MIRIAM ToEWS

In fuga con la zia - The Flying Troutmans

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Claudia Bonadonna, Rumore, marzo 2010

Chiara Pieri, ilRecensore.com, marzo 2010
Graziella Pulce, Il Manifesto - Alias, febbraio 2010
 
Luigi Sampietro, Il Sole 24 Ore - Domenica, febbraio 2010
 
Ivan Cotroneo,
Rolling Stone
, febbraio 2010  
Marilia Piccone, Stradanove.net
, febbraio 2010
Silvia Del Ciondolo,
PULP Libri
, gennaio/febbraio 2010
Maria Simonetti,
L'Espresso
, gennaio 2010
Angela Del Prete,
diecirighe.it
, gennaio 2010 
Alberto Lenzi, boop.it, gennaio 2010 
Alessandro Besselva Averame, Il Mucchio, gennaio 2010 - intervista Pag.1 Pag.2
Marco Montori, puralanadivetro.it, gennaio 2010

Claudio Gorlier,
La Stampa-tuttoLibri, dicembre 2009
Alessia Ercolini, Grazia, dicembre 2009
Gianfranco Franchi, Lankelot.eu, dicembre 2009
Wuz.it
, dicembre 2009
Internazionale, novembre 2009
 
blogbookshop.blogspot.com
, novembre 2009

Enrica Brocardo, Vanity Fair, novembre 2009 -
intervista
Pag.1 Pag.2
Carlotta Vissani, D-La Repubbica delle donne, novembre 2009
Marta Cervino, Marie Claire, novembre 2009
librisulibri.it, novembre 2009
Antonio Prudenzano, Affaritaliani.it, novembre 2009


pareri dei librai

Tra le righe libraria bistrot, Roma, gennaio 2010
Modusvivendi,
Palermo, dicembre 2009
Francesco, Nina Libreria, Pietrasanta, novembre 2009
Pieranna, Libreria Margaroli, Verbania, novembre 2009
Beppe, Libreria Massena28, Torino, novembre 2009
Beppe, Libreria Massena28, Torino, novembre 2009

 

Silvia Del Ciondolo
PULP Libri
gennaio 2010

Peccato che in italiano la parola zia faccia pensare ad una donna anzianotta che impartisce rigidi consigli. Hattie, la zia ventottene del romanzo, intitolato nell’edizione canadese originale The Flying Troutmans, è una tipa che non si fa tanto guidare dell’idea socialmente accettata di ciò che si dovrebbe fare. Per dirne una, carica su un furgone i due nipoti di undici e quindici anni, raccontando una balla a scuola, e parte alla ricerca del loro padre, che vive da qualche parte fra Stati Uniti e Messico. Ci vuole coraggio, un piano e una buona dose di metodica pazzia. Avere a bordo Thebes e Logan non è cosa che chiunque riuscirebbe a gestire, e non perché vivono età complicate, ma perché sono due personaggi incredibili. Per costruirli la Toews ha usato ossa, carne e della fantastica materia grigia. Mi sembrava di essere lì mentre Logan incide sul cruscotto le sue frasi criptiche, tipo Se fossi una band mi scioglierei, oppure Guardati da te.
Lo vedo, col cappuccio in testa, avvicinarsi al canestro di un campetto trovato per strada, oppure fumare marijuana nella piscina di uno dei motel in cui pernotta l’allegra brigata. 

 




Per non parlare di quell’essere meraviglioso che è Thebes. Che darei perché fosse vera! Capelli viola, vestiti da giullare, decine di gadget che costruisce e regala a chi incontra, un linguaggio tutto suo e una sana avversione per l’igiene personale. Creatura imperdibile, che saluta dicendo Bonjourno! e porta con sé un dizionario nel quale cerca risposte che la sua fantasia travalica dopo pochi istanti. La loro madre, causa del viaggio, si chiama Min. Anche con lei non c’è da scherzare. Intelligente, indecifrabile, da quando è nata non sa se vivere o morire. I brani in cui i ricordi affiorano alla memoria di Hattie sono incantevoli e forti. Ho creduto di vedere anche lei, Min, mentre balla in aeroporto, mentre tormenta le sue giornate, mentre gioca coi bimbi. Che significa crescere con una sorella che catalizza tutta l’attenzione e ti chiede di lasciarla morire? Ma niente è tragico in questo romanzo, nemmeno lontanamente. L’ironia e il paradosso la fanno da padroni e un’atmosfera alla Little Miss Sunshine vi farà pentire di avere letto troppo velocemente.

Luigi Sampietro
Il Sole 24 Ore - Domenica
febbraio 2010

A ogni libro il suo prerequisito. Per avvicinare la Divina Commedia è sufficiente avere un'idea di che cosa sia il Cristianesimo - distinguere le tenebre dalla luce - e per leggere l'Odissea basta forse essere semplicemente umani. In fuga con la zia della canadese Miriam Toews sarebbe bene che uno lo aprisse sapendo dove si trovi il Manitoba e chi diavolo siano i mennoniti. Non per vieto nozionismo ma perché potrebbe altrimenti passare inosservato il fatto che si tratta di uno Stato al confine estremo della Grandi Pianure («Mi fa impazzire il silenzio. Chissà se di silenzio si può morire»); che su di un territorio doppio di quello dell'Italia la popolazione supera appena il milione e che la piccola comunità rurale in cui è nata la nostra scrittrice - 11mila abitanti, la maggior parte dei quali appartenente a un'austera setta di protestanti anabattisti, tipo amish della Pennsylvania - è nota come «la città (!) dell'automobile». 
«The driving thing, the car thing, the road thing: da noi non si sente parlare d’altro. Io stessa il giorno in cui ho avuto la patente ricordo che mi sono detta: “Wow, ma questa è la libertà!», ha dichiarato la Toews, 46 anni e cinque romanzi all’attivo, in una recente intervista. Non deve dunque sorprendere che il suo ultimo libro – titolo originale The Flying Troutmans – appaia come un romanzo picaresco. Quel che in America si chiama una storia “on the road”. In realtà, a differenza del romanzo eponimo di Kerouac, alla domanda: «Dove andiamo?», la protagonista della Toews non risponderebbe mai: «Non lo so, ma dobbiamo andare».




Il viaggio di zia Hattie con i due nipoti, Logan (15 anni) e Thebes (11), attraversa mezza America, fino alla California, è sì un pretesto narrativo per aneddoti e incontri vari, nonché un’ottima occasione, nello spazio forzatamente circoscritto di un’automobile in movimento, per delineare un buffo ritratto morale e psicologico dei due adolescenti; ma è, anche e soprattutto, un viaggio alla ricerca del loro padre scomparso da anni. Niente di nuovo, certamente. Ma non basta. Non è tutto qui. Perché, dietro l’intelaiatura e dietro gli episodi – e al di là di qualche luogo comune di troppo -, mentre si ride e si procede con il viaggio, non si riesce a dimenticare che tutta la storia ha origine in un gesto d’amore e che si è messa in movimento grazie al senso di responsabilità della protagonista nei confronti della sorella Min, la madre dei due ragazzini, ricoverata per l’ennesima volta in preda a impulsi suicidi («Qui la gente non vede l’ora di morire. È l’evento principale»).
Se non propriamente un libro con una morale, direi che la sua chiave di lettura sia nelle prime due pagine, subito all’inizio, prima che cominci il nostro divertimento. Ed è una eco, al di là dell’oceano, in Francia, dove la futura protagonista si trova, di una voce, ascoltata, anni addietro, magari con fastidio, in una meeting house della Chiesa mennonita: «Non ho scelta. E cosa posso fare. I nostri genitori sono morti. Min non ha nessun altro e, praticamente, in ogni senso, nemmeno io. Chiaro avrei preferito continuare a bighellonare per Parigi dandomi arie da artista ma...».

