MIRIAM
ToEWS
In fuga con la zia - The Flying Troutmans
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leggi
Claudia Bonadonna, Rumore,
marzo 2010 
Chiara Pieri, ilRecensore.com,
marzo 2010
Graziella Pulce, Il Manifesto - Alias,
febbraio 2010
Luigi Sampietro, Il Sole 24 Ore - Domenica,
febbraio 2010
Ivan Cotroneo,
Rolling Stone,
febbraio 2010
Marilia Piccone, Stradanove.net,
febbraio 2010
Silvia Del
Ciondolo,
PULP Libri,
gennaio/febbraio 2010 
Maria Simonetti,
L'Espresso,
gennaio 2010 
Angela Del Prete, diecirighe.it,
gennaio 2010
Alberto Lenzi, boop.it,
gennaio 2010
Alessandro
Besselva Averame, Il
Mucchio, gennaio 2010 - intervista
Pag.1
Pag.2
Marco Montori, puralanadivetro.it,
gennaio 2010
Claudio Gorlier,
La
Stampa-tuttoLibri,
dicembre 2009 
Alessia Ercolini, Grazia,
dicembre 2009 
Gianfranco
Franchi, Lankelot.eu,
dicembre 2009
Wuz.it,
dicembre 2009
Internazionale, novembre
2009
blogbookshop.blogspot.com,
novembre 2009
Enrica
Brocardo, Vanity Fair, novembre 2009 - intervista
Pag.1
Pag.2
Carlotta
Vissani, D-La
Repubbica delle donne,
novembre 2009 
Marta
Cervino, Marie
Claire,
novembre 2009 
librisulibri.it, novembre 2009
Antonio Prudenzano, Affaritaliani.it,
novembre 2009
pareri dei librai
Tra
le righe libraria bistrot, Roma, gennaio 2010
Modusvivendi, Palermo, dicembre 2009
Francesco, Nina Libreria, Pietrasanta, novembre 2009
Pieranna, Libreria Margaroli, Verbania, novembre 2009
Beppe, Libreria
Massena28, Torino, novembre 2009
Beppe, Libreria
Massena28, Torino, novembre 2009
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Silvia
Del Ciondolo
PULP Libri
gennaio 2010
Peccato che in italiano la parola zia faccia pensare ad una
donna anzianotta che impartisce rigidi consigli. Hattie, la zia ventottene
del romanzo, intitolato nell’edizione canadese originale The Flying
Troutmans, è una tipa che non si fa tanto guidare dell’idea socialmente
accettata di ciò che si dovrebbe
fare. Per dirne una, carica su un furgone i due nipoti di undici e
quindici anni, raccontando una balla a scuola, e parte alla ricerca del
loro padre, che vive da qualche parte fra Stati Uniti e Messico. Ci vuole
coraggio, un piano e una buona dose di metodica pazzia. Avere a bordo
Thebes e Logan non è cosa che chiunque riuscirebbe a gestire, e non perché
vivono età complicate, ma perché sono due personaggi incredibili. Per
costruirli la Toews ha usato ossa, carne e della fantastica materia
grigia. Mi sembrava di essere lì mentre Logan incide sul cruscotto le sue
frasi criptiche, tipo Se fossi una
band mi scioglierei, oppure Guardati
da te. Lo vedo, col cappuccio in testa,
avvicinarsi al canestro di un campetto trovato per strada, oppure fumare
marijuana nella piscina di uno dei motel in cui pernotta l’allegra
brigata.
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Per non parlare di quell’essere meraviglioso che è Thebes. Che darei
perché fosse vera! Capelli viola, vestiti da giullare, decine di gadget
che costruisce e regala a chi incontra, un linguaggio tutto suo e una sana
avversione per l’igiene personale. Creatura imperdibile, che saluta
dicendo Bonjourno! e porta con sé
un dizionario nel quale cerca risposte che la sua fantasia travalica dopo
pochi istanti. La loro madre, causa del viaggio, si chiama Min. Anche con
lei non c’è da scherzare. Intelligente, indecifrabile, da quando è
nata non sa se vivere o morire. I brani in cui i ricordi affiorano alla
memoria di Hattie sono incantevoli e forti. Ho creduto di vedere anche
lei, Min, mentre balla in aeroporto, mentre tormenta le sue giornate,
mentre gioca coi bimbi. Che significa crescere con una sorella che
catalizza tutta l’attenzione e ti chiede di lasciarla morire? Ma niente
è tragico in questo romanzo, nemmeno lontanamente. L’ironia e il
paradosso la fanno da padroni e un’atmosfera alla Little Miss Sunshine
vi farà pentire di avere letto troppo velocemente.
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Luigi
Sampietro
Il Sole 24 Ore - Domenica
febbraio 2010
A ogni libro il suo prerequisito. Per avvicinare la Divina Commedia è
sufficiente avere un'idea di che cosa sia il Cristianesimo - distinguere
le tenebre dalla luce - e per leggere l'Odissea basta forse essere
semplicemente umani. In fuga con la zia della canadese Miriam Toews
sarebbe bene che uno lo aprisse sapendo dove si trovi il Manitoba e chi
diavolo siano i mennoniti. Non per vieto nozionismo ma perché potrebbe
altrimenti passare inosservato il fatto che si tratta di uno Stato al
confine estremo della Grandi Pianure («Mi fa impazzire il silenzio.
Chissà se di silenzio si può morire»); che su di un territorio doppio
di quello dell'Italia la popolazione supera appena il milione e che la
piccola comunità rurale in cui è nata la nostra scrittrice - 11mila
abitanti, la maggior parte dei quali appartenente a un'austera setta di
protestanti anabattisti, tipo amish della Pennsylvania - è nota come «la
città (!) dell'automobile».
«The driving thing, the car thing, the
road thing: da noi non si sente parlare d’altro. Io stessa il giorno in
cui ho avuto la patente ricordo che mi sono detta: “Wow, ma questa è la
libertà!», ha dichiarato la Toews, 46 anni e cinque romanzi
all’attivo, in una recente intervista. Non deve dunque sorprendere che
il suo ultimo libro – titolo originale The Flying Troutmans – appaia
come un romanzo picaresco. Quel che in America si chiama una storia “on
the road”. In realtà, a differenza del romanzo eponimo di Kerouac, alla
domanda: «Dove andiamo?», la protagonista della Toews non risponderebbe
mai: «Non lo so, ma dobbiamo andare».
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Il viaggio di zia Hattie con i due nipoti, Logan (15 anni) e Thebes (11),
attraversa mezza America, fino alla California, è sì un pretesto
narrativo per aneddoti e incontri vari, nonché un’ottima occasione,
nello spazio forzatamente circoscritto di un’automobile in movimento,
per delineare un buffo ritratto morale e psicologico dei due adolescenti;
ma è, anche e soprattutto, un viaggio alla ricerca del loro padre
scomparso da anni. Niente di nuovo, certamente. Ma non basta. Non è tutto
qui. Perché, dietro l’intelaiatura e dietro gli episodi – e al di là
di qualche luogo comune di troppo -, mentre si ride e si procede con il
viaggio, non si riesce a dimenticare che tutta la storia ha origine in un
gesto d’amore e che si è messa in movimento grazie al senso di
responsabilità della protagonista nei confronti della sorella Min, la
madre dei due ragazzini, ricoverata per l’ennesima volta in preda a
impulsi suicidi («Qui la gente non vede l’ora di morire. È l’evento
principale»).
Se non propriamente un libro con una morale, direi che la sua chiave di
lettura sia nelle prime due pagine, subito all’inizio, prima che cominci
il nostro divertimento. Ed è una eco, al di là dell’oceano, in
Francia, dove la futura protagonista si trova, di una voce, ascoltata,
anni addietro, magari con fastidio, in una meeting house della Chiesa
mennonita: «Non ho scelta. E cosa posso fare. I nostri genitori sono
morti. Min non ha nessun altro e, praticamente, in ogni senso, nemmeno io.
Chiaro avrei preferito continuare a bighellonare per Parigi dandomi arie
da artista ma...».
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Maria
Simonetti
L'Espresso
gennaio 2010
Alla ricerca del padre perduto
Continua con successo il filone del perdersi, cercarsi e forse ritrovarsi.
Come questo In fuga con la zia di Miriam Toews (Marcos y Marcos,
traduzione di Claudia Tarolo), una delle più talentuose e premiate
autrici della letteratura canadese, in corso di traduzione in dieci
lingue. È un romanzo on the road, come l'entusiasmante In viaggio
contromano dell'anche lui canadese Michael Zadoorian (ancora Marcos y
Marcos), sulle famiglie che si sfasciano e cercano di raccattare i pezzi
lungo la strada, ambientato negli anni '70. Al centro c'è la 28enne zia
Hattie, che vive a Parigi con un lavoro e un fidanzato, ma è costretta a
tornare di volata a casa di sua sorella Min, di nuovo fuori di testa, per
prendersi cura dei nipoti di 15 e 11 anni: Logan, musica a palla in
cuffia, afasico intagliatore, con il coltello, di segni sul cruscotto
dell'auto, e Thebes, un fiume di parole con i capelli viola.
