pubblico. Dopo autori del
calibro di Agatha Christie, Chandler e Simenon, per citarne alcuni che
ancora ci appassionano, tanti libri e autori di qualità vengono immessi
sul mercato editoriale, basta saper scegliere. Bravi scrittori che
inseguono, in ogni caso, la propria voce e la propria originalità senza
cadere troppo nel cliché. Stefano Quaglia, pubblicitario e produttore
cinematografico, al suo esordio con il romanzo Il tartufo e la polvere
(Marcos y Marcos), non è da meno. Il testo, nato come sceneggiatura per
un film mai realizzato, è stato poi ripreso e trasformato in un romanzo.
Ne è venuta fuori una storia pungente e divertente, raccontata in terza
persona, che parecchio ironizza su personaggi e circostanze.
La storia parte da Milano,
“città sicura”, e arriva nelle Langhe piemontesi: una sera in piazza
del Duomo, proprio sulla gradinata del sagrato, il macedone Bosko Sadik
viene trovato morto per soffocamento a causa di un tartufo bianco ficcato
in gola. L’indagine è affidata all’ispettore Arnaboldi che si sposterà
nella zona di Alba a novembre, «quando l’aria è satura del profumo del
tartufo», che lui chiama semplicemente puzza. Lì scoprirà un mondo che,
in un certo senso, lo catturerà. E le indagini? «Dell’indagine
onestamente non ci sto capendo un cazzo, anzi si capisce sempre meno, ci
sono gli albanesi, i macedoni e adesso i giapponesi, sembra di stare in
una barzelletta. Succedono più cose qui che a Milano». Quaglia è nato a
Novi Ligure nel 1963, dopo una giovinezza felice si trasferisce a Genova
per studiare il modo di diventare un letterato, non si sa come si ritrova
a Milano a fare il pubblicitario, il produttore di film e il regista.
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Originale la scelta del
tartufo come arma del delitto, che c’entra lei con i tartufi?
Sono piemontese e langarolo di adozione, con una casa di campagna che sta
proprio in mezzo a un’area dove i tartufi si trovano e parecchio, dove i
tartufai vanno e vengono a tutte le ore del giorno e soprattutto della
notte. Essendo la casa piuttosto isolata sono le uniche anime che mi fanno
compagnia, insieme ai loro cani naturalmente.
Come è nata
l’idea di scrivere questo romanzo?
Senza troppa pianificazione, in modo molto naturale, pensando al mondo dei
tartufi, al loro valore e a quello che si può fare per i soldi. Da lì a
una storia con colpevoli e assassini veri o presunti il passo è stato
breve.
Il suo stile è
particolare, sin dalle prime pagine si ha la sensazione di qualcosa di
“leggero”, un romanzo da non prendere troppo sul serio e con un
linguaggio quasi “parlato”.
Credo che la storia meritasse un tono di scrittura come questo. Ho pensato
da subito che i caratteri, le ambientazioni, le situazioni andassero
raccontati quasi di getto, evitando qualsiasi retorica. I personaggi sono
tutti un poco centrifugati dagli eventi e la scrittura segue il flusso di
quello che succede loro.
Quanto c’è di
lei nell’ispettore Arnaboldi?
Fra tutti i personaggi del libro è sicuramente quello che ha più di me,
anche se siamo distanti anni luce sui gusti enogastronomici. Gli invidio
molto quella sua apatia un poco mediterranea e il tempo che ha per
potersela godere.
Come ci si sente
al primo romanzo?
Bene. Soprattutto per come la storia è uscita fuori e per come è stata
elaborata. Mi è sembrato tutto molto semplice, anche grazie - almeno
credo, visto che è appunto la mia prima esperienza - al rapporto con
l’editore. La cosa più singolare rimane comunque non tanto vedere il
proprio nome stampato sulla copertina quanto vedere che il tuo libro in
libreria c’è davvero.