 

 

Maria Simonetti
L'Espresso
gennaio 2010

Alla ricerca del padre perduto
Continua con successo il filone del perdersi, cercarsi e forse ritrovarsi. Come questo In fuga con la zia di Miriam Toews (Marcos y Marcos, traduzione di Claudia Tarolo), una delle più talentuose e premiate autrici della letteratura canadese, in corso di traduzione in dieci lingue. È un romanzo on the road, come l'entusiasmante In viaggio contromano dell'anche lui canadese Michael Zadoorian (ancora Marcos y Marcos), sulle famiglie che si sfasciano e cercano di raccattare i pezzi lungo la strada, ambientato negli anni '70. Al centro c'è la 28enne zia Hattie, che vive a Parigi con un lavoro e un fidanzato, ma è costretta a tornare di volata a casa di sua sorella Min, di nuovo fuori di testa, per prendersi cura dei nipoti di 15 e 11 anni: Logan, musica a palla in cuffia, afasico intagliatore, con il coltello, di segni sul cruscotto dell'auto, e Thebes, un fiume di parole con i capelli viola. 





Accompagnata Min in ospedale psichiatrico, non c'è altro da fare per zia e nipoti che partire su uno scassatissimo furgone Ford Aerostar guidato dal 15enne Logan dal Canada all'estremo lembo del Messico, per ritrovare il padre dei ragazzi. Con una scrittura in bilico tra cupezza e umorismo, il romanzo ha momenti di esilarante cinismo. Come quando Hattie si ritrova sola con due ragazzi scoordinati ("I dimenticati") in mezzo ai cactus dell'Arizona,e chiama in ospedale Min che non vuole neanche risponderle. Alla ricerca del padre, ma anche della sorella perduta, perché Hattie ha sempre amato e temuto la maggiore Min, tempesta distruttrice folle e autolesionista. È un viaggio di ricordi e sogni, di incontri e passioni lungo un nastro d'asfalto dove più lunga è la strada, più bella è la ricerca.

 

Alessandro Besselva Averame
Il Mucchio
gennaio 2010

In fuga con la zia (Marcos y Marcos) della canadese Miriam Toews - secondo romanzo dell'autrice ad essere pubblicato in Italia dopo Un complicato atto d'amore, storia adolescenziale e parzialmente autobiografica ambientata in una comunità mennonita del Canada - racconta un tragicomico e commovente viaggio attraverso gli States, raccontato con grande originalità. L'abbiamo raggiunta per via telematica, ed ecco cosa ci ha raccontato.

Qui, come nel tuo precedente romanzo, anche se da una prospettiva differente, l’adolescenza è un tema chiave. In che misura ne parli rievocando la tua storia personale e in che misura la tratti invece come una condizione più generale, uno stato mentale non necessariamente legato all’età? A tratti Hattie non è così lontana dai suoi nipoti, e non necessariamente perché immatura... 
Senza dubbio utilizzo elementi e dettagli del mio passato, ma la tua osservazione sull'adolescenza come stato mentale è interessante. Sono sempre stata intrigata dagli adolescenti, i quali, da un lato ce la mettono tutta per riuscire ad esprimersi in quanto individui, dall'altro sono nervosi e incerti sui mezzi da utilizzare per raggiungere questo obbiettivo. Mi piace la determinazione dei teenager e il modo in cui sono coriacei e vulnerabili allo stesso tempo. Apprezzo quella sorta di terra di mezzo in cui vivono e credo che si tratti di un modo interessante di stare al mondo. Hattie non è immatura, è vero, tanto che si dà parecchio da fare quando si tratta di prendersi cura di chiunque faccia parte della sua vita. Ma effettivamente la sua impulsività e la sua vulnerabilità sono molto simili a quelle di un adolescente.


Un altro tema che secondo me è molto presente in questo tuo romanzo è la difficoltà – o addirittura l’impossibilità – di amare qualcuno che non vuole essere amato. Nel libro questa impasse, questa situazione, ha un’aura quasi surreale...è un elemento drammatico, naturalmente, ma gli aspetti tragici sono bilanciati dalla leggerezza del racconto. Min, la sorella di Hattie, è in un certo senso un personaggio estremo, ma allo stesso tempo viene naturale simpatizzare con lei...
Sì, spero che sia così. Min è una persona malata, ha una malattia mentale e spesso non è in grado di essere - e neppure conoscere - se stessa. Ho una certa familiarità con i percorsi crudeli della malattia mentale, perché mio padre e altri componenti della mia famiglia ne hanno sofferto. Aiuta molto il mettere in evidenza il lato più assurdo della faccenda, ma per me è importante, allo stesso tempo, che la gente capisca bene che si tratta di una malattia, proprio come il cancro, e non semplicemente un cattivo comportamento. Min ama i suoi ragazzi, ma soffre di un grande dolore psichico, e Hattie vuole bene a Min. Tutti quanti, in questa storia, cercano di capire come riuscire ad esprimere il proprio amore verso gli altri.

Più in generale, c’è anche un elemento di commedia, di black comedy se vuoi. C’è un qualche metodo o disegno nel tuo soppesare ed equilibrare i diversi registri, senza farne prevalere uno in particolare?
No, è solo il mio punto di vista sul mondo. È così che vedo le cose. Vedo il mondo come un luogo duro e severo, dove accadono cose terribili a persone innocenti, dove molte persone muoiono di solitudine, gente che farebbe qualsiasi cosa per entrare in contatto con altri esseri umani. Ma vedo il mondo anche come qualcosa di strano e di molto divertente, un posto veramente bello, a volte. Amo pensare che i miei personaggi cerchino sempre di camminare sulla sottile linea che separa i due punti di vista. Io sono consapevole di farlo.

Volevi scrivere qualcosa sulla difficoltà di essere genitori e, specularmente, di essere figli?
Non sono sicura che sia così. Per me essere un genitore è la cosa più importante nella mia vita. La più gratificante, la più dura, la più facile, la più divertente e la più straziante. E perciò immagino di voler riflettere questo pensiero, non c'è dubbio, ma più di ogni altra cosa mi interessa esplorare il modo in cui amiamo le persone che ci sono vicine. Non semplicemente a parole, non semplicemente dicendo, sai, "ti voglio tanto bene", ma cercando con grande impegno di immaginarci, di comprendere fino in fondo il modo in cui questa persona ha bisogno di essere amata.

 

 





Credi che si possa considerare In fuga con la zia un romanzo di formazione? Apparentemente non accadono molte cose nel corso del viaggio che intraprendono i personaggi: capiscono semplicemente che devono tornare a casa per risistemare l’esistente anziché trovare qualcosa di nuovo, e che, probabilmente, la fuga è inutile. Allo stesso tempo c’è un processo di maturazione alla fine del percorso. Che ne pensi?
Sì, senza dubbio. Credo sia davvero una specie di bildungsromain, in un certo senso. Mi piace molto l'idea che scappare lontano da qualcosa significhi in realtà correre incontro a qualcosa. Mi piace la dualità di questo concetto. E la consapevolezza che, a più livelli, noi non sappiamo davvero perché facciamo quello che facciamo, n
é dove andiamo, né quello che troveremo, ma non possiamo fare a meno di spostarci, sperare e cercare.

C’è anche un punto di vista canadese sugli Stati Uniti. I protagonisti li attraversano viaggiando verso sud, fino al confine messicano, ma la mia impressione è che questo viaggio mitico non sia più tale. Gli Stati Uniti, il West, credi che abbiano perso la loro aura leggendaria? Quando Hattie parla della Route 66, sembra che sia il vecchio e consunto ricordo di un’antica leggenda, ormai sbiadita.
Sono d'accordo. Non c'è nulla di speciale nella Route 66. Vive nel nostro immaginario attraverso la musica e il passato. Amo il paesaggio del Sudovest americano, ma non sono innamorata dell'idea degli States in senso lato. Ho sempre la sensazione che
lì avvenga qualcosa di sinistro, cosa che, mi rendo conto, è completamente irrazionale. C'è molta mitologia riguardante il confine messicano, l'idea di fuggire e reinventarsi, e questo sicuramente può ancora valere per alcune persone, ma non credo ci sia ancora qualcosa di romantico in questa idea. Non sono sicura che ci sia mai stato, a dire il vero. Ma ci sono alcune grandissime canzoni e un bei po' di film che trattano l'argomento!