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Accompagnata Min in ospedale psichiatrico, non c'è altro da fare per zia
e nipoti che partire su uno scassatissimo furgone Ford Aerostar guidato
dal 15enne Logan dal Canada all'estremo lembo del Messico, per ritrovare
il padre dei ragazzi. Con una scrittura in bilico tra cupezza e umorismo,
il romanzo ha momenti di esilarante cinismo. Come quando Hattie si ritrova
sola con due ragazzi scoordinati ("I dimenticati") in mezzo ai
cactus dell'Arizona,e chiama in ospedale Min che non vuole neanche
risponderle. Alla ricerca del padre, ma anche della sorella perduta,
perché Hattie ha sempre amato e temuto la maggiore Min, tempesta
distruttrice folle e autolesionista. È un viaggio di ricordi e sogni, di
incontri e passioni lungo un nastro d'asfalto dove più lunga è la
strada, più bella è la ricerca.
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Alessandro
Besselva Averame
Il Mucchio
gennaio 2010
In fuga con la zia (Marcos y Marcos) della
canadese Miriam Toews - secondo romanzo dell'autrice ad essere pubblicato
in Italia dopo Un complicato atto d'amore, storia adolescenziale e
parzialmente autobiografica ambientata in una comunità mennonita del
Canada - racconta un tragicomico e commovente viaggio attraverso gli
States, raccontato con grande originalità. L'abbiamo raggiunta per via
telematica, ed ecco cosa ci ha raccontato.
Qui, come nel tuo precedente romanzo, anche se da una prospettiva
differente, l’adolescenza è un tema chiave. In che misura ne parli
rievocando la tua storia personale e in che misura la tratti invece come
una condizione più generale, uno stato mentale non necessariamente legato
all’età? A tratti Hattie non è così lontana dai suoi nipoti, e non
necessariamente perché immatura...
Senza dubbio utilizzo elementi e dettagli del mio passato, ma la tua
osservazione sull'adolescenza come stato mentale è interessante. Sono
sempre stata intrigata dagli adolescenti, i quali, da un lato ce la
mettono tutta per riuscire ad esprimersi in quanto individui, dall'altro
sono nervosi e incerti sui mezzi da utilizzare per raggiungere questo
obbiettivo. Mi piace la determinazione dei teenager e il modo in cui sono
coriacei e vulnerabili allo stesso tempo. Apprezzo quella sorta di terra
di mezzo in cui vivono e credo che si tratti di un modo interessante di
stare al mondo. Hattie non è immatura, è vero, tanto che si dà
parecchio da fare quando si tratta di prendersi cura di chiunque faccia
parte della sua vita. Ma effettivamente la sua impulsività e la sua
vulnerabilità sono molto simili a quelle di un adolescente.
Un altro tema che secondo me è molto presente in questo tuo romanzo è
la difficoltà – o addirittura l’impossibilità – di amare qualcuno
che non vuole essere amato. Nel libro questa impasse, questa situazione,
ha un’aura quasi surreale...è un elemento drammatico, naturalmente, ma
gli aspetti tragici sono bilanciati dalla leggerezza del racconto. Min, la
sorella di Hattie, è in un certo senso un personaggio estremo, ma allo
stesso tempo viene naturale simpatizzare con lei...
Sì, spero che sia così. Min è una persona malata, ha una malattia
mentale e spesso non è in grado di essere - e neppure conoscere - se
stessa. Ho una certa familiarità con i percorsi crudeli della malattia
mentale, perché mio padre e altri componenti della mia famiglia ne hanno
sofferto. Aiuta molto il mettere in evidenza il lato più assurdo della
faccenda, ma per me è importante, allo stesso tempo, che la gente capisca
bene che si tratta di una malattia, proprio come il cancro, e non
semplicemente un cattivo comportamento. Min ama i suoi ragazzi, ma soffre
di un grande dolore psichico, e Hattie vuole bene a Min. Tutti quanti, in
questa storia, cercano di capire come riuscire ad esprimere il proprio
amore verso gli altri.
Più
in generale, c’è anche un elemento di commedia, di black comedy se
vuoi. C’è un qualche metodo o disegno nel tuo soppesare ed equilibrare
i diversi registri, senza farne prevalere uno in particolare?
No, è solo il mio punto di vista sul mondo. È così che vedo le
cose. Vedo il mondo come un luogo duro e severo, dove accadono cose
terribili a persone innocenti, dove molte persone muoiono di solitudine,
gente che farebbe qualsiasi cosa per entrare in contatto con altri esseri
umani. Ma vedo il mondo anche come qualcosa di strano e di molto
divertente, un posto veramente bello, a volte. Amo pensare che i miei
personaggi cerchino sempre di camminare sulla sottile linea che separa i
due punti di vista. Io sono consapevole di farlo.
Volevi
scrivere qualcosa sulla difficoltà di essere genitori e, specularmente,
di essere figli?
Non
sono sicura che sia così. Per me essere un genitore è la cosa più
importante nella mia vita. La più gratificante, la più dura, la più
facile, la più divertente e la più straziante. E perciò immagino di
voler riflettere questo pensiero, non c'è dubbio, ma più
di ogni altra cosa mi interessa esplorare il modo in cui amiamo le persone
che ci sono vicine. Non semplicemente a parole, non semplicemente dicendo,
sai, "ti voglio tanto bene", ma cercando con grande impegno di
immaginarci, di comprendere fino in fondo il modo in cui questa persona ha
bisogno di essere amata.
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Credi che si possa considerare In fuga con la zia un romanzo di
formazione? Apparentemente non accadono molte cose nel corso del viaggio
che intraprendono i personaggi: capiscono semplicemente che devono tornare
a casa per risistemare l’esistente anziché trovare qualcosa di nuovo, e
che, probabilmente, la fuga è inutile. Allo stesso tempo c’è un
processo di maturazione alla fine del percorso. Che ne pensi?
Sì, senza dubbio. Credo sia davvero una specie di bildungsromain, in un
certo senso. Mi piace molto l'idea che scappare lontano da qualcosa
significhi in realtà correre incontro a qualcosa. Mi piace la dualità di
questo concetto. E la consapevolezza che, a più livelli, noi non sappiamo
davvero perché facciamo quello che facciamo, né dove
andiamo, né quello che troveremo, ma non possiamo fare a meno di
spostarci, sperare e cercare.
C’è
anche un punto di vista canadese sugli Stati Uniti. I protagonisti li
attraversano viaggiando verso sud, fino al confine messicano, ma la mia
impressione è che questo viaggio mitico non sia più tale. Gli Stati
Uniti, il West, credi che abbiano perso la loro aura leggendaria? Quando
Hattie parla della Route 66, sembra che sia il vecchio e consunto ricordo
di un’antica leggenda, ormai sbiadita.
Sono d'accordo. Non c'è nulla di speciale nella Route 66. Vive nel
nostro immaginario attraverso la musica e il passato. Amo il paesaggio del
Sudovest americano, ma non sono innamorata dell'idea degli States in senso
lato. Ho sempre la sensazione che lì
avvenga qualcosa di sinistro, cosa che, mi rendo conto, è completamente
irrazionale. C'è molta mitologia riguardante il confine messicano, l'idea
di fuggire e reinventarsi, e questo sicuramente può ancora valere per
alcune persone, ma non credo ci sia ancora qualcosa di romantico in questa
idea. Non sono sicura che ci sia mai stato, a dire il vero. Ma ci sono
alcune grandissime canzoni e un bei po' di film che trattano l'argomento!
C’è
chi ha fatto notare come la tua scelta di non utilizzare le virgolette dia
l’impressione di sentirti raccontare la storia direttamente al lettore. Era
tua intenzione creare questa impressione? Va detto anche che il ritmo
della tua scrittura è particolarmente adatto a quello di un viaggio in
auto...
Grazie. È bello sentirlo. Non uso le virgolette perché mi rallentano
quando scrivo, rendono incasinata la pagina e non hanno un bell'aspetto.
Non mi piacciono, insomma. Non voglio sacrificare la chiarezza a favore
dello stile e cerco di rendere chiaro in altri modi chi è che sta
parlando in quel determinato momento, di modo che i lettori non possano
confondersi.
Visto
che nasciamo come rivista musicale, mi piacerebbe chiederti che relazione
hai con la materia. Il tuo romanzo è ricco di riferimenti musicali,
all’indie rock e all’hip hop soprattutto. Quella musica fa parte della
storia oppure interviene in qualche modo anche nel processo di scrittura?
La
musica è davvero molto importante per me e mi da una mano a modificare
l'atmosfera di quello che scrivo, e a creare diversi livelli di lettura
nel mio lavoro. Anche in questo preciso momento, mentre scrivo, la sto
ascoltando, sto sentendo i Calexico. La musica è tutto per Logan. Ha
sempre le sue cuffie addosso e, come per molti adolescenti, ma anche per
molti adulti, la musica è una grandissima fonte di conforto, stimolo e
sostentamento emotivo. Quando metto un riferimento musicale nel mio lavoro
in genere ascolto quella musica ad un certo punto del processo creativo,
anche se non necessariamente nel momento in cui sto scrivendo. Le canzoni
a cui faccio riferimento possono essere significative per diversi motivi,
ma la scelta non è mai casuale. E sì, è vero, seguo il ritmo della
musica quando mi metto al lavoro, o perlomeno cerco di farlo. Avrei sempre
voluto essere una musicista anziché un'autrice di romanzi, ma non ho
alcun talento in quell'ambito e quindi, quando scrivo, dico a me stessa:
"Prova perlomeno a far risuonare le tue storie nel modo in cui
risuonano le canzoni". Non sono tuttavia sicura che questo sia
possibile, perché la musica lavora a più livelli e credo che sia la
forma di espressione più pura.