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Cristina
Marra
La Riviera
gennaio 2010
E’ una notte come tante a Milano e l’ispettore di polizia Gianni
Arnaboldi sta addentando un panino con la salsiccia del “King of
porchetta”, quando “panino in bocca e coca in mano, l’ispettore si
siede al volante della sua Alfa” e si reca in tutta fretta a piazza
Duomo. Sul sagrato della cattedrale è rinvenuto il cadavere di un uomo:
Bosko Sadik, macedone e agente
di commercio. Arma del delitto: un tartufo bianco in gola, causa del
soffocamento.
Nel romanzo “Il tartufo e la polvere”( Marcos y Marcos), “si parla
di Tuber Magnum di Alba, non un tartufo bianco qualsiasi ma il re dei
tartufi”, scelto da Quaglia come “arma” per uccidere, da dov’è
nata l’idea?
Pensando che una grattata di tartufo oggi costa più di un colpo di
cocaina, ho cominciato a immaginare come questa caratteristica potesse
scatenare non solo sani appetiti, ma violente passioni.
Intorno al commercio dei pregiati tuberi, Quaglia intesse un plot giallo
che coinvolge diversi personaggi, vittime o colpevoli di vari crimini
dalla prostituzione alla truffa.
Scrittore, produttore e pubblicitario, Stefano Quaglia come riesce a
conciliare queste attività? In generale, mi sono sempre occupato di
comunicazione e avere la possibilità di fare cose connesse ma diverse tra
loro è una grande opportunità che bisogna tenere ben stretta.
Certamente le diverse professioni dell’autore e i suoi disparati
interessi hanno influito sulle peculiarità del suo protagonista che
concilia i molteplici aspetti delle sue origini e del suo carattere.
Meridionale ma perfettamente integrato a Milano, Arnaboldi, “in consueta
giacca almeno di tweed, un bel tweed con regolari toppe ai gomiti, e una
bella sciarpa di lana, almeno mohair”, ha assimilato le abitudini della
metropoli ma non nasconde la predilezione verso la buona cucina casereccia
e la quiete della provincia.
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Arnaboldi è quindi un personaggio con molte contraddizioni?
Uno degli aspetti più interessanti di Milano è quello di essere da
sempre u contenitore di esperienze differenti. La cosa che sempre mi
affascina in una comunità formata in gran
parte da non-milanesi, è come queste persone abbiano fortunatamente
mantenuto delle caratteristiche della loro terra d’origine anche se
mischiate a quelle di questa città. Arnaboldi si muove tra queste
contraddizioni, una certa apatia e improvvise folate di efficientismo,
guidato in maniera alternata dalla testa e dalla pancia.
E a “capofitto e a stomaco appesantito”, le indagini conducono
Arnaboldi in trasferta, a Cassinasco, “seicento anime in gran parte
aggrappate in termini residenziali a una collina piena di vigneti” sulle
Langhe. In collaborazione con il maresciallo Lovisolo e l’appuntato
Baldi approfondisce le ricerche sulla vita e le abitudini della vittima
che lavorava per una ditta di confezioni e vendita dei tartufi e indaga
sull’improvvisa sparizione di una cagnetta da tartufo. Quaglia con
ironia e un tocco di malinconia fa spesso riferimenti e citazioni tratti
da film, canzoni, eventi sportivi e tratteggia anche la psicologia del suo
protagonista che, pur essendo un duro, cede spesso di fronte al fascino
femminile. Con intuito e determinazione Arnaboldi arriva a scoprire
la verità e, seppur con qualche remora ritorna a Milano.
L’ispettore
Arnaboldi ha tutte le caratteristiche per diventare il protagonista
di una serie, ci sarà un seguito a “Il tartufo e la polvere”?
Non l’avevo mai pensato quando ho cominciato a scrivere, ma come
credo sempre succeda, i personaggi prendono una vita differente da quello
che si era pensato di poter di poter tracciare per loro, tipo quello che
succede con i figli.