C’è chi ha fatto notare come la tua scelta di non utilizzare le virgolette dia l’impressione di sentirti raccontare la storia direttamente al lettore. Era tua intenzione creare questa impressione? Va detto anche che il ritmo della tua scrittura è particolarmente adatto a quello di un viaggio in auto...
Grazie. È bello sentirlo. Non uso le virgolette perché mi rallentano quando scrivo, rendono incasinata la pagina e non hanno un bell'aspetto. Non mi piacciono, insomma. Non voglio sacrificare la chiarezza a favore dello stile e cerco di rendere chiaro in altri modi chi è che sta parlando in quel determinato momento, di modo che i lettori non possano confondersi.

Visto che nasciamo come rivista musicale, mi piacerebbe chiederti che relazione hai con la materia. Il tuo romanzo è ricco di riferimenti musicali, all’indie rock e all’hip hop soprattutto. Quella musica fa parte della storia oppure interviene in qualche modo anche nel processo di scrittura?
La musica è davvero molto importante per me e mi da una mano a modificare l'atmosfera di quello che scrivo, e a creare diversi livelli di lettura nel mio lavoro. Anche in questo preciso momento, mentre scrivo, la sto ascoltando, sto sentendo i Calexico. La musica è tutto per Logan. Ha sempre le sue cuffie addosso e, come per molti adolescenti, ma anche per molti adulti, la musica è una grandissima fonte di conforto, stimolo e sostentamento emotivo. Quando metto un riferimento musicale nel mio lavoro in genere ascolto quella musica ad un certo punto del processo creativo, anche se non necessariamente nel momento in cui sto scrivendo. Le canzoni a cui faccio riferimento possono essere significative per diversi motivi, ma la scelta non è mai casuale. E sì, è vero, seguo il ritmo della musica quando mi metto al lavoro, o perlomeno cerco di farlo. Avrei sempre voluto essere una musicista anziché un'autrice di romanzi, ma non ho alcun talento in quell'ambito e quindi, quando scrivo, dico a me stessa: "Prova perlomeno a far risuonare le tue storie nel modo in cui risuonano le canzoni". Non sono tuttavia sicura che questo sia possibile, perché la musica lavora a più livelli e credo che sia la forma di espressione più pura.

 

Claudia Bonadonna
Rumore
marzo 2010

Bello il titolo originale, The Flying Troutmans, che rimanda a spericolatezze di vita e di strada. La mirabolante e giovanissima zia Hattie lascia un fidanzato distratto dalla ricerca del suo chakra e vola da Parigi al natio Manitoba a prendersi cura della bizzarra sorella maggiore Min, che ha avuto l’ennesimo crollo nervoso, e dei due ancor più eccentrici nipoti, Logan e Thebes. Ricoverata l’una in una clinica psichiatrica e caricati gli altri su un furgone scassato, Hattie parte per un’avventura tenera e sgangherata verso il misterioso confine messicano a rintracciare il padre dei due ragazzi. I quali vivono pacificamente alienati nei loro ingegnosi universi privati fatti gioielli improbabili, lingue inventate e una rigorosa avversione per l’igiene personale (l’undicenne e brillantissima Thebes) e di complesse playlist incrociate tra hip hop e death metal, partite di basket e frasi criptiche da incidere sul cruscotto della macchina (Se fossi una band mi scioglierei, scrive l’ombroso quindicenne Logan, cappuccio e pantaloni enormi, cuffie eternamente appese al collo). Eppure il ménage à trois funziona, impasto scoppiettante di disastri personali e voli di fantasia. Miriam Toews lo rende benissimo con una scrittura vivace e disinvolta (“Non uso le virgolette perché mi rallentano quando scrivo, rendono incasinata la pagina e non hanno un bell’aspetto”, azzarda) e un ritmo esplicitamente cinematografico (da questo romanzo sta traendo una sceneggiatura, mentre quello precedente, Un complicato atto d’amore, sulla sua infanzia in una comunità mennonita del Canada sud-orientale, è già un film diretto da Sarah Gavron). È uno sguardo pieno di impulsività, fragilità e durezza, il suo. una messa in scena della vita come se fosse un’eterna, pacificatoria, irresistibile adolescenza.

Chiara Pieri
ilRecensore.com
marzo 2010

Pubertà e adolescenza, età difficili soprattutto se la madre cade in depressione e finisce in una clinica psichiatrica. E’ quel che accade ai fratelli Thebes e Logan, in “In fuga con la zia“ (Marcos y Marcos, 2009) di Miriam Toews. Per fortuna in loro aiuto accorre la zia Hattie, che li porterà in un lungo viaggio tra il Canada e il Messico alla ricerca del padre.
Hattie, una giovane donna che vive a Parigi, riceve allarmanti telefonate dal Canada da parte dei suoi due nipoti. Apprende che la sorella Min è depressa, non si alza dal letto e non si cura dei figli. La zia parte immediatamente in aiuto dei ragazzi abbandonati a se stessi: Thebes, una bambina di undici anni loquace e fantasiosa e Logan, il fratello più grande, ma ancora bisognoso di una guida.
La situazione pare disperata. Min chiede alla sorella di aiutarla a morire, Hattie risponde con un “no” secco e decide di farla rinchiudere in una clinica psichiatrica e di prendersi cura dei nipoti. L’impresa è ardua: Thebes non smette mai di parlare, ha i capelli blu, non si lava mai, Logan sembra più maturo, ma è chiuso in se stesso, difficile da avvicinare.  Hattie  comprende che da sola non ce la può fare e così ha inizio la fuga, in realtà un viaggio in tre su un disastrato furgoncino alla ricerca del padre dei ragazzi. Sono tre anime confuse: si sentono abbandonate e hanno bisogno di aiuto.
Il percorso dal Canada al Messico risulta pieno di sorprese, di incontri,di scappatelle, di ritrovamenti, ma è anche un susseguirsi di giochi, di fantasie, di tentativi di comunicazione. L’happy end chiude il romanzo: i due fratelli incontrano una sorella, figlia di una diversa madre ed infine ritrovano il padre. La mamma  che si negava al telefono e sembrava averli dimenticati, ritorna inaspettatamente alla realtà e viene dimessa dalla clinica.
Il libro, fresco e vivace, è attraversato da dialoghi dal sapore autentico. Il linguaggio è quello parlato dagli adolescenti, ne riflette gli umori, le emozioni, le paure e le speranze. La fuga, iniziata come un viaggio d’aiuto si chiude con un ritorno e un ritrovamento, ma soprattutto con un’intesa che muterà per sempre la vita delle persone coinvolte.

Marilia Piccone
Stradanove.net
febbraio 2010


Un singolare On The Road
Nel mezzo della notte, a Parigi, Hattie Troutman è svegliata da una telefonata a carico da parte della nipote undicenne Thebes: lei e il fratello Logan non sanno più che fare con Min, la loro mamma e sorella di Hattie. Min non si alza più dal letto, non vuole mangiare, ingurgita pastiglie. E così Hattie ritorna in Manitoba, fa ricoverare la sorella in un ospedale psichiatrico, carica i nipoti con le valigie su un furgoncino Ford e parte per gli Stati Uniti, alla ricerca del loro padre che non vedono da quando Thebes aveva pochi mesi.
“In fuga con la zia”, il nuovo libro di Miriam Toews (scrittrice canadese di cui abbiamo già apprezzato “Un complicato atto d’amore”, pubblicato da Adelphi nel 2005), è il racconto di un viaggio, una sorta di “On the road” più innocentemente divertente, pur nel dramma che contiene- di figli allo sbando, di padri assenti, di depressioni congenite, di gelosie fraterne. In letteratura il viaggio ha sempre il duplice valore di fuga e di ricerca di chiarificazione: se finisce bene, approda ad una maturazione e ad una maggiore conoscenza di sé. Sono i tre protagonisti a rendere singolare il viaggio del libro di Miriam Toews, perché la zia Hattie ha solo ventotto anni e, con tutta la sua buona volontà, non può essere una guida di riferimento per il quindicenne Logan e l’undicenne Thebes. Forse è proprio questo ad avvicinarla ai nipoti, il fatto che tutti e tre abbiano dei tormenti personali e tuttavia siano uniti dall’amore per Min, il quarto personaggio più che mai presente nella sua assenza.
Zia e nipoti partono dal Canada, si dirigono prima verso il South Dakota dove pensano di trovare Cherkis (il padre dei ragazzi), vengono riindirizzati due volte, fino a trovarlo (in una maniera alquanto improbabile, a dire il vero) nell’estremo sud, nel deserto. Ma quello che importa di più è proprio il viaggio, con gli incontri che fanno, i dialoghi fra di loro (che a volte sfiorano l’assurdo, sempre molto divertenti), i ricordi d’infanzia di Hattie, quelli di Logan e Thebes, le telefonate fatte da cabine pubbliche all’ospedale per avere notizie di Min e a Parigi, dove l’ex innamorato di Hattie ha un’altra ragazza.
   