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Claudia
Bonadonna
Rumore
marzo 2010
Bello il titolo originale, The
Flying Troutmans, che rimanda a spericolatezze di vita e di strada. La
mirabolante e giovanissima zia Hattie lascia un fidanzato distratto dalla
ricerca del suo chakra e vola da Parigi al natio Manitoba a prendersi cura
della bizzarra sorella maggiore Min, che ha avuto l’ennesimo crollo
nervoso, e dei due ancor più eccentrici nipoti, Logan e Thebes.
Ricoverata l’una in una clinica psichiatrica e caricati gli altri su un
furgone scassato, Hattie parte per un’avventura tenera e sgangherata
verso il misterioso confine messicano a rintracciare il padre dei due
ragazzi. I quali vivono pacificamente alienati nei loro ingegnosi universi
privati fatti gioielli improbabili, lingue inventate e una rigorosa
avversione per l’igiene personale (l’undicenne e brillantissima Thebes)
e di complesse playlist incrociate tra hip hop e death metal, partite di
basket e frasi criptiche da incidere sul cruscotto della macchina (Se
fossi una band mi scioglierei, scrive l’ombroso quindicenne Logan,
cappuccio e pantaloni enormi, cuffie eternamente appese al collo). Eppure
il ménage à trois funziona, impasto scoppiettante di disastri personali
e voli di fantasia. Miriam Toews lo rende benissimo con una scrittura
vivace e disinvolta (“Non uso le virgolette perché mi rallentano quando
scrivo, rendono incasinata la pagina e non hanno un bell’aspetto”,
azzarda) e un ritmo esplicitamente cinematografico (da questo romanzo sta
traendo una sceneggiatura, mentre quello precedente, Un complicato atto
d’amore, sulla sua infanzia in una comunità mennonita del Canada
sud-orientale, è già un film diretto da Sarah Gavron). È uno sguardo
pieno di impulsività, fragilità e durezza, il suo. una messa in scena
della vita come se fosse un’eterna, pacificatoria, irresistibile
adolescenza.
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Chiara
Pieri
ilRecensore.com
marzo 2010
Pubertà e adolescenza, età difficili soprattutto se la madre cade in
depressione e finisce in una clinica psichiatrica. E’ quel che accade ai
fratelli Thebes e Logan, in “In fuga con la zia“ (Marcos y Marcos,
2009) di Miriam Toews. Per fortuna in loro aiuto accorre la zia Hattie,
che li porterà in un lungo viaggio tra il Canada e il Messico alla
ricerca del padre.
Hattie, una giovane donna che vive a Parigi, riceve allarmanti telefonate
dal Canada da parte dei suoi due nipoti. Apprende che la sorella Min è
depressa, non si alza dal letto e non si cura dei figli. La zia parte
immediatamente in aiuto dei ragazzi abbandonati a se stessi: Thebes, una
bambina di undici anni loquace e fantasiosa e Logan, il fratello più
grande, ma ancora bisognoso di una guida.
La situazione pare disperata. Min chiede alla sorella di aiutarla a
morire, Hattie risponde con un “no” secco e decide di farla
rinchiudere in una clinica psichiatrica e di prendersi cura dei nipoti.
L’impresa è ardua: Thebes non smette mai di parlare, ha i capelli blu,
non si lava mai, Logan sembra più maturo, ma è chiuso in se stesso,
difficile da avvicinare.
Hattie
comprende che da sola non ce la può fare e così ha inizio la
fuga, in realtà un viaggio in tre su un disastrato furgoncino alla
ricerca del padre dei ragazzi. Sono tre anime confuse: si sentono
abbandonate e hanno bisogno di aiuto.
Il percorso dal Canada al Messico risulta pieno di sorprese, di
incontri,di scappatelle, di ritrovamenti, ma è anche un susseguirsi di
giochi, di fantasie, di tentativi di comunicazione. L’happy end chiude
il romanzo: i due fratelli incontrano una sorella, figlia di una diversa
madre ed infine ritrovano il padre. La mamma
che si negava al telefono e sembrava averli dimenticati, ritorna
inaspettatamente alla realtà e viene dimessa dalla clinica.
Il libro, fresco e vivace, è attraversato da dialoghi dal sapore
autentico. Il linguaggio è quello parlato dagli adolescenti, ne riflette
gli umori, le emozioni, le paure e le speranze. La fuga, iniziata come un
viaggio d’aiuto si chiude con un ritorno e un ritrovamento, ma
soprattutto con un’intesa che muterà per sempre la vita delle persone
coinvolte.
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Marilia
Piccone
Stradanove.net
febbraio
2010
Un
singolare On The Road
Nel mezzo della notte, a Parigi, Hattie Troutman è svegliata da una
telefonata a carico da parte della nipote undicenne Thebes: lei e il
fratello Logan non sanno più che fare con Min, la loro mamma e sorella di
Hattie. Min non si alza più dal letto, non vuole mangiare, ingurgita
pastiglie. E così Hattie ritorna in Manitoba, fa ricoverare la sorella in
un ospedale psichiatrico, carica i nipoti con le valigie su un furgoncino
Ford e parte per gli Stati Uniti, alla ricerca del loro padre che non
vedono da quando Thebes aveva pochi mesi.
“In fuga con la zia”, il nuovo libro di Miriam Toews (scrittrice
canadese di cui abbiamo già apprezzato “Un complicato atto
d’amore”, pubblicato da Adelphi nel 2005), è il racconto di un
viaggio, una sorta di “On the road” più innocentemente divertente,
pur nel dramma che contiene- di figli allo sbando, di padri assenti, di
depressioni congenite, di gelosie fraterne. In letteratura il viaggio ha
sempre il duplice valore di fuga e di ricerca di chiarificazione: se
finisce bene, approda ad una maturazione e ad una maggiore conoscenza di sé.
Sono i tre protagonisti a rendere singolare il viaggio del libro di Miriam
Toews, perché la zia Hattie ha solo ventotto anni e, con tutta la sua
buona volontà, non può essere una guida di riferimento per il
quindicenne Logan e l’undicenne Thebes. Forse è proprio questo ad
avvicinarla ai nipoti, il fatto che tutti e tre abbiano dei tormenti
personali e tuttavia siano uniti dall’amore per Min, il quarto
personaggio più che mai presente nella sua assenza.
Zia e nipoti partono dal Canada, si dirigono prima verso il South Dakota
dove pensano di trovare Cherkis (il padre dei ragazzi), vengono
riindirizzati due volte, fino a trovarlo (in una maniera alquanto
improbabile, a dire il vero) nell’estremo sud, nel deserto. Ma quello
che importa di più è proprio il viaggio, con gli incontri che fanno, i
dialoghi fra di loro (che a volte sfiorano l’assurdo, sempre molto
divertenti), i ricordi d’infanzia di Hattie, quelli di Logan e Thebes,
le telefonate fatte da cabine pubbliche all’ospedale per avere notizie
di Min e a Parigi, dove l’ex innamorato di Hattie ha un’altra ragazza.
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Secondo Hattie, sua sorella Min stava perfettamente bene finché non è
nata lei; all’ospedale Min le ha chiesto di aiutarla a morire, ma Hattie
ricorda benissimo la volta che Min ha cercato di far affogare Hattie nel
mare di Acapulco. Con il risultato che affogò il loro padre, che aveva
cercato di salvare entrambe. Ricorda anche quando Min aveva sigillato i
finestrini dell’auto, per suicidarsi con i gas di scarico. Eppure,
nonostante tutto, nonostante che sia andata a Parigi proprio per sfuggire
alla sorella, Hattie è tornata per aiutarla. Nonostante i due figli siano
cresciuti con una mamma così instabile, la amano tantissimo e sono in
ansia all’idea di incontrare un padre che li ha abbandonati.
Come nel romanzo precedente, anche in questo Miriam Toews riesce a farci
sentire le voci dei giovani e giovanissimi, a filtrare nelle loro parole
il disagio dell’infelicità famigliare, a percepire la necessità
viscerale della presenza materna purché sia, anche se è quella di una
persona turbata. E’ questo che esprime il comportamento di Logan, il
ragazzo che nasconde il volto con il cappuccio con la felpa, si ubriaca,
scappa per cercare un campo da basket o per pomiciare con una ragazza. O
quello, persino più ingenuamente trasgressivo della piccola Thebes che ha
i capelli tinti di viola, non si lava mai, distribuisce giganteschi buoni
di cartone fatti da lei, consulta di continuo un dizionario enciclopedico.
Ecco, a volte ci sembra proprio impossibile che una undicenne possa
esprimersi come Thebes, ma dobbiamo sospendere l’incredulità leggendo
il libro della Toews e godercelo per quello che è: un’avventura tra la
tristezza e la comicità, il viaggio nella vita di una famiglia non
famiglia che mostra come si possa essere uniti dall’amore in comune per
un’altra persona.