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Donna
Moderna
novembre
2009
Milano, novembre: un elegante albanese è trovato morto in piazza Duomo
con un tartufo in gola. L'ispettore Arnaboldi indaga e la pista lo porta
tra le Langhe. Tra i paesini semi addormentati, però, non ci sono solo
trattorie dove mangiare tartufi e bagna cauda, ma
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locali inaspettati: sushi bar, privé dove le coppie annoiate si
scambiano, garage rockettari...È il ritratto di un'Italia di provincia più
sveglia (anche troppo) e interessante delle grandi città. Arrivate
all'ultima pagina: la battuta di due barboni a cui la polizia ha fornito
un pasto è impagabile.
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Antonio
Prudenzano
Affaritaliani.it
novembre 2009
Ogni tanto ci vogliono libri come "Il tartufo e la polvere" di
Stefano Quaglia, in libreria dal 5 novembre per Marcos y Marcos. Piccoli romanzi senza
troppe pretese (indubbiamente questo uno dei meriti principali del testo
in questione, in un tempo in cui tanti, quasi tutti, e con risultati
non sempre felici, fanno a gara per mettere su carta il senso
profondo della vita e dell'umanità e anche di più, se possibile!), che
si leggono d'un fiato, anche grazie a una simpatica voce narrante, che
in spiritosa e guizzante terza persona gode nell'ironizzare sui
personaggi e sulle situazioni raccontate, e a uno stile 'parlato' che
ricorda il primissimo Tondelli. E già questo basterebbe...
Quante volte, nelle recensioni della miriade di gialli italiani più o
meno degni mandati in libreria negli ultimi cinque anni, avete letto che
il genere noir per l'autore di turno è solo (e in quel 'solo' c'è fin
troppo 'non detto'...) un espediente, un mezzo per raccontare molto di più,
addirittura un intero Paese, l'Italia, in presunto ineluttabile
disfacimento? Provate a controllare, oppure risparmiatevi la fatica e
fidatevi: almeno nel 50% dei casi, il 'recensore' di turno si serve di
questa frase fatta che, state tranquilli, metterà d'accordo tutti, anche
se nove volte su dieci non ha alcun senso...
Allora diciamolo chiaramente: Stefano Quaglia, pubblicitario e produttore
cinematografico classe '63 (è nato a Novi Ligure, si è spinto fino a
Genova 'per studiare il modo di diventare un letterato, e senza
sapere come, si è ritrovato a Milano a fare altro', o almeno così
dice...), non ha nessuna intenzione di raccontare la povera Italia che di
giorno in giorno sprofonderebbe al nostro fianco (come se avesse appena
iniziato a farlo), ovviamente attraverso la metafora del giallo. No, al
nostro interessano (molte) altre cose. Solo apparentemente meno
'importanti'. La sua missione è far godere il lettore, divertirlo con uno
stile che ti conquista e una storia che non ti crea troppe ansie, ma che
ha comunque il merito di farti scoprire personaggi che nel bene e nel male
non possono non risultarti simpatici.
Ma, a proposito, di che storia stiamo parlando? Questo è un giallo
che odora (o 'puzza', come direbbe l'ispettore Arnaboldi) di tartufi,
pregiati tartufi d'Alba per la precisione. C'è un morto, Bosko Sadik,
macedone, che viene ritrovato soffocato da un tartufo proprio sui gradoni
di piazza Duomo, a Milano. E' novembre, e Arnaboldi viene catapultato
nelle Langhe, a indagare ma, soprattutto, a scoprire un piccolo mondo che,
in un certo senso, saprà conquistarlo piano piano. E le indagini? Calma,
prima l'ispettore si deve godere la 'vacanza' e, a proposito, sentite
cosa risponde alla collega "secchiona" che lo rivuole subito a
Milano, visto che la trasferta sembra non portare risultati concreti:
"Dell'indagine onestamente non ci sto capendo un cazzo, anzi si
capisce sempre meno, ci sono gli albanesi, i macedoni e adesso i
giapponesi, sembra di stare in una barzelletta. Succedono più cose qui
che a Milano...". Che simpatico, Arnaboldi! Come si fa a non dare un
bel(lissimo) voto a un libro così?