Secondo Hattie, sua sorella Min stava perfettamente bene finché non è nata lei; all’ospedale Min le ha chiesto di aiutarla a morire, ma Hattie ricorda benissimo la volta che Min ha cercato di far affogare Hattie nel mare di Acapulco. Con il risultato che affogò il loro padre, che aveva cercato di salvare entrambe. Ricorda anche quando Min aveva sigillato i finestrini dell’auto, per suicidarsi con i gas di scarico. Eppure, nonostante tutto, nonostante che sia andata a Parigi proprio per sfuggire alla sorella, Hattie è tornata per aiutarla. Nonostante i due figli siano cresciuti con una mamma così instabile, la amano tantissimo e sono in ansia all’idea di incontrare un padre che li ha abbandonati.
Come nel romanzo precedente, anche in questo Miriam Toews riesce a farci sentire le voci dei giovani e giovanissimi, a filtrare nelle loro parole il disagio dell’infelicità famigliare, a percepire la necessità viscerale della presenza materna purché sia, anche se è quella di una persona turbata. E’ questo che esprime il comportamento di Logan, il ragazzo che nasconde il volto con il cappuccio con la felpa, si ubriaca, scappa per cercare un campo da basket o per pomiciare con una ragazza. O quello, persino più ingenuamente trasgressivo della piccola Thebes che ha i capelli tinti di viola, non si lava mai, distribuisce giganteschi buoni di cartone fatti da lei, consulta di continuo un dizionario enciclopedico.
Ecco, a volte ci sembra proprio impossibile che una undicenne possa esprimersi come Thebes, ma dobbiamo sospendere l’incredulità leggendo il libro della Toews e godercelo per quello che è: un’avventura tra la tristezza e la comicità, il viaggio nella vita di una famiglia non famiglia che mostra come si possa essere uniti dall’amore in comune per un’altra persona.

Claudio Gorlier
La Stampa-TuttoLibri
dicembre 2009


Una strada per rinascere
In una favola americana, la strada offre un tessuto ideale per sognare un’altra vita. Accade che una singolare pattuglia di tre, la giovane Hattie, tornata dal soggiorno parigino al suo Manitoba per occuparsi della stravagante sorella Min, e i nipotini, il quindicenne Logan e l’undicenne Thebes, partano in auto per raggiungere e per ritrovare il marito di Min, e dunque per antonomasia il padre, il quale ha lasciato la moglie divenuta per lui insopportabile. South Dakota, Wyoming, Colorado, Utah, California, confine del Messico. Alla fine, i Troutman troveranno il padre, e la favola si concluderà, ovvero riprenderà almeno in parte all’inverso, ricreando letteralmente, e simbolicamente, le esistenze dei protagonisti. Miriam Toews, canadese di origine mennonita, attrice a tempo perso, e naturalmente viaggiatrice instancabile, nel romanzo, In fuga con la zia (trad. di Claudia Tarolo, Marcos y Marcos, pp. 281, euro 16,50), conduce la storia con ritmo, continue invenzioni di linguaggio, e vocazione consolante insieme del territorio, dello spazio naturale e di quello della mente.

 

 

Ivan Cotroneo
Rolling Stone

febbraio 2010

Ci vuole talento per trasformare una serie di disgrazie in un romanzo divertente. In fuga con la zia racconta di Hattie, che, scaricata dal fidanzato, lascia Parigi e torna negli Stati Uniti per occuparsi dei nipoti Logan e Thebes, 15 e11 anni e una sfilza di problemi, da un padre che li ha abbandonati a una madre, la sorella di Hattie, Min, che è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico. La zia cerca una strada nella turbolenta infelicità dei due adolescenti, e si imbarca con loro su un’auto, in un viaggio popolato di assurdità, alla ricerca del padre assente. Tradotto con precisione e spericolato ritmo da Claudia Tarolo, il romanzo di Miriam Toews (che è anche attrice) riesce nel magico compito di prendere un materiale già letto e trasformarlo in qualcosa di davvero inedito, fitto di battute sorprendenti e dialoghi pieni di verità e brillantezza.





Alessia Ercolini
Grazia
dicembre 2009

Hattie è una giovanissima zia aspirante artista che vive a Parigi, alle prese con una fidanzato lunatico che la abbandona per andare in India. Finché non è lei a partire, per il Canada, con i due nipotini, figli della sorella, che la chiamano in soccorso. Insieme iniziano un viaggio, questa volta verso il Messico, che è tutta un'avventura. A parte nuove playlist, si scoprono anche curiose regole per giocare a rincorrersi ("non vale dire arimo, concedere recuperi"...). Consigliato a chi ha amato Zia Mame e Bridget Jones.

Enrica Brocardo
Vanity Fair
novembre 2009

Via con la zia (E così sia)
Ci sono libri che diventano subito film nella tua testa. In fuga con la zia di Miriam Toews è uno di questi. Non a caso i diritti cinematografici sono stati già opzionati (lei stessa collabora alla sceneggiatura), mentre è pronto un adattamento del suo penultimo e più noto romanzo, Un complicato atto d'amore, che in Italia è stato pubblicato da Adelphi nel 2005, e che diventerà un film diretto da Sarah Gavron.
Nome non notissimo in Italia, Miriam Toews, 45 anni, è considerata una delle più grandi scrittrici canadesi contemporanee. I suoi libri sono stati tradotti in una ventina di lingue e il suo nome appare spesso a fianco delle connazionali Alice Munro e Margaret Atwood. A renderla «personaggio», oltre che una scrittrice di talento, è la sua storia: fino alla maggiore età, la Toews è cresciuta in una comunità mennonita, composta da fedeli di un movimento religioso nato nell'ambito della riforma protestante con uno stile di vita particolarmente rigido, compresa una netta separazione tra uomini e donne.
Di che cosa significhi vivere in questo mondo a parte, Miriam Toews ha parlato nei suoi libri precedenti. Non in quest'ultimo, però. Dove racconta il viaggio dal Canada alla California di una zia e dei suoi due nipoti, l'undicenne Thebes, logorroica e poco incline all'igiene personale, e il taciturno Logan, un quindicenne in balia dei propri ormoni. La madre dei due giovani, Min, fin da giovane è stata impegnata a «viaggiare in due direzioni opposte, verso l'infanzia e verso la morte», e ora è ricoverata in ospedale per una forte crisi depressiva. Alla zia Hattie, a sua volta scaricata da un fidanzato apparentemente sulla via dell'illuminazione, non resta altro che partire alla ricerca del padre di Thebes e Logan, da anni ormai lontano da casa. Un viaggio sgangherato, con poche soste in motel da quattro soldi e tante parole - della nipote soprattutto - che si materializza nella mente di legge.

Com'era il posto dove è cresciuta?
Una cittadina di circa cinquemila abitanti, nel Sud-Est del Manitoba. Ci vivevano quasi soltanto mennoniti, e la chiesa era il fulcro intorno a cui ruotava la vita di tutta la comunità. C'erano moltissime regole da rispettare, e le donne dovevano essere sottomesse agli uomini. Da loro ci si aspettava che fossero obbedienti e si prendessero cura degli altri. La cosa più difficile era sentirsi un individuo. Insomma, un posto improponibile per qualcuno che aspira a diventare scrittore.

Quando ha cominciato a capire che si trattava di uno stile di vita insolito?
Sui 12 anni. A 18 me ne sono andata. Non che avessi già in mente di scrivere: volevo fuggire da lì, lo desideravo da morire. Seguire le regole della comunità mi era impossibile. Sognavo di andare all'università, di vivere in una grande città, di conoscere il mondo.