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Claudio
Gorlier
La Stampa-TuttoLibri
dicembre 2009
Una strada per rinascere
In una favola americana, la strada offre un tessuto ideale per sognare
un’altra vita. Accade che una singolare pattuglia di tre, la giovane
Hattie, tornata dal soggiorno parigino al suo Manitoba per occuparsi della
stravagante sorella Min, e i nipotini, il quindicenne Logan e
l’undicenne Thebes, partano in auto per raggiungere e per ritrovare il
marito di Min, e dunque per antonomasia il padre, il quale ha lasciato la
moglie divenuta per lui insopportabile. South Dakota, Wyoming, Colorado,
Utah, California, confine del Messico. Alla fine, i Troutman troveranno il
padre, e la favola si concluderà, ovvero riprenderà almeno in parte
all’inverso, ricreando letteralmente, e simbolicamente, le esistenze dei
protagonisti. Miriam Toews, canadese di origine mennonita, attrice a tempo
perso, e naturalmente viaggiatrice instancabile, nel romanzo, In fuga con
la zia (trad. di Claudia Tarolo, Marcos y Marcos, pp. 281, euro 16,50),
conduce la storia con ritmo, continue invenzioni di linguaggio, e
vocazione consolante insieme del territorio, dello spazio naturale e di
quello della mente.
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Ivan
Cotroneo
Rolling Stone
febbraio 2010
Ci vuole talento per trasformare una serie di disgrazie in un romanzo
divertente. In fuga con la zia racconta di Hattie, che, scaricata dal
fidanzato, lascia Parigi e torna negli Stati Uniti per occuparsi dei
nipoti Logan e Thebes, 15 e11 anni e una sfilza di problemi, da un padre
che li ha abbandonati a una madre, la sorella di Hattie, Min, che è stata
ricoverata in un ospedale psichiatrico. La zia cerca una strada nella
turbolenta infelicità dei due adolescenti, e si imbarca con loro su
un’auto, in un viaggio popolato di assurdità, alla ricerca del padre
assente. Tradotto con precisione e spericolato ritmo da Claudia Tarolo, il
romanzo di Miriam Toews (che è anche attrice) riesce nel magico compito
di prendere un materiale già letto e trasformarlo in qualcosa di davvero
inedito, fitto di battute sorprendenti e dialoghi pieni di verità e
brillantezza.
Alessia
Ercolini
Grazia
dicembre 2009
Hattie è una giovanissima zia aspirante artista che vive a Parigi, alle
prese con una fidanzato lunatico che la abbandona per andare in India.
Finché non è lei a partire, per il Canada, con i due nipotini, figli
della sorella, che la chiamano in soccorso. Insieme iniziano un viaggio,
questa volta verso il Messico, che è tutta un'avventura. A parte nuove
playlist, si scoprono anche curiose regole per giocare a rincorrersi
("non vale dire arimo, concedere recuperi"...). Consigliato a
chi ha amato Zia Mame e Bridget Jones.
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Enrica
Brocardo
Vanity Fair
novembre 2009
Via
con la zia (E così sia)
Ci sono libri che diventano subito film nella tua
testa. In fuga con la zia di Miriam Toews è uno di questi. Non a caso i
diritti cinematografici sono stati già opzionati (lei stessa collabora
alla sceneggiatura), mentre è pronto un adattamento del suo penultimo e
più noto romanzo, Un complicato atto d'amore, che in Italia è stato
pubblicato da Adelphi nel 2005, e che diventerà un film diretto da Sarah
Gavron.
Nome non notissimo in Italia, Miriam Toews, 45 anni, è considerata una
delle più grandi scrittrici canadesi contemporanee. I suoi libri sono
stati tradotti in una ventina di lingue e il suo nome appare spesso a
fianco delle connazionali Alice Munro e Margaret Atwood. A renderla «personaggio»,
oltre che una scrittrice di talento, è la sua storia: fino alla maggiore
età, la Toews è cresciuta in una comunità mennonita, composta da fedeli
di un movimento religioso nato nell'ambito della riforma protestante con
uno stile di vita particolarmente rigido, compresa una netta separazione
tra uomini e donne.
Di che cosa significhi vivere in questo mondo a parte, Miriam Toews ha
parlato nei suoi libri precedenti. Non in quest'ultimo, però. Dove
racconta il viaggio dal Canada alla California di una zia e dei suoi due
nipoti, l'undicenne Thebes, logorroica e poco incline all'igiene
personale, e il taciturno Logan, un quindicenne in balia dei propri
ormoni. La madre dei due giovani, Min, fin da giovane è stata impegnata a
«viaggiare in due direzioni opposte, verso l'infanzia e verso la morte»,
e ora è ricoverata in ospedale per una forte crisi depressiva. Alla zia
Hattie, a sua volta scaricata da un fidanzato apparentemente sulla via
dell'illuminazione, non resta altro che partire alla ricerca del padre di
Thebes e Logan, da anni ormai lontano da casa. Un viaggio sgangherato, con
poche soste in motel da quattro soldi e tante parole - della nipote
soprattutto - che si materializza nella mente di legge.
Com'era il posto dove è
cresciuta?
Una cittadina di circa cinquemila abitanti, nel Sud-Est del Manitoba. Ci
vivevano quasi soltanto mennoniti, e la chiesa era il fulcro intorno a cui
ruotava la vita di tutta la comunità. C'erano moltissime regole da
rispettare, e le donne dovevano essere sottomesse agli uomini. Da loro ci
si aspettava che fossero obbedienti e si prendessero cura degli altri. La
cosa più difficile era sentirsi un individuo. Insomma, un posto
improponibile per qualcuno che aspira a diventare scrittore.
Quando ha cominciato a capire
che si trattava di uno stile di vita insolito?
Sui 12 anni. A 18 me ne sono andata. Non che avessi già in mente di
scrivere: volevo fuggire da lì, lo desideravo da morire. Seguire le
regole della comunità mi era impossibile. Sognavo di andare all'università,
di vivere in una grande città, di conoscere il mondo.
Come si fa a sognare ciò che
non si conosce?
I miei genitori avevano una mentalità più aperta di altri. Sono
cresciuta in un ambiente fatto di un curioso mix di fondamentalismo
religioso e liberalità. Quando riuscii ad andarmene passai da un contesto
estremamente chiuso e conservatore a una delle città più aperte e
multiculturali del mondo, Montréal. Da un estremo all'altro. E io nel
mezzo, con la sensazione di non appartenere a nessuno dei due.
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Si dice che
tutti i fondamentalismi religiosi si assomigliano. È d'accordo?
Si basano sul controllo. Sulla dinamica peccato, colpa, punizione. Sono
contro l'individuo. In questo senso hanno tutti una matrice di violenza.
In Un complicato
atto d'amore, lei racconta di una pratica molto crudele, lo shunning, che
consiste nel punire chi infrange le regole con la messa al bando. In
pratica, il divieto di avere qualunque tipo di contatto con gli altri
fedeli, compresi i familiari.
Alcune comunità lo praticano, altre no. Quelle che lo fanno seguono
regole diverse, a cominciare dai tipi di colpa punibili in questo modo.
Molto dipende dai capi della chiesa, sono loro a decidere. Tutto è molto
casuale: ci sono tantissime regole, ma non sono chiare. Solo alcune
chiese, per esempio, proibiscono gioielli e make-up, e solo in certe
comunità le donne devono rimanere a casa.
Che cosa le è
rimasto della sua formazione religiosa?
Non pratico più, ma dal punto di vista culturale mi sento ancora
mennonita. È come essere ebrei: puoi andare in sinagoga o no ma rimani
ebreo.
Che rapporto c'è
fra il mondo in cui sei cresciuta e il fatto di essere diventata una
scrittrice?
Fortissimo. La scrittura è essenzialmente un atto di ribellione. Ti
permette di ricreare le realtà.
I protagonisti
delle sue storie sono spesso teenager. C'è un motivo?
Li trovo affascinanti nel loro miscuglio di tenerezza e durezza.
L'adolescenza è un momento intenso della vita, è la fase in cui cerchi
di capire chi sei, di trovare il tuo posto nel mondo.
Lei che
adolescente era?
Ribelle, ma non una bad girl. Volevo andare bene a scuola, ma anche
fumare marijuana nei boschi. Volevo divertirmi, sentirmi libera.
Uno dei
personaggi del suo romanzo soffre di una grave forma di depressione. Nella
realtà anche suo padre era un maniaco depressivo.
Sì. La vita di tutti i giorni con lui voleva dire stare sulle montagne
russe: mio padre era del tutto imprevedibile. Una persona adorabile,
affettuosa e divertente nei momenti okay, mentre quando stava male si
annullava. Per mia madre è stato molto difficile, ma soprattutto lo è
stato per lui: ha sofferto tantissimo. Si è ucciso nel 1998.
I bambini spesso
si sentono colpevoli dell'infelicità dei propri genitori.
Io, per reazione, diventai il clown della famiglia. mi sforzavo di dire
e fare cose buffe, che facessero ridere.
Niente balli, però. Ho letto che a casa sua la TV era ammessa, la
danza no.
È vero. Credo di aver ballato la prima volta a 17 anni. Avevo appena
preso la patente e me ne andai in citta a "pogare" in un club.