Quaglia, quanto si è divertito scrivendo "Il tartufo e la
polvere"?
"Moltissimo, lo ammetto!".
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Lo stile del libro è molto
particolare...
"Nel mio libro lo stile è fondamentale. Lo si capisce sin dalle
prime pagine: questo non è certo un romanzo che si prende sul serio. Ho
cercato di essere il più diretto e immediato possibile. E poi, lo stile
leggero si adatta all'idea che mi sono fatta del mondo che ruota intorno
ai tartufi. Credo che ci sia, ed è l'aspetto più divertente, una
sopravvalutazione di questa che in fondo è solo una patata!".
A proposito, qual è il suo
rapporto personale con i tartufi?
"Mia moglie è delle Langhe, proprio della zona dov'è ambientato il
libro, e abbiamo una cascina circondata da boschi pieni di
tartufi...".
Tornando allo stile, sembra
avvicinarsi a quello del 'primo' Tondelli. Condivide?
"Mi fa un complimento. Amo Tondelli, anche se non lo leggo da tempo.
Ma sinceramente non ci avevo mai pensato finora".
Il suo romanzo pare prendere
in giro la moda della noir-mania. E' così?
"No, non direi. Amo il noir classico americano, e mi riferisco ai
romanzi hard boiled, alla vecchia scuola di Chandler e soci per
intenderci, dai quali per un periodo sono stato addirittura
'ossessionato'. Gli italiani, invece, mi appassionano meno. Sì, mi
piace Lucarelli, lo stesso Camilleri, ma nessun 'innamoramento' particolare...".
Ha letto della discussione sul
cosiddetto 'post-noir' che ha coinvolto alcuni autori 'di genere'
italiani?
"Sì, ma sinceramente non è una questione che mi interessa".
Torniamo al suo libro. Cosa le
piace dell'ispettore Arnaboldi...
"E' un lupo solitario. Pur essendo un poliziotto somiglia molto ai
detective della letteratura di una volta".
Lei si occupa (anche) di cinema.
Il suo romanzo è stato pensato per diventare un film?
"Al contrario! E' nato come sceneggiatura per una pellicola mai
realizzata. A quel punto ho deciso di lavorarci e trasformarlo in
libro".
I ringraziamenti alla fine de
"Il tartufo e la polvere" potrebbero essere un romanzo a
parte. Da Edwige Fenech alla Fiat Panda, da Rocco Siffredi a
Tuttosport (e alla Juventus), fino a Viale Papiniano (Milano) e alla
Salerno-Reggio Calabria, mette insieme di tutto. Ha dimenticato qualcuno
(o qualcosa) e vorrebbe approfittare per rimediare?
"Penso proprio di non aver dimenticato nessuno. Anzi, preso
dall'entusiasmo qualcuno l'avevo pure citato due volte, per fortuna
gli editor se ne sono accorti prima di stampare il libro!".
A proposito, sta lavorando a un
nuovo romanzo?
"Mi piacerebbe continuare con la serie dell'ispettore Arnaboldi...".
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Gianni
Martini
La Stampa - Settimo Giorno
novembre 2009
Il macedone morto di tartufo
«È arduo trovare un posto
per mangiare a Milano dopo le undici di sera […] Ma di chiudere la serata
morto con un tartufo in gola in piazza Duomo, Bosko Sadik non se lo
aspettava». Stefano Quaglia, da Novi Ligure, passato per Genova e finito a
Milano a fare un poco il pubblicitario, un poco lo scrittore, un poco il
regista. Naturalmente ci vuole un ispettore. Ed ecco Arnaboldi che finisce
nelle Langhe «quando l’aria è satura del profumo di tartufo, che lui
chiama puzza».