Come si fa a sognare ciò che non si conosce?
I miei genitori avevano una mentalità più aperta di altri. Sono cresciuta in un ambiente fatto di un curioso mix di fondamentalismo religioso e liberalità. Quando riuscii ad andarmene passai da un contesto estremamente chiuso e conservatore a una delle città più aperte e multiculturali del mondo, Montréal. Da un estremo all'altro. E io nel mezzo, con la sensazione di non appartenere a nessuno dei due.

 

 

 

Si dice che tutti i fondamentalismi religiosi si assomigliano. È d'accordo?
Si basano sul controllo. Sulla dinamica peccato, colpa, punizione. Sono contro l'individuo. In questo senso hanno tutti una matrice di violenza.

In Un complicato atto d'amore, lei racconta di una pratica molto crudele, lo shunning, che consiste nel punire chi infrange le regole con la messa al bando. In pratica, il divieto di avere qualunque tipo di contatto con gli altri fedeli, compresi i familiari.
Alcune comunità lo praticano, altre no. Quelle che lo fanno seguono regole diverse, a cominciare dai tipi di colpa punibili in questo modo. Molto dipende dai capi della chiesa, sono loro a decidere. Tutto è molto casuale: ci sono tantissime regole, ma non sono chiare. Solo alcune chiese, per esempio, proibiscono gioielli e make-up, e solo in certe comunità le donne devono rimanere a casa.

Che cosa le è rimasto della sua formazione religiosa?
Non pratico più, ma dal punto di vista culturale mi sento ancora mennonita. È come essere ebrei: puoi andare in sinagoga o no ma rimani ebreo.

Che rapporto c'è fra il mondo in cui sei cresciuta e il fatto di essere diventata una scrittrice?
Fortissimo. La scrittura è essenzialmente un atto di ribellione. Ti permette di ricreare le realtà.

I protagonisti delle sue storie sono spesso teenager. C'è un motivo?
Li trovo affascinanti nel loro miscuglio di tenerezza e durezza. L'adolescenza è un momento intenso della vita, è la fase in cui cerchi di capire chi sei, di trovare il tuo posto nel mondo.

Lei che adolescente era?
Ribelle, ma non una bad girl. Volevo andare bene a scuola, ma anche fumare marijuana nei boschi. Volevo divertirmi, sentirmi libera.

Uno dei personaggi del suo romanzo soffre di una grave forma di depressione. Nella realtà anche suo padre era un maniaco depressivo.
Sì. La vita di tutti i giorni con lui voleva dire stare sulle montagne russe: mio padre era del tutto imprevedibile. Una persona adorabile, affettuosa e divertente nei momenti okay, mentre quando stava male si annullava. Per mia madre è stato molto difficile, ma soprattutto lo è stato per lui: ha sofferto tantissimo. Si è ucciso nel 1998.

I bambini spesso si sentono colpevoli dell'infelicità dei propri genitori.
Io, per reazione, diventai il clown della famiglia. mi sforzavo di dire e fare cose buffe, che facessero ridere.

Niente balli, però. Ho letto che a casa sua la TV era ammessa, la danza no.
È vero. Credo di aver ballato la prima volta a 17 anni. Avevo appena preso la patente e me ne andai in citta a "pogare" in un club.

 

 

Carlotta Vissani
D-La Repubbica delle donne
novembre 2009


Toews corre lontano

Dopo Un complicato atto d'amore uscito quattro anni fa da Adelphi, toccante fotografia di una ragazzina alle prese con il vuoto pneumatico della religione mennonita e il legame con un padre assente nel contesto soffocante e provinciale di East Village, Miriam Toews torna con un romanzo delicato sul tema della depressione, sul rapporto con l'adolescenza e sul topos del viaggio come catarsi, liberazione dai condizionamenti, riconciliazione con se stessi e risoluzione del passato attraverso l'analisi dei ricordi. La ventottenne Hettie, reduce da un fallimento sentimentale in una Parigi tutta viuzze, baguette e romanticismo, è chiamata a prendersi cura dei nipoti Logan e Thebes ora che sua sorella è ricoverata in un ospedale psichiatrico, in bilico tra il tormento di un'infanzia infelice e la voglia di chiudere gli occhi per sempre.

 

 

 

 

Non sapendo come gestire l'esuberanza comunicativa di Thebes e l'asocialità di Logan, improvvisa un road trip alla ricerca del loro padre, disperso forse in un ashram a trentamila chilometri di distanza. Toews si muove sulla carta con naturalezza spiazzante, facendo interagire i personaggi a livello cellulare, chimicamente, sguinzagliandoli nel vento come aquiloni in cerca della giusta raffica anche se tutto accade all'interno di una macchina mangia asfalto, come in una piccola scatola magica in cui avvengono i miracoli. Ha dalla sua una capacità linguistica innata, il talento di intessere un gergo giovanile che consente l'interazione profonda e autentica con un universo altrimenti inavvicinabile. Ironia, sensibilità e una punta di follia e incoscienza velano pagine servite da una scrittura umana e compassionevole che strizza l'occhio ad Augusten Borroughs o a Michael Cunnigham. Consigli per il viaggio: una VHS di Easy Rider e una copia consumata di On the road aperta al capitolo dieci, "Dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo. Per andare dove, amico? Non lo so, ma dobbiamo andare". E infatti la Toews va. Sino a ora è sempre arrivata lontano.

Internazionale
novembre 2009 


Normalmente gli undicenni di Manitoba che aspirano a diventare autori di testi musicali non spediscono per email le loro canzoni al mogul di Hollywood David Geffen. Ma Thebes Troutman non ha nulla a che fare con la normalità.
E nemmeno Logan, suo fratello di 15 anni, poeta punk fissato con il baseball. E neanche Min, la loro madre, ricoverata per un profondo crollo psichico. Dunque, se la normalità è quello che cercate, In fuga con la zia non è il libro che fa per voi. Ma personaggi come questi esistono nella vita reale. 

 




Ed esistono nel nuovo romanzo di Miriam Toews. A narrare la vicenda è la zia Hattie, sorella di Min, ritornata in Canada per la fine di una storia d’amore con un francese, allarmata da una telefonata di Thebes. Il cuore del libro  è un lungo viaggio in auto di Hattie, Thebes e Logan, per rintracciare il padre dei ragazzi, un pittore fuggito anni prima che forse gestisce una galleria d’arte in un posto chiamato Murdo, in South Dakota. Scrittrice di grande talento, Miriam Toews, racconta questo viaggio con una voce originale, piena di amore, paura e umorismo.