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Carlotta
Vissani
D-La
Repubbica delle donne
novembre 2009
Toews corre lontano
Dopo Un complicato atto d'amore uscito quattro anni fa da Adelphi,
toccante fotografia di una ragazzina alle prese con il vuoto pneumatico
della religione mennonita e il legame con un padre assente nel contesto
soffocante e provinciale di East Village, Miriam Toews torna con un
romanzo delicato sul tema della depressione, sul rapporto con
l'adolescenza e sul topos del viaggio come catarsi, liberazione dai
condizionamenti, riconciliazione con se stessi e risoluzione del passato
attraverso l'analisi dei ricordi. La ventottenne Hettie, reduce da un
fallimento sentimentale in una Parigi tutta viuzze, baguette e
romanticismo, è chiamata a prendersi cura dei nipoti Logan e Thebes ora
che sua sorella è ricoverata in un ospedale psichiatrico, in bilico tra
il tormento di un'infanzia infelice e la voglia di chiudere gli occhi per
sempre.
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Non sapendo come gestire l'esuberanza
comunicativa di Thebes e l'asocialità di Logan, improvvisa un road trip
alla ricerca del loro padre, disperso forse in un ashram a trentamila
chilometri di distanza. Toews si muove sulla carta con naturalezza
spiazzante, facendo interagire i personaggi a livello cellulare,
chimicamente, sguinzagliandoli nel vento come aquiloni in cerca della
giusta raffica anche se tutto accade all'interno di una macchina mangia
asfalto, come in una piccola scatola magica in cui avvengono i miracoli.
Ha dalla sua una capacità linguistica innata, il talento di intessere un
gergo giovanile che consente l'interazione profonda e autentica con un
universo altrimenti inavvicinabile. Ironia, sensibilità e una punta di
follia e incoscienza velano pagine servite da una scrittura umana e
compassionevole che strizza l'occhio ad Augusten Borroughs o a Michael
Cunnigham. Consigli per il viaggio: una VHS di Easy Rider e una copia
consumata di On the road aperta al capitolo dieci, "Dobbiamo andare e
non fermarci mai finché non arriviamo. Per andare dove, amico? Non lo so,
ma dobbiamo andare". E infatti la Toews va. Sino a ora è sempre
arrivata lontano.
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Internazionale
novembre
2009
Normalmente gli undicenni di Manitoba che aspirano a diventare autori di
testi musicali non spediscono per email le loro canzoni al mogul di
Hollywood David Geffen. Ma Thebes Troutman non ha nulla a che fare con la
normalità.
E nemmeno Logan, suo fratello di 15 anni, poeta punk fissato con il
baseball. E neanche Min, la loro madre, ricoverata per un profondo crollo
psichico. Dunque, se la normalità è quello che cercate, In fuga con
la zia non è il libro che fa per voi. Ma personaggi come questi
esistono nella vita reale.
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Ed esistono nel nuovo romanzo di
Miriam Toews. A narrare la vicenda è la zia Hattie, sorella di Min,
ritornata in Canada per la fine di una storia d’amore con un francese,
allarmata da una telefonata di Thebes. Il cuore del libro
è un lungo viaggio in auto di Hattie, Thebes e Logan, per
rintracciare il padre dei ragazzi, un pittore fuggito anni prima che forse
gestisce una galleria d’arte in un posto chiamato Murdo, in South
Dakota. Scrittrice di grande talento, Miriam Toews, racconta questo
viaggio con una voce originale, piena di amore, paura e umorismo.
Gale Zoë Garnett, Globe and Mail
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Gianfranco
Franchi
Lankelot.eu
dicembre 2009
Che succede quando “Paris-Texas” sembra
cominciare alla fine di un libro, ibridandosi con la narrativa di
formazione on the road? Succede che ci si trova di fronte a un romanzo
come “The Flying Troutmans” (“In fuga con la zia”, Marcos
Y Marcos, 2009), nato dalla sensibilità e dalla creatività
della narratrice e attrice canadese Miriam Toews, classe 1964, già
pubblicata in IT da Adelphi.
È un libro che racconta condizioni e stato d'animo d'una generazione
ferita dall'assenza o dalla pericolosità dei propri confusi genitori,
costretta a virare su un ribellismo stravagante e inoffensivo, perché non
ha nemmeno più ideologie da abbracciare; è un libro che scintilla di
senso materno e di dolcezza, perché a sostenere quei due ragazzi,
campioni di questa generazione di ragazzini abbandonati e sfortunati, è
la zia, che come se niente fosse prende e parte, lascia Parigi e i cocci
di una relazione appena terminata, e si precipita ad accudirli e a
sostenerli, mentre la loro mamma, sua sorella, si fa curare in clinica
psichiatrica; è un libro che accompagna questo strano clan famigliare
sino a una difficile riconciliazione con le sue origini e la sua
fondazione, nelle ultime battute. Quella con i padri. Una spia linguistica
era nascosta ben prima, a pagina 112, capitolo sesto. Decontestualizzo e
isolo in questo passo: “Davvero?, faccio. E i padri? Scuote lentamente
la testa, sospira come un assistente sociale esaurito con un carico di
lavoro agghiacciante e dice con aria fintamente ingenua, già, che fine
hanno fatto i padri?”
Già: forse i padri, restituiti al loro ruolo e alla loro centralità,
possono giocare un ruolo determinante, incisivo, rigenerante, e non
soltanto per i due ragazzini protagonisti. Questa è una delle segrete
chiavi di lettura del libro, e non stupisce la positio princeps simbolica
del padre dei due ragazzi. Inconsciamente, comunica una domanda viscerale
e profonda di restituzione d'un ruolo alla sua natura originaria.
Affascinante.
Nelle prime battute del libro, questa santa e fantastica zia, libraia
parigina, torna nel suo Canada per badare ai figli della sorella; sua
sorella, purtroppo, s'è convinta che un milione di automobili le stiano
piombando addosso, e non può davvero più badare ai suoi piccoli. A
chiedere aiuto è la più piccola, Thebes, una marmocchia che sogna, la
notte, che esiste un tredicesimo mese (p. 167) chiamato shtetl, e che in
quel mese cade il suo compleanno (omaggio alla “Venticinquesima
ora” di Benioff?); suo fratello maggiore, Logan, è
dissociato e vagamente fattone, ha quindici anni e scrive racconti un po'
al limite per la sua età; beve, anche, e ha qualche problema con le
autorità scolastiche: e però ammira una giornalista come Deborah Salomon
perché ha il coraggio di guardare le cose in faccia (p. 56), cosa che
forse lui sogna di imparare a fare. Ama la musica indie e alternative
rock, ma pensa “se fossi una band mi scioglierei” (p. 95), e già che
c'è vede di scriverlo da qualche parte. Nel libro appare anche una sua
playlist (pp. 108-109), per la gioia degli spiriti rock. Non vi stupirà
decifrarlo tramite nomi come Sparta, OutKast, Dead Kennedys, Mudhoney. La
loro mamma, Min, è forse il personaggio più letterario e complesso del
libro.
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La sorella libraia ci racconta qualcosa di lei tramite le sue letture:
“Virginia Woolf, Sylvia Plath, 'Anna Karenina'... il 'Manuale
introduttivo' di Min all'universo del dolore. La sua biblioteca della
perdita. Aveva fatto le letture giuste” (p. 174), mentre in gioventù
“Manuale di cucina anarchico” e “Paradiso perduto”, e poi tramite
il passato, rivelando che era stata la sua nascita ad alterare il suo
equilibrio psichico:“La mia nascita ha scatenato un'onda sismica nella
vita di mia sorella. Il giorno in cui sono venuta al mondo si è messa il
vestito al contrario ed è corsa via verso un futuro più luminoso, o
piuttosto verso un passato più luminoso. I nostri genitori l'hanno
trovata su un albero del vicino. Voleva fuggire? Da allora ha continuato a
farlo, viaggiare contemporaneamente in due direzioni opposte, verso
l'infanzia e verso la morte. (…). Prima della mia esistenza Min era una
bambina normale” (pp. 16-17). Eppure, “Mi ha insegnato lei a scroccare
passaggi al traino, agganciata al paraurti delle auto, a tuffarmi a bomba,
a rollarmi un joint e a preparare un bong casalingo. Andava a piedi nudi
da maggio a ottobre e una volta, per scommessa, ha attraversato a nuoto
Falcon Lanke in piena notte” (p. 22). In ogni caso, forse per gelosia,
quando aveva quindici anni aveva provato ad affogare sua sorella, che ne
aveva solo nove. E il papà, per salvarla, era morto. Diciamo che il padre
spettrale è la cifra stilistica di questi disastri pluri-generazionali.
Molto curioso.
Nel suo presente, Min è “contemporaneamente viva e morta”, “come se
si fosse stanziata nel terminal di un aeroporto, e si spostasse da una
sala d'aspetto all'altra senza mai imbarcarsi su un aereo” (p. 18: con
tanto di omaggio al tenerello film di Spielberg, “The Terminal”, uscito
quattro anni prima).
Si circonda di pasticche e ne prende a volte troppe, a volte troppo poche.
“Teneva sempre una pillolina blu sotto il cuscino, come un dente da
latte. O una capsula di cianuro a portata di mano” (p. 37).
Figli a parte, è insofferente a tutto. Ha voluto essere migliaia di cose,
è stata solo una mamma; non le è bastato. Creava e distruggeva quel che
aveva creato, e poi si chiudeva a letto per mesi. Suo marito,
inizialmente, aveva mantenuto e mostrato istinto protettivo; poi, s'era
squagliato, se n'era andato a gambe levate.