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Barbara
Caffi
La Provincia - Più Libri
novembre 2009
Un giallo esilarante nella patria dei tartufi
Non c’era cosa peggiore che potesse
capitare all’ispettore Arnaboldi, cultore del junk food e della Coca cola,
che condurre un’indagine nella patria del tartufo bianco, in quelle
colline dove il cibo è una religione e tagliolini, ragù e nebbiolo i suoi
profeti. Ma i casi della vita – nella fattispecie uno straniero morto
davanti al Duomo di Milano soffocato da un prezioso tubero – portano il
poliziotto proprio nelle Langhe e a essere protagonista de Il tartufo e
la polvere, primo romanzo di Stefano Quaglia. È un romanzo alla
Fruttero & Lucentini e che si avvale di una scrittura ironica e
colloquiale sapientemente padroneggiata dall’autore. L’indagine si
svolge tra vecchi contadini, cani da trifola, sushi bar e vedove di camorra;
si aggroviglia e si dipana in una caserma della Benemerita che sembra uscita
da Pane, amore e fantasia e regala al lettore un simpaticissimo
esordio letterario.
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Giammarco
Raponi
luminol.it
febbraio 2010
Il bel libro d’esordio del quarantaseienne piemontese
Stefano Quaglia, Il tartufo e la polvere, Marcos y Marcos, è un giallo
atipico, benché ci siano gli ingredienti classici del genere: il morto, il
poliziotto e le inevitabili indagini.
La prima e anche ultima volta che vediamo Bosko Sadik, è in giro per Milano
a bordo di una vecchia Mercedes e con una valigetta assicurata al polso da
un paio di manette. Deve consegnare il contenuto della valigetta,
naturalmente, ma ha tutto il tempo per concedersi una pausa; diciamo un
diversivo dalla routine del lavoro. La prima volta, dunque, che Bosko Sadik
incontra il commissario Arnaboldi della polizia di Milano, è morto in
piazza Duomo; la seconda volta che i due personaggi si incontrano è
all’obitorio.
Atipica è, innanzitutto, l’arma del delitto, un tartufo: «Il tartufo è
un fungo ipogeo conosciuto fino dall’antichità, i babilonesi nel 3000
a.C. già li raccoglievano, poi i greci e i romani […] In Italia si raccolgono
una decina di specie di tartufi, la più pregiata è il Tuber magnatum Pico
(tartufo bianco d’Alba o d’Acqualagna, nelle Marche)».
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Viene fuori che Bosko
Sadik è residente proprio ad Alba. Passiamo dunque ad un altro tratto
(fortunatamente) atipico di questo giallo: l’ambientazione, che adesso
scaraventa il commissario Arnaboldi a «Cassinasco, seicento anime in gran
parte aggrappate in termini residenziali a una collina piena di vigneti che
domina altre colline piene di vigneti».
È tra queste colline, le strade sinuose, la nebbia e tra mangiate
memorabili che il commissario dovrà sdipanare un imbroglio apparentemente
inestricabile che finisce per coinvolgere un paese intero che per poco non
mette a rischio la sua maggiore fonte di reddito: il tartufo.
Infine, l’ultima atipicità da segnalare, e forse la più soprendente e
la più apprezzabile, è la qualità della scrittura, in altre parole lo
stile: sebbene non riproduca affatto il dialetto di quelle terre, a parte
qualche breve escursione nei tratti tipici, riesce però a riprodurne il
ritmo; e non è poco, anzi, da solo riesce già a tirare fuori il meglio
dell’ambientazione.