Gale Zoë Garnett, Globe and Mail

Gianfranco Franchi 
Lankelot.eu
dicembre 2009 


Che succede quando “Paris-Texas” sembra cominciare alla fine di un libro, ibridandosi con la narrativa di formazione on the road? Succede che ci si trova di fronte a un romanzo come “The Flying Troutmans” (“In fuga con la zia”, Marcos Y Marcos, 2009), nato dalla sensibilità e dalla creatività della narratrice e attrice canadese Miriam Toews, classe 1964, già pubblicata in IT da Adelphi. È un libro che racconta condizioni e stato d'animo d'una generazione ferita dall'assenza o dalla pericolosità dei propri confusi genitori, costretta a virare su un ribellismo stravagante e inoffensivo, perché non ha nemmeno più ideologie da abbracciare; è un libro che scintilla di senso materno e di dolcezza, perché a sostenere quei due ragazzi, campioni di questa generazione di ragazzini abbandonati e sfortunati, è la zia, che come se niente fosse prende e parte, lascia Parigi e i cocci di una relazione appena terminata, e si precipita ad accudirli e a sostenerli, mentre la loro mamma, sua sorella, si fa curare in clinica psichiatrica; è un libro che accompagna questo strano clan famigliare sino a una difficile riconciliazione con le sue origini e la sua fondazione, nelle ultime battute. Quella con i padri. Una spia linguistica era nascosta ben prima, a pagina 112, capitolo sesto. Decontestualizzo e isolo in questo passo: “Davvero?, faccio. E i padri? Scuote lentamente la testa, sospira come un assistente sociale esaurito con un carico di lavoro agghiacciante e dice con aria fintamente ingenua, già, che fine hanno fatto i padri?”
Già: forse i padri, restituiti al loro ruolo e alla loro centralità, possono giocare un ruolo determinante, incisivo, rigenerante, e non soltanto per i due ragazzini protagonisti. Questa è una delle segrete chiavi di lettura del libro, e non stupisce la positio princeps simbolica del padre dei due ragazzi. Inconsciamente, comunica una domanda viscerale e profonda di restituzione d'un ruolo alla sua natura originaria. Affascinante.
Nelle prime battute del libro, questa santa e fantastica zia, libraia parigina, torna nel suo Canada per badare ai figli della sorella; sua sorella, purtroppo, s'è convinta che un milione di automobili le stiano piombando addosso, e non può davvero più badare ai suoi piccoli. A chiedere aiuto è la più piccola, Thebes, una marmocchia che sogna, la notte, che esiste un tredicesimo mese (p. 167) chiamato shtetl, e che in quel mese cade il suo compleanno (omaggio alla “Venticinquesima ora” di Benioff?); suo fratello maggiore, Logan, è dissociato e vagamente fattone, ha quindici anni e scrive racconti un po' al limite per la sua età; beve, anche, e ha qualche problema con le autorità scolastiche: e però ammira una giornalista come Deborah Salomon perché ha il coraggio di guardare le cose in faccia (p. 56), cosa che forse lui sogna di imparare a fare. Ama la musica indie e alternative rock, ma pensa “se fossi una band mi scioglierei” (p. 95), e già che c'è vede di scriverlo da qualche parte. Nel libro appare anche una sua playlist (pp. 108-109), per la gioia degli spiriti rock. Non vi stupirà decifrarlo tramite nomi come Sparta, OutKast, Dead Kennedys, Mudhoney. La loro mamma, Min, è forse il personaggio più letterario e complesso del libro. 





La sorella libraia ci racconta qualcosa di lei tramite le sue letture: “Virginia Woolf, Sylvia Plath, 'Anna Karenina'... il 'Manuale introduttivo' di Min all'universo del dolore. La sua biblioteca della perdita. Aveva fatto le letture giuste” (p. 174), mentre in gioventù “Manuale di cucina anarchico” e “Paradiso perduto”, e poi tramite il passato, rivelando che era stata la sua nascita ad alterare il suo equilibrio psichico:“La mia nascita ha scatenato un'onda sismica nella vita di mia sorella. Il giorno in cui sono venuta al mondo si è messa il vestito al contrario ed è corsa via verso un futuro più luminoso, o piuttosto verso un passato più luminoso. I nostri genitori l'hanno trovata su un albero del vicino. Voleva fuggire? Da allora ha continuato a farlo, viaggiare contemporaneamente in due direzioni opposte, verso l'infanzia e verso la morte. (…). Prima della mia esistenza Min era una bambina normale” (pp. 16-17). Eppure, “Mi ha insegnato lei a scroccare passaggi al traino, agganciata al paraurti delle auto, a tuffarmi a bomba, a rollarmi un joint e a preparare un bong casalingo. Andava a piedi nudi da maggio a ottobre e una volta, per scommessa, ha attraversato a nuoto Falcon Lanke in piena notte” (p. 22). In ogni caso, forse per gelosia, quando aveva quindici anni aveva provato ad affogare sua sorella, che ne aveva solo nove. E il papà, per salvarla, era morto. Diciamo che il padre spettrale è la cifra stilistica di questi disastri pluri-generazionali. Molto curioso.
Nel suo presente, Min è “contemporaneamente viva e morta”, “come se si fosse stanziata nel terminal di un aeroporto, e si spostasse da una sala d'aspetto all'altra senza mai imbarcarsi su un aereo” (p. 18: con tanto di omaggio al tenerello film di Spielberg, “The Terminal”, uscito quattro anni prima).
Si circonda di pasticche e ne prende a volte troppe, a volte troppo poche. “Teneva sempre una pillolina blu sotto il cuscino, come un dente da latte. O una capsula di cianuro a portata di mano” (p. 37).
Figli a parte, è insofferente a tutto. Ha voluto essere migliaia di cose, è stata solo una mamma; non le è bastato. Creava e distruggeva quel che aveva creato, e poi si chiudeva a letto per mesi. Suo marito, inizialmente, aveva mantenuto e mostrato istinto protettivo; poi, s'era squagliato, se n'era andato a gambe levate.
I figli dell'Occidente divorziato possono capire con maggiore intensità quanto racconta la Toews, coetanea di queste fenomenali famiglie nuove, altre, allargate e poi incredibilmente ristrette. Noi conosciamo il significato dell'assenza di un clan famigliare o di legami di sangue sentiti e condivisi; quanto avvenuto ha implicato la corrosione o la cancellazione delle tradizioni, e dell'istinto-base della solidarietà. Quel che forse vuole suggerirci Miriam Toews è che in fin dei conti niente è perduto, soltanto... è danneggiato: la volontà può esautorare la realtà, può plasmarla e adattarla; l'amore può correggere tutti i difetti della nostra società, e nuove famiglie possono nascere dalla distruzione delle famiglie antiche. Con nuovi equilibri, e ruoli – diciamo così – interscambiabili, a un certo livello. Questa sua umanissima zietta europea, giovane e giovanile, capace di sacrificare un pezzo di vita per i suoi nipoti come niente fosse è esemplare, alternativa e femminile – d'una femminilità essenziale, originaria, perfetta.

Wuz.it
dicembre 2009

Speciale consigli per il Natale: Sotto il segno dei Libri

CAPRICORNO

Il senso di responsabilità è una delle caratteristiche del Capricorno, ma la cosa non significa di certo un atteggiamento noioso e pedante, ecco un libro che, in modo divertente e intelligente, ci propone una figura femminile di questo genere: In fuga con la zia di Miriam Toews racconta un viaggio dal Canada al Messico di un curioso gruppo familiare guidato da una giovane zia, Hattie, che si è dovuta all'improvviso prendere cura dei figli della sorella (il senso di responsabilità, appunto!) che era troppo malmessa per fare la mamma. 

 





Ed eccoli questi ragazzetti teneri e impertinenti: il quindicenne Logan, tutto basket e Public Enemy e l'undicenne Thebes, una chiacchierona indomabile. Hattie è stata da poco lasciata dal fidanzato e certo le manca, ma ora ha qualcosa di troppo importante da fare: il senso pratico, la concretezza di certo piaceranno ai Capricorno!
La meta è il luogo sperduto nel deserto californiano dove si è rifugiato il padre dei ragazzi, che non ha saputo reggere il rapporto con la madre dei suoi figli. Un viaggio che ha aspetti divertenti, dialoghi straordinari e tanta emotività mai fatta emergere in modo sentimentale. Una sicurezza: piacerà a un Capricorno!

Angela Del Prete
diecirighe.it
gennaio 2010 

Una mamma un po' schizzata, due ragazzini problematici, un padre scomparso e una zia che fa di tutto per mettere a posto le cose. Chiamata direttamente da Parigi per correre in aiuto della famiglia sgangherata della sorella, Hattie, arriva in Canada, lascia Min, in preda a deliri suicidi e al rifiuto dei figli, in una clinica e, letteralmente, fugge via con i due nipoti alla ricerca del loro padre scomparso in una California tutta da scoprire.
Hattie è innamorata di un uomo che non la ama, il giovane Logan è in piena adolescenza, turbata da una madre instabile e un padre assente, la piccola Thebes è creatività, parola, immaginazione e sofferenza pura e insieme si scoprono, si amano, fanno il libro.
Un libro on the road che pur sostenuto da un filo fortissimo di tristezza, di dolore, di inconcepibile malinconia, ci fa sorridere, per le vicende assurde e irreali di questi tre fuggitivi da una realtà troppo grande e difficile per loro da accettare. Si tratta di quel “riso amaro”, che pur stringendo il cuore ci fa sperare. Tante parole in questo libro che ci fa scoprire e amare un altro pezzo di mondo, il Canada e la sua letteratura. E ci fa ripensare alla famiglia, alle follie che potremmo fare, se solo ci fermassimo e provassimo a calcolare l'amore per le persone che ci stanno accanto. Hattie e i ragazzi fuggono da Min, per troppo amore, per non acconsentire alle sue richieste di morire, così come aveva fatto il papà dei ragazzi anni prima.