I figli dell'Occidente divorziato possono capire con maggiore intensità
quanto racconta la Toews, coetanea di queste fenomenali famiglie nuove,
altre, allargate e poi incredibilmente ristrette. Noi conosciamo il
significato dell'assenza di un clan famigliare o di legami di sangue
sentiti e condivisi; quanto avvenuto ha implicato la corrosione o la
cancellazione delle tradizioni, e dell'istinto-base della solidarietà.
Quel che forse vuole suggerirci Miriam Toews è che in fin dei conti
niente è perduto, soltanto... è danneggiato: la volontà può esautorare
la realtà, può plasmarla e adattarla; l'amore può correggere tutti i
difetti della nostra società, e nuove famiglie possono nascere dalla
distruzione delle famiglie antiche. Con nuovi equilibri, e ruoli –
diciamo così – interscambiabili, a un certo livello. Questa sua
umanissima zietta europea, giovane e giovanile, capace di sacrificare un
pezzo di vita per i suoi nipoti come niente fosse è esemplare,
alternativa e femminile – d'una femminilità essenziale, originaria,
perfetta.
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Wuz.it
dicembre
2009
Speciale
consigli per il Natale: Sotto il segno dei Libri
CAPRICORNO
Il senso di responsabilità è una delle caratteristiche del Capricorno,
ma la cosa non significa di certo un atteggiamento noioso e pedante, ecco
un libro che, in modo divertente e intelligente, ci propone una figura
femminile di questo genere: In
fuga con la zia di Miriam Toews racconta un viaggio dal Canada al
Messico di un curioso gruppo familiare guidato da una giovane zia, Hattie,
che si è dovuta all'improvviso prendere cura dei figli della sorella (il
senso di responsabilità, appunto!) che era troppo malmessa per fare la
mamma.
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Ed eccoli questi ragazzetti teneri e impertinenti: il quindicenne Logan,
tutto basket e Public Enemy e l'undicenne Thebes, una
chiacchierona indomabile. Hattie è stata da poco lasciata dal fidanzato e
certo le manca, ma ora ha qualcosa di troppo importante da fare: il senso
pratico, la concretezza di certo piaceranno ai Capricorno!
La meta è il luogo sperduto nel deserto californiano dove si è
rifugiato il padre dei ragazzi, che non ha saputo reggere il rapporto con
la madre dei suoi figli. Un viaggio che ha aspetti divertenti,
dialoghi straordinari e tanta emotività mai fatta emergere in modo
sentimentale. Una sicurezza: piacerà a un Capricorno!
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Angela
Del Prete
diecirighe.it
gennaio 2010
Una mamma un po' schizzata, due ragazzini problematici, un padre scomparso
e una zia che fa di tutto per mettere a posto le cose. Chiamata
direttamente da Parigi per correre in aiuto della famiglia sgangherata
della sorella, Hattie, arriva in Canada, lascia Min, in preda a deliri
suicidi e al rifiuto dei figli, in una clinica e, letteralmente, fugge via
con i due nipoti alla ricerca del loro padre scomparso in una California
tutta da scoprire.
Hattie è innamorata di un uomo che non la ama, il giovane Logan è in
piena adolescenza, turbata da una madre instabile e un padre assente, la
piccola Thebes è creatività, parola, immaginazione e sofferenza pura e
insieme si scoprono, si amano, fanno il libro.
Un libro on the road che pur sostenuto da un filo fortissimo di tristezza,
di dolore, di inconcepibile malinconia, ci fa sorridere, per le vicende
assurde e irreali di questi tre fuggitivi da una realtà troppo grande e
difficile per loro da accettare. Si tratta di quel “riso amaro”, che
pur stringendo il cuore ci fa sperare. Tante parole in questo libro che ci
fa scoprire e amare un altro pezzo di mondo, il Canada e la sua
letteratura. E ci fa ripensare alla famiglia, alle follie che potremmo
fare, se solo ci fermassimo e provassimo a calcolare l'amore per le
persone che ci stanno accanto. Hattie e i ragazzi fuggono da Min, per
troppo amore, per non acconsentire alle sue richieste di morire, così
come aveva fatto il papà dei ragazzi anni prima.
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Un libro facile da leggere, che scappa via, come il furgone impasticciato
e puzzolente su cui viaggiano i protagonisti, come le persone che
incontrano e scontrano, che lascia la tristezza per il desiderio di
rivedere tutti i pezzi al posto giusto, ma serenità perché a volte, un
bel viaggio, lontano da ciò che ci fa soffrire è proprio quello che ci
vuole, fa riflettere sui rapporti che abbiamo costruito e le relative
paure, e infonde la speranza necessaria per ritornare indietro e sostenere
chi è rimasto in balia del proprio destino sgangherato.
Un'ulteriore conferma inoltre per Miriam Toews, già vincitrice di premi
con romanzi precedenti e che assiste al successo di quest'ultima opera che
è in traduzione in ben dieci diverse lingue. Un libro sulle famiglie,
quelle strane (in fondo lo sono un po' tutte), da leggere per Natale, e
per apprezzare posti, paesaggi e culture che difficilmente tutti potremmo
incontrare.
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Alberto
Lenzi
boop.it
gennaio 2010
Un'altra zia protagonista di un romanzo che ha il ritmo di una
sceneggiatura cinematografica, con dialoghi non virgolettati che
costringono a non perdere neppure una riga di testo, bello, struggente e
divertente al tempo stesso. E' la storia di Hettie che torna da Parigi al
natio Canada, dove ha cercato di farsi una nuova vita con un fidanzato
che, a suo dire, la molla per ritirarsi in un ashram in India dicendole
che avrebbero comunque comunicato telepaticamente, per scoprire poi che ha
voluto semplicemente liberarsi di lei per un'altra. Hettie è così che
reincontra la propria sorella depressa sempre sull'orlo del suicidio, per
una non risolta accettazione della nascita di lei. Hettie racconta di Min,
la sorella, che"il giorno in cui sono venuta la mondo si è messa il
vestito al contrario ed è corsa via verso... un passato più luminoso...
da allora ha continuato a viaggiare contemporaneamente in due direzioni
opposte, verso l'infanzia e verso la morte".
Min ha due figli straordinari Logan di 15 anni e una sorellina, Thebes, di
11. In preda ad una crisi depressiva più violenta delle altre, chiede
aiuto a Hettie, affinché si prenda cura dei figli nel previsto lungo
tempo di degenza in clinica. Hettie pensa che la cosa migliore da fare sia
di intraprendere un lungo viaggio fino al Messico in cerca del padre dei
ragazzi costretto ad andarsene da loro, pur amandoli, e da Min sempre più
impossibile da considerare compagna di vita. Su di un vecchio van inizia
così l'avventura della Zia Hettie con i suoi due nipoti, che scopre
strambi, pieni di vita, con una capacità di nascondere il dolore per le
sofferenze della madre che è commovente ed irresistibile.
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Thebes parla ininterrottamente, mentre Logan ascolta sempre musica rock
nelle cuffie, ma fra loro esiste un attaccamento che sorprende e fa venire
la pelle d'oca; si esprimono con frasi che fanno pensare: come quando
Logan incide nel muro della propria stanza "se fossi una band mi
scioglierei". Come si può descrivere il disagio con più efficacia?
Thebes nel retro del van confeziona enormi buoni regalo di carta da
regalare alla zia e al fratello, come se fossero dei salvacondotti verso
la felicità.
E' un’esperienza unica viaggiare con loro tre, fra le pagine del libro,
attraverso l'America. Prende una sorta di vertigine di compartecipazione
che è veramente singolare. E' un romanzo elegantemente ruvido che sa di
affetti e di strade polverose, e scorre verso la fine quando i tre
incontreranno il padre con la forza di chi non vuole mollare mai.
All'inizio del romanzo Hettie si descrive: "sono così stanca .Il mio
fidanzato ha preferito Budda a me. Soffro il jet lag. Ho appena
accompagnato mia sorella in un ospedale psichiatrico. Sono improvvisamente
responsabile di due ragazzi , uno che non spiccica parola, l'altra che non
sta mai zitta, e non ho la più pallida idea di come occuparmi di
entrambi". Alla fine sarà straordinaria come la zia immaginaria che
tutti noi vorremmo. Infine, viene da considerare l'idea di mettere nella
propria segreteria telefonica quanto registrato dalla piccola Thebes nella
sua: "Bonjourno i Troutman sono fuori. Lasciate un messaggio ma che
sia bello".
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librisulibri.it
novembre 2009
Se qualcuno ci chiedesse cosa stiamo
leggendo in questo momento, risponderemmo così:
“Un libro delizioso guarda, si chiama In fuga con la zia, davvero
carino. E’ scritto in un modo così originale che mai ci saremmo
immaginate che qualcuno riuscisse ad inventarsi una storia così bella e a
scriverla anche bene. Ma poi troppo figo guarda, come è scritto, non puoi
capire.
L’autrice si chiama Miriam Toews, è canadese, in Italia non ha
spopolato molto ma in Canada è praticamente un asso della narrativa. Ma
si vede guarda, veramente un asso…” e con tutta probabilità
continueremmo a descrivere In fuga con la zia per una ventina di minuti,
lodando l’autrice, descrivendo i buffi personaggi e idolatrando la
scrittura così chiara, così maledettamente spontanea e così
tremendamente bella.