Uno stile che non rinuncia mai a una certa delicatezza (anche dal punto di
vista grafico non usa virgolette o trattini, come se ci fosse una sorta di
rispetto nei confronti delle parole) e che ricorda certi esperimenti
linguistici in cui si impastava il dialetto alla cosiddetta lingua
letteraria o alla lingua standard.
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Pino
Cottogni
SherlockMagazine.it
novembre 2009
Un divertente giallo con il
particolare odore di tartufo
E’ in libreria dal cinque di questo mese il
romanzo Il tartufo e la polvere con il quale esordisce nel campo della
narrativa gialla Stefano Quaglia.
Un romanzo, come abbiamo detto, divertente che partendo da Milano
(addirittura dal Duomo) farà arrivare il lettore nelle Langhe con il
protagonista, l’ispettore di polizia Arnaboldi alle prese con una
difficile indagini e con un difficile approccio con il mondo dei cercatori
di tartufi e i suoi particolari ma gustosi sapori.
La storia inizia a Milano quando una sera viene trovato morto un certo Bosko
Sadik, un macedone. Sembra che la morte sia dovuta a soffocamento, con un
tartufo ficcato in gola.
L’indagine affidata all’ispettore Arnaboldi si sposterà nella zona di
Alba famosa per i suoi tartufi e con stile leggero e divertente l’autore
ci farà conoscere un certo mondo che ruota intorno ai tartufi.
L’autore dichiara il in prima battuta Il tartufo e la polvere era nato
come sceneggiatura per un film che poi non è stato realizzato, così decise
di riprendere in mano quanto aveva scritto e trasformarlo in un libro.
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Giovanni
Valerio
Cucina di stagione
novembre 2009
Il sapore del delitto
Profumi di campagna
Sulla scalinata di piazza Duomo a Milano viene trovato un cadavere. Un
macedone con regolare permesso di soggiorno. Professione agente di
commercio, residente nella provincia d'Asti, incensurato. Il verbale parla
di arresto cardiocircolatorio. Nel sangue, tracce di cocaina. Un morto come
tanti altri. Ma l'ispettore Arnaboldi resta colpito da un particolare: un
tartufo bianco conficcato in gola.
Inizia così un viaggio nelle Langhe, per scoprire cosa si nasconde dietro
la singolare arma del delitto. Per Arnaboldi, abituato alla pizzetta per
colazione e ai panini con la salsiccia, comincia un viaggio nella
gastronomia piemontese, dai "tajarin" al nebbiolo. Alla scoperta
dei segreti del re tartufo, tra nasi elettronici e vecchi cani, profumi di
campagna e aria da intrigo internazionale. Un giallo ironico con
innumerevoli citazioni, gastronomiche e cinematografiche.
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Cristina
Marra
MilanoNera
dicembre 2009
Sui gradini del sagrato del Duomo di Milano è
rinvenuto il cadavere di un uomo. La vittima è Bosko Sadik, macedone,
agente di commercio. L’arma del delitto: un tartufo bianco in gola, lo
ha soffocato. Incaricato delle indagini è Gianni Arnaboldi, commissario
di polizia non ancora quartantenne ma con una discreta carriera alle
spalle. In missione a Cassinasco, sulle Langhe, dove la vittima viveva e
lavorava per una ditta di confezioni e vendita di tartufi, Arnaboldi
collabora con i colleghi della benemerita e riscopre i piaceri della
tavola e i ritmi e paesaggi della piccola località collinare.
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L’indagine, che si svolge a
“capofitto e a stomaco appesantito”, riguarda anche la sparizione di
una cagnetta da tartufo. Intorno al redditizio commercio di tartufi,
l’autore crea una trama che coinvolge diversi personaggi, vittime o
colpevoli di vari crimini: evasione fiscale, frode alimentare,
prostituzione, furto. La scrittura di Quaglia ora ironica ora malinconica
punta a svelare gusti e particolarità del suo investigatore con
riferimenti e paragoni cinematografici, televisivi, calcistici e
letterari.
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