 





Un libro facile da leggere, che scappa via, come il furgone impasticciato e puzzolente su cui viaggiano i protagonisti, come le persone che incontrano e scontrano, che lascia la tristezza per il desiderio di rivedere tutti i pezzi al posto giusto, ma serenità perché a volte, un bel viaggio, lontano da ciò che ci fa soffrire è proprio quello che ci vuole, fa riflettere sui rapporti che abbiamo costruito e le relative paure, e infonde la speranza necessaria per ritornare indietro e sostenere chi è rimasto in balia del proprio destino sgangherato.
Un'ulteriore conferma inoltre per Miriam Toews, già vincitrice di premi con romanzi precedenti e che assiste al successo di quest'ultima opera che è in traduzione in ben dieci diverse lingue. Un libro sulle famiglie, quelle strane (in fondo lo sono un po' tutte), da leggere per Natale, e per apprezzare posti, paesaggi e culture che difficilmente tutti potremmo incontrare.

Alberto Lenzi
boop.it
gennaio 2010

Un'altra zia protagonista di un romanzo che ha il ritmo di una sceneggiatura cinematografica, con dialoghi non virgolettati che costringono a non perdere neppure una riga di testo, bello, struggente e divertente al tempo stesso. E' la storia di Hettie che torna da Parigi al natio Canada, dove ha cercato di farsi una nuova vita con un fidanzato che, a suo dire, la molla per ritirarsi in un ashram in India dicendole che avrebbero comunque comunicato telepaticamente, per scoprire poi che ha voluto semplicemente liberarsi di lei per un'altra. Hettie è così che reincontra la propria sorella depressa sempre sull'orlo del suicidio, per una non risolta accettazione della nascita di lei. Hettie racconta di Min, la sorella, che"il giorno in cui sono venuta la mondo si è messa il vestito al contrario ed è corsa via verso... un passato più luminoso... da allora ha continuato a viaggiare contemporaneamente in due direzioni opposte, verso l'infanzia e verso la morte".
Min ha due figli straordinari Logan di 15 anni e una sorellina, Thebes, di 11. In preda ad una crisi depressiva più violenta delle altre, chiede aiuto a Hettie, affinché si prenda cura dei figli nel previsto lungo tempo di degenza in clinica. Hettie pensa che la cosa migliore da fare sia di intraprendere un lungo viaggio fino al Messico in cerca del padre dei ragazzi costretto ad andarsene da loro, pur amandoli, e da Min sempre più impossibile da considerare compagna di vita. Su di un vecchio van inizia così l'avventura della Zia Hettie con i suoi due nipoti, che scopre strambi, pieni di vita, con una capacità di nascondere il dolore per le sofferenze della madre che è commovente ed irresistibile. 

 




Thebes parla ininterrottamente, mentre Logan ascolta sempre musica rock nelle cuffie, ma fra loro esiste un attaccamento che sorprende e fa venire la pelle d'oca; si esprimono con frasi che fanno pensare: come quando Logan incide nel muro della propria stanza "se fossi una band mi scioglierei". Come si può descrivere il disagio con più efficacia? Thebes nel retro del van confeziona enormi buoni regalo di carta da regalare alla zia e al fratello, come se fossero dei salvacondotti verso la felicità. 
E' un’esperienza unica viaggiare con loro tre, fra le pagine del libro, attraverso l'America. Prende una sorta di vertigine di compartecipazione che è veramente singolare. E' un romanzo elegantemente ruvido che sa di affetti e di strade polverose, e scorre verso la fine quando i tre incontreranno il padre con la forza di chi non vuole mollare mai. All'inizio del romanzo Hettie si descrive: "sono così stanca .Il mio fidanzato ha preferito Budda a me. Soffro il jet lag. Ho appena accompagnato mia sorella in un ospedale psichiatrico. Sono improvvisamente responsabile di due ragazzi , uno che non spiccica parola, l'altra che non sta mai zitta, e non ho la più pallida idea di come occuparmi di entrambi". Alla fine sarà straordinaria come la zia immaginaria che tutti noi vorremmo. Infine, viene da considerare l'idea di mettere nella propria segreteria telefonica quanto registrato dalla piccola Thebes nella sua: "Bonjourno i Troutman sono fuori. Lasciate un messaggio ma che sia bello".

librisulibri.it
novembre 2009

Se qualcuno ci chiedesse cosa stiamo leggendo in questo momento, risponderemmo così:
“Un libro delizioso guarda, si chiama In fuga con la zia, davvero carino. E’ scritto in un modo così originale che mai ci saremmo immaginate che qualcuno riuscisse ad inventarsi una storia così bella e a scriverla anche bene. Ma poi troppo figo guarda, come è scritto, non puoi capire.
L’autrice si chiama Miriam Toews, è canadese, in Italia non ha spopolato molto ma in Canada è praticamente un asso della narrativa. Ma si vede guarda, veramente un asso…” e con tutta probabilità continueremmo a descrivere In fuga con la zia per una ventina di minuti, lodando l’autrice, descrivendo i buffi personaggi e idolatrando la scrittura così chiara, così maledettamente spontanea e così tremendamente bella.
Tanto per farvi capire di cosa stiamo parlando, iniziamo col dirvi che ci sono quattro personaggi: Min, Hattie, Logan e Thebes.
Min è psicotica ed è la madre di Logan e Thebes; Logan è il classico adolescente che porta i jeans troppo larghi, mette in bella mostra i boxer e parla poco; Thebes ha undici anni, sveglissima, capelli viola e parla troppo. Infine c’è Hattie, la narratrice, ventotto anni, sorella di Min e adorabile zia.

 

 

Quando Min cade in uno dei suoi stati di follia, Thebes chiama Hattie, che nel frattempo è appena stata mollata dal suo ragazzo con il quale vive a Parigi. Hattie torna per soccorrere la sorella e i nipoti disperati. Decide di non lasciare morire Min, la porta in una clinica e pensa bene di trovare Cherkis, il padre dei ragazzi.
Il problema è che di lui si sa ben poco: un tempo era un artista che viveva in una fattoria abbandonata nella quale esponeva i suoi quadri in un cavolo di posto chiamato Murdo…ma che posto è?  Hattie non lo sa, ma per sapere che fine ha fatto Cherkis dovrà andare anche lì.
Tre simpatici personaggi, un viaggio, la ricerca di qualcosa: gli elementi per una storia ci sono tutti, e Miriam Toews li gestisce alla grande.
Sì, avete capito bene. Proprio alla grande. Leggetelo e poi ci direte cosa ne pensate. Lo trovate da domani in tutte le librerie.

Marta Cervino
Marie Claire
novembre 2009

Thebes ha 11 anni, un fratello di 15 che scrive racconti terrificanti, e una madre uscita di testa per l'ennesima volta. A dare una mano (si fa per dire) arriva da Parigi zia Hattie, che (nipoti al seguito) si mette in viaggio per ritrovare il padre dei ragazzi. Emozioni on the road.

 

 

blogbookshop.blogspot.com
novembre 2009

Una linea quasi impercettibile, in equilibrio tra la commedia e il dolore, con un irresistibile senso di assurdità dettata dagli eccentrici personaggi che popolano questo quarto romanzo dell'autrice. 
Dopo 'Un complicato atto d'amore' (Adelphi, 2005), Miriam Toews conferma tutte le sue capacità di grande scrittrice e non a caso i diritti cinematografici per la realizzazione di un film da questo romanzo, sono già stati opzionati.

 

 

 

 

Antonio Prudenzano
Affaritaliani.it
novembre 2009

"In fuga con la zia" (Marcos y Marcos) di Miriam Toews, una fuga per crescere

Una giovane donna in viaggio (catartico) verso la California, in compagnia dei due nipoti adolescenti di cui deve prendersi cura. "In fuga con la zia"  è il nuovo intenso romanzo di una delle più apprezzate autrici canadesi contemporanee. Al centro, le 'tragedie' dell'adolescenza.

Miriam Toews, una delle migliori autrici canadesi di sempre, sicuramente la più talentuosa se si considera solo la letteratura recente di quel paese, finora non ha mai lasciato indifferenti i suoi tanti lettori. Uno stile intenso e vibrante, una capacità quasi unica di entrare nell'anima dei personaggi, che in Italia abbiamo già potuto apprezzare nel 2004 con l'uscita per Adelphi di "Un complicato atto d'amore" (premio Governor General's Award, niente male dunque...), caratterizzano le sue storie. Lì protagonista era il 'dramma' di una ragazzina, e sempre l'adolescenza e le sue piccole e grandi tragedie sono al centro di "In fuga con la zia", portato in libreria da Marcos y Marcos (è in corso la traduzione del romanzo in dieci lingue).
C'è una giovane zia, la 28enne Hattie, alle prese con una storia d'amore finita e due nipoti, il 15enne Logan e l'esuberante Thebes, 11 anni.  Arriva da Parigi per prendersene cura, visto che la sorella Min è ricoverata in un ospedale psichiatrico. Non sapendo bene da dove cominciare, zia Hattie sceglie la via del(l'ennesimo) viaggio, verso la California, alla ricerca di un padre lì in 'esilio' da anni. Un viaggio catartico, forse un po' folle, ma che sicuramente non è solo fisico, e cambia i tre protagonisti, che instaurano tra loro un rapporto molto particolare, il vero motivo di interesse di un romanzo che commuove e fa sorridere. Una coraggiosa fuga dall'inautenticità di tanta letteratura contemporanea
.

 

 

Marco Montori
puralanadivetro.it
gennaio 2010

Parliamo di un viaggio di sogni, giochi meravigliosi e parole, telefonate ad amori lontani. Parliamo del libro di una delle autrici rivelazione della letteratura Canadese che porta il nome di Miriam Toews (che si pronuncia Tievs). Abbiamo letto di lei nella sua precedente uscita in Italia del 2005 con “Un complicato atto d’amore” (Adelphi) e questa volta parliamo dell’ultima pubblicazione Marcos y Marcos del 2009, “In fuga con la zia”.
Siamo in lettura della pubblicazione e chi lo ha già letto ha la sensazione, forse per la freschezza della narrazione, o per la velocità dell’azione di avere a che fare con lo stesso impeto di un masso che rotola giù da una montagna.
Si parla di un viaggio che parte dal Canada, tre persone che stanno arrivando al confine con il Messico. Chi guida è la zia Hattie, tornata di gran lena dalla Francia al capezzale della sorella che impazzita lascia soli i figli.
Nello stesso viaggio c’è Logan, che ha i pantaloni troppo larghi, poche parole ma precise, incise sul cruscotto con la punta del  coltello: la sua musica Crucifucks, OutKast, Public Enemy. Anche Logan, quindici anni ed un collo pieno di succhiotti, ha la sua visione del mondo e la certezza che in ogni angolo del mondo può trovare un campetto in cui fare qualche tiro a basket.
In fine sul sedile dietro della vettura troviamo Thebes, undici anni, che parla senza freno, costruisce aquiloni e buoni regalo giganti che possono dare diritto a diventare attore o ad affidarle dieci segreti da custodire. Anche lei, particolare come le persone che viaggiano con lei, ha le sue particolarità, viaggia con un enorme dizionario che la tiene attaccata alla terra, mentre i suoi pensieri volano sempre più su, saluta e dice “Bonjourno!”, ha una sensibilità profetica ed un umorismo irresistibile.

 





Puntano al confine con il Messico alla ricerca del loro padre e del luogo in cui vive con la madre dei suoi figli, in un viaggio non solo geografico ma anche nelle emozioni, nella vita e nelle aspettative dei personaggi.
Qualche commento che abbiamo trovato in rete ci fa intuire di una storia felice e triste allo stesso tempo. Triste come l’incanto che si infrange di un bambino e allegro per la stessa ingenuità dello stesso nella vicenda, quasi a farci stare dietro ai personaggi e tifare per loro nelle varie situazioni che la storia ci presenta.
Sta di fatto che l’autrice, definita quasi uno di quei geni multiformi che se scrivono sono bravi, se recitano vanno bene, se parlando hanno anche una bella voce, nel 2004 ha vinto un premio importantissimo in Canada, il Governor General’s Award, con “Un complicato atto d’amore” già menzionato. Conosciuta un po’ per la sua storia burrascosa che le ha fatto lasciare la famiglia e la piccola comunità mennonita canadese sbattendo la porta, ha viaggiato tutto il mondo e forse è quello che ha maturato in lei la freschezza ed il dinamismo della sua narrazione oltre alla grande capacità di parlare di felicità complesse, di vite al margine e lucida follia.
Uscito in Canada e in Usa alla fine del 2008, In fuga con la zia è in corso di traduzione in dieci lingue.
E scopriremo tutto il resto.

Beppe
Libreria Massena28

Torino

Una fuga per tre, nel tentativo di rimettere a posto una situazione familiare piuttosto disastrata. Fresco e profondo, ecco uno dei più bei libri del 2009.


Se una normativa europea costringesse gli editori a pubblicare gli ingredienti di ciascun libro nella quarta di copertina, l’elenco di In fuga con la zia sarebbe più o meno questo:

n.1 Zie col cuore spezzato

n.1 Sorelle con problemi nervosi in essere

n.2 Nipoti di difficile gestione, di cui:

- n. 1 Adolescente introverso in crisi

- n. 1 Undicenne turbolenta non sedabile

Proprio a questo punto, se non prima, qualsiasi lettore poserebbe il libro e guarderebbe altrove. Ma per fortuna non esiste per ora nessuna normativa di questo genere, anche perché i libri son fatti di contenuti immateriali. E allora sarebbe forse meglio dire che In fuga con la zia contiene quattordici tonnellate di fantasia bambina, decine di domande importanti, alcune combinate a risposte provvisorie, venti chili di buon umore fresco di giornata, manciate di malinconia, tracce di eros. Zia Hattie, ventottenne appena abbandonata dal fidanzato, torna precipitosamente in Canada. Sua sorella Min ha avuto un tracollo nervoso e qualcuno dovrà pur badare ai due nipoti, Thebes e Logan. Quel qualcuno è lei, visto che il padre è andato via di casa da tempo. Mandato via da Min, più che scappato. E il modo che Hattie ha di badar loro è partire per un viaggio, una fuga, alla ricerca di papà Cherkis, che è da qualche parte ai confini tra Stati Uniti e Messico. Comincia così un viaggio, che come tutti i viaggi significa incontri, significa avventure, significa soprattutto conoscersi meglio. Hattie si trova alle prese con due universi, quelli dei nipotini, diversi e bellissimi. Logan zitto e serio, chiuso in pensieri che danzano a ritmo di musica, ma quando tira fuori uno dei suoi rari sorrisi, beh, è la fine del mondo. E Thebes, rannicchiata nel retro del loro furgone, che sforna idee in continuazione, costruisce aquiloni e buoni per diventare attrici. Entrambi ben più maturi della loro età, entrambi con molto da insegnare alla ventottenne zia. Mentre dal Canada puntano verso il Messico, sul loro furgone sempre più malmesso, i tre incontrano ogni sorta di personaggio. Si imbattono nelle tracce di Cherkis, non si scordano di telefonare a Min. Cercano insomma, pur in fuga, di rimettere a posto le cose. Scritto con una freschezza esemplare, con un lingua su cui l’autrice ha lavorato molto (e così la traduttrice italiana, Claudia Tarolo), questo è uno dei più bei libri del 2009. Leggetelo e non ve ne pentirete.

Francesco
Nina Libreria

Pietrasanta

Ecco chi sono, i fuggitivi Troutmans del titolo originale. Una specie di famiglia, con quel cognome lì.
Che bello. Capita spesso di dirlo, mentre si legge questo romanzo "on the road", mentre si attraversano gli Stati Uniti alla ricerca di un uomo disperso, fuggito, scacciato anni prima.
Hattie, "la zia", e i suoi nipoti: Logan, sedici anni e Thebes, undici. Il primo, adolescente inquieto ma tenero, la seconda, una ragazzina colorata e sporca che immagina e costruisce cose quasi alla stessa velocità