Tanto per farvi capire di cosa stiamo parlando, iniziamo col dirvi che ci
sono quattro personaggi: Min, Hattie, Logan e Thebes.
Min è psicotica ed è la
madre di Logan e Thebes; Logan è il classico adolescente che porta i
jeans troppo larghi, mette in bella mostra i boxer e parla poco; Thebes ha
undici anni, sveglissima, capelli viola e parla troppo. Infine c’è
Hattie, la narratrice, ventotto anni, sorella di Min e adorabile zia.
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Quando Min cade in uno dei suoi stati di follia, Thebes chiama Hattie, che
nel frattempo è appena stata mollata dal suo ragazzo con il quale vive a
Parigi. Hattie torna per soccorrere la sorella e i nipoti disperati.
Decide di non lasciare morire Min, la porta in una clinica e pensa bene di
trovare Cherkis, il padre dei ragazzi.
Il problema è che di lui si sa ben poco: un tempo era un artista che
viveva in una fattoria abbandonata nella quale esponeva i suoi quadri in
un cavolo di posto chiamato Murdo…ma che posto è?
Hattie non lo sa, ma per sapere che fine ha fatto Cherkis dovrà
andare anche lì.
Tre simpatici personaggi, un viaggio, la ricerca di qualcosa: gli elementi
per una storia ci sono tutti, e Miriam Toews li gestisce alla grande.
Sì, avete capito bene. Proprio alla grande. Leggetelo e poi ci direte
cosa ne pensate. Lo trovate da domani in tutte le librerie.
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Marta
Cervino
Marie Claire
novembre 2009
Thebes ha 11 anni, un fratello di 15 che scrive racconti terrificanti, e
una madre uscita di testa per l'ennesima volta. A dare una mano (si fa per
dire) arriva da Parigi zia Hattie, che (nipoti al seguito) si mette in
viaggio per ritrovare il padre dei ragazzi. Emozioni on the road.
blogbookshop.blogspot.com
novembre 2009
Una linea quasi impercettibile, in equilibrio tra la commedia e il dolore,
con un irresistibile senso di assurdità dettata dagli eccentrici
personaggi che popolano questo quarto romanzo dell'autrice.
Dopo 'Un complicato atto d'amore' (Adelphi, 2005), Miriam Toews conferma
tutte le sue capacità di grande scrittrice e non a caso i diritti
cinematografici per la realizzazione di un film da questo romanzo, sono già
stati opzionati.
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Antonio
Prudenzano
Affaritaliani.it
novembre 2009
"In fuga con la zia" (Marcos y Marcos) di Miriam Toews, una fuga
per crescere
Una giovane donna in viaggio (catartico) verso la California, in
compagnia dei due nipoti adolescenti di cui deve prendersi cura. "In
fuga con la zia" è il nuovo intenso romanzo di una delle più
apprezzate autrici canadesi contemporanee. Al centro, le 'tragedie'
dell'adolescenza.
Miriam Toews, una
delle migliori autrici canadesi di sempre, sicuramente la più talentuosa se
si considera solo la letteratura recente di quel paese, finora non ha mai
lasciato indifferenti i suoi tanti lettori. Uno stile intenso e
vibrante, una capacità quasi unica di entrare nell'anima dei personaggi,
che in Italia abbiamo già potuto apprezzare nel 2004 con l'uscita per
Adelphi di "Un complicato atto d'amore" (premio Governor General's
Award, niente male dunque...), caratterizzano le sue storie. Lì
protagonista era il 'dramma' di una ragazzina, e sempre l'adolescenza e le
sue piccole e grandi tragedie sono al centro di "In fuga con la
zia", portato in libreria da Marcos y Marcos (è in corso la traduzione
del romanzo in dieci lingue).
C'è una giovane zia,
la 28enne Hattie, alle prese con una storia d'amore finita e due nipoti, il
15enne Logan e l'esuberante Thebes, 11 anni.
Arriva da Parigi per prendersene cura, visto che la sorella Min è
ricoverata in un ospedale psichiatrico. Non sapendo bene da dove cominciare,
zia Hattie sceglie la via del(l'ennesimo) viaggio, verso la California, alla
ricerca di un padre lì in 'esilio' da anni. Un viaggio catartico,
forse un po' folle, ma che sicuramente non è solo fisico, e cambia i
tre protagonisti, che instaurano tra loro un rapporto molto particolare, il
vero motivo di interesse di un romanzo che commuove e fa sorridere. Una
coraggiosa fuga dall'inautenticità di tanta letteratura contemporanea.
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Marco
Montori
puralanadivetro.it
gennaio 2010
Parliamo di un viaggio di sogni, giochi meravigliosi e parole, telefonate
ad amori lontani. Parliamo del libro di una delle autrici rivelazione
della letteratura Canadese che porta il nome di Miriam Toews (che si
pronuncia Tievs). Abbiamo letto di lei nella sua precedente uscita in
Italia del 2005 con “Un complicato atto d’amore” (Adelphi) e questa
volta parliamo dell’ultima pubblicazione Marcos y Marcos del 2009, “In
fuga con la zia”.
Siamo in lettura della pubblicazione e chi lo ha già letto ha la
sensazione, forse per la freschezza della narrazione, o per la velocità
dell’azione di avere a che fare con lo stesso impeto di un masso che
rotola giù da una montagna.
Si parla di un viaggio che parte dal Canada, tre persone che stanno
arrivando al confine con il Messico. Chi guida è la zia Hattie, tornata
di gran lena dalla Francia al capezzale della sorella che impazzita lascia
soli i figli.
Nello stesso viaggio c’è Logan, che ha i pantaloni troppo larghi, poche
parole ma precise, incise sul cruscotto con la punta del
coltello: la sua musica Crucifucks, OutKast, Public Enemy. Anche
Logan, quindici anni ed un collo pieno di succhiotti, ha la sua visione
del mondo e la certezza che in ogni angolo del mondo può trovare un
campetto in cui fare qualche tiro a basket.
In fine sul sedile dietro della vettura troviamo Thebes, undici anni, che
parla senza freno, costruisce aquiloni e buoni regalo giganti che possono
dare diritto a diventare attore o ad affidarle dieci segreti da custodire.
Anche lei, particolare come le persone che viaggiano con lei, ha le sue
particolarità, viaggia con un enorme dizionario che la tiene attaccata
alla terra, mentre i suoi pensieri volano sempre più su, saluta e dice
“Bonjourno!”, ha una sensibilità profetica ed un umorismo
irresistibile.
|
Puntano al confine con il Messico alla ricerca del loro padre e del luogo in
cui vive con la madre dei suoi figli, in un viaggio non solo geografico ma
anche nelle emozioni, nella vita e nelle aspettative dei personaggi.
Qualche commento che abbiamo trovato in rete ci fa intuire di una storia
felice e triste allo stesso tempo. Triste come l’incanto che si infrange
di un bambino e allegro per la stessa ingenuità dello stesso nella vicenda,
quasi a farci stare dietro ai personaggi e tifare per loro nelle varie
situazioni che la storia ci presenta.
Sta di fatto che l’autrice, definita quasi uno di quei geni multiformi che
se scrivono sono bravi, se recitano vanno bene, se parlando hanno anche una
bella voce, nel 2004 ha vinto un premio importantissimo in Canada, il
Governor General’s Award, con “Un complicato atto d’amore” già
menzionato. Conosciuta un po’ per la sua storia burrascosa che le ha fatto
lasciare la famiglia e la piccola comunità mennonita canadese sbattendo la
porta, ha viaggiato tutto il mondo e forse è quello che ha maturato in lei
la freschezza ed il dinamismo della sua narrazione oltre alla grande capacità
di parlare di felicità complesse, di vite al margine e lucida follia.
Uscito in Canada e in Usa alla fine del 2008, In fuga con la zia è in corso
di traduzione in dieci lingue.
E scopriremo tutto il resto.
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Beppe
Libreria
Massena28
Torino
Una fuga per tre, nel tentativo di rimettere a posto una situazione
familiare piuttosto disastrata. Fresco e profondo, ecco uno dei più bei
libri del 2009.
Se una normativa europea costringesse gli editori a pubblicare gli
ingredienti di ciascun libro nella quarta di copertina, l’elenco di In
fuga con la zia sarebbe più o meno questo:
n.1 Zie col cuore spezzato
n.1 Sorelle con
problemi nervosi in essere
n.2 Nipoti di
difficile gestione, di cui:
- n. 1 Adolescente
introverso in crisi
- n. 1 Undicenne
turbolenta non sedabile
Proprio a questo
punto, se non prima, qualsiasi lettore poserebbe il libro e guarderebbe
altrove. Ma per fortuna non esiste per ora nessuna normativa di questo
genere, anche perché i libri son fatti di contenuti immateriali. E allora
sarebbe forse meglio dire che In fuga con la zia contiene quattordici
tonnellate di fantasia bambina, decine di domande importanti, alcune
combinate a risposte provvisorie, venti chili di buon umore fresco di
giornata, manciate di malinconia, tracce di eros. Zia Hattie, ventottenne
appena abbandonata dal fidanzato, torna precipitosamente in Canada. Sua
sorella Min ha avuto un tracollo nervoso e qualcuno dovrà pur badare ai
due nipoti, Thebes e Logan. Quel qualcuno è lei, visto che il padre è
andato via di casa da tempo. Mandato via da Min, più che scappato. E il
modo che Hattie ha di badar loro è partire per un viaggio, una fuga, alla
ricerca di papà Cherkis, che è da qualche parte ai confini tra Stati
Uniti e Messico. Comincia così un viaggio, che come tutti i viaggi
significa incontri, significa avventure, significa soprattutto conoscersi
meglio. Hattie si trova alle prese con due universi, quelli dei nipotini,
diversi e bellissimi. Logan zitto e serio, chiuso in pensieri che danzano
a ritmo di musica, ma quando tira fuori uno dei suoi rari sorrisi, beh, è
la fine del mondo. E Thebes, rannicchiata nel retro del loro furgone, che
sforna idee in continuazione, costruisce aquiloni e buoni per diventare
attrici. Entrambi ben più maturi della loro età, entrambi con molto da
insegnare alla ventottenne zia. Mentre dal Canada puntano verso il Messico,
sul loro furgone sempre più malmesso, i tre incontrano ogni sorta di
personaggio. Si imbattono nelle tracce di Cherkis, non si scordano di
telefonare a Min. Cercano insomma, pur in fuga, di rimettere a posto le
cose. Scritto con una freschezza esemplare, con un lingua su cui
l’autrice ha lavorato molto (e così la traduttrice italiana, Claudia
Tarolo), questo è uno dei più bei libri del 2009. Leggetelo e non ve ne
pentirete.
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Francesco
Nina Libreria
Pietrasanta
Ecco chi sono, i fuggitivi Troutmans del titolo originale. Una specie di
famiglia, con quel cognome lì.
Che bello. Capita spesso di dirlo, mentre si legge questo romanzo "on
the road", mentre si attraversano gli Stati Uniti alla ricerca di un
uomo disperso, fuggito, scacciato anni prima.
Hattie, "la zia", e i suoi nipoti: Logan, sedici anni e Thebes,
undici. Il primo, adolescente inquieto ma tenero, la seconda, una ragazzina
colorata e sporca che immagina e costruisce cose quasi alla stessa velocità.
A casa, o meglio in ospedale, lasciano Min, ricoverata dopo l'ennesimo e
duro attacco di... follia? Depressione? E Hattie, nella loro vita di sorelle
vicine ne ha visti tanti, di momenti così. I ragazzi, anche loro, lo sanno,
alla mamma succede, a volte. Ma di solito si riprende. Stavolta no, c'è
voluto l'ospedale.
E allora Hattie torna da Parigi, che tanto il suo uomo l'ha mollata,
preferendole un pellegrinaggio nei luoghi dell'io che non la contemplavano,
e corre dalla sorella. E poi, immediatamente, corre alla ricerca del padre
di Logan e Thebes, fino al confine con il Messico: qualcuno dovrà occuparsi
dei ragazzi. Non lei. Non lei che da una vita ha cercato di sopravvivere a
Min vivendole lontana.
Ma i viaggi, si sa, sono un pericolo. Ci si ri-innamora di quel filo di
sangue che ha gli occhi e la bellezza di due ragazzi speciali, si toccano
mete che non sono solo quelle pensate in partenza. Gli incontri, le paure,
le cose dalla vita, arrivano tutti in fila, veloci, sull'asfalto. Si trova,
e spesso si ritrova.
Chi hai, Hattie? Chi hai tu? Come nel basket, giocato in ogni piazzola
incontrata per strada: chi è il tuo uomo? Chi devi marcare? A chi stai
attaccato? E risponde l'amore, risponde quella catena dolorosa e di sorrisi
che il tempo e i distacchi non hanno spezzato. Perché non si può, anche
volendo. Io ho Min. E comincia un altro viaggio.
Un altro bel romanzo che MarcosyMarcos ha scovato nel mondo, in Canada, per
la precisione. Una scrittrice ironica e lampante, che dice le cose come le
diresti tu, ma meglio. E che racconta una storia importante, di sentimenti e
scelte, con la mano felicissima di chi scrive proprio le parole giuste da
scrivere.
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Pieranna
Libreria Margaroli,
Verbania
Sono in tre: la giovane zia arrivata da Parigi in aiuto alla famiglia
della "sorella fuori di testa", e i suoi due nipoti.
Partono dal Canada verso il confine messicano, dove il padre si è
rifugiato da anni, lontano da un amore troppo difficile con la madre dei
suoi figli. Logan, pantaloni larghi, poco loquace, appassionato di basket
e di musica strong. Ha 15 anni, succhiotti sul collo e il suo sorriso è
come un uragano. Thebes, 11 anni, costruisce aquiloni e buoni regalo
giganti, un dizionario gigante come amico; ha sensibilità profetica e
sottile umorismo. E' un viaggio di sogni, giochi meravigliosi e parole,
telefonate ad amori lontani. Scritto in un linguaggio poco usuale, una
scrittura freschissima. Può essere un romanzo per giovani dove si parla
di felicità complesse, vite al margine, lucida follia.
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Modusvivendi
Palermo
In fuga con la zia è un meraviglioso romanzo sulle famiglie che si
sfasciano e cercano di ritrovare i pezzi lungo la strada… il viaggio in
questo senso come nell’altrettanto straordinario In viaggio contromano di
Michael Zadoorian è una metafora di qualcosa che si cerca lungo un nastro
d’asfalto che chiamiamo strada, più lunga è la strada più bella è la
ricerca.
Dentro il libro ci sono una giovanissima zia che è tornata al volo da
Parigi perché la sorella ha dato di nuovo di matto, il nipote Logan che ha
la mania del basket e ascolta in cuffia musica ad alto volume per trovare
una propria voce da dire nel mondo e la nipote Thebes di undici anni che
saluta con Bonjourno e prepara a chi le vuole bene dei buoni regalo che
contengono desideri e sogni.
Questi tre viaggiano verso il confine con il Messico per cercare il padre
che si è rifugiato da qualche parte…
Vi scrivo la parte finale della quarta di copertina perché non saprei dirlo
meglio di così.
E’ un viaggio di sogni, giochi meravigliosi e parole, telefonate ad amori
lontani. Nel vapore della doccia di un motel si vede chiaramente con chi
stiamo, a cosa apparteniamo: seduti sul paraurti nel deserto apriamo
finalmente le braccia a chi è dentro di noi.
Ecco qua. Vi dico anche che Miriam Toews è una scrittrice canadese e che
questo libro è l’ennesimo regalo della casa editrice Marcos y Marcos che
non so come fanno a non sbagliare un libro. E non parlo più.
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Libreria
Massena28
Torino
Strangers in the light
Un libro popolato di personaggi magnifici, che vorresti come tuoi vicini
di casa, parenti, amici.
Come spesso accade, però, le vere
meraviglie ci aspettano
oltreconfine. Dal Canada arriva, per esempio, Miriam Toews, scrittrice non
molto nota in Italia (anche se vanta un libro nel prestigioso catalogo
Adelphi: Un complicato
atto d’amore). Il 12 novembre esce, per Marcos
Y Marcos, In fuga con la
zia. Date un’occhiata alla copertina. Non tutte le ultime
di Marcos sono ben riuscite, a mio avviso. Ma questa è perfetta: segnali
stradali e umori. Questo romanzo è una montagna
russa di sensazioni. Gioia, sofferenza psichica, saggezza, divertimento,
gusto del viaggio: la
Toews ha trovato qui un
tono che permette di godere pienamente di ogni singolo elemento. I tre
protagonisti, Hattie la zia meno che trentenne e i due ragazzi (quindici
anni lui, undici lei), in poche pagine ti diventano amici. Min, la sorella
malata, non è una figura
da compatire, ma una bomba eversiva di ragazza, che nei ricordi di Hattie
diventa sempre più tosta. Tutti, tutti i personaggi di questo libro –
compresi gli incontri occasionali, che sono molti in quello che è anche
il racconto di un viaggio – hanno una luce speciale. La piccola Thebes, artigiana
del buonumore, su tutti. Leggetelo e mi darete ragione: la
Toews non scrive in bianco
e nero, ma con un arcobaleno di colori che sa gestire alla perfezione.
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Tra
le righe libreria bistrot
Roma
In fuga con la zia è un libro triste e allegro, come potrebbe dirlo un
ragazzino di dieci anni, come lo dicono le faccette impresse sulla
copertina. È un libro triste come lo è stare male senza capirne il perché,
come essere lasciati senza che nessuno te l'abbia veramente detto, triste
come un genitore che non c'è, come vedere qualcuno a cui tu vuoi bene non
stare bene. Però è anche un libro allegro, allegro come una ragazzina con
i capelli colorati, allegro come un adolescente che gioca a basket, come un
buono regalo, una poesia a te dedicata, allegro come l'ironia macabra, come
un campeggio, come prendere un cane con te, allegro come sentirsi parte di
qualcosa. E quindi, come tutte le cose tristi e allegre è bellissimo,
soprattutto se, come Logan, uno dei tre protagonisti di questo lungo viaggio
dal Canada al Messico, quando si tira un canestro a vuoto, si è convinti
che quello dopo andrà bene.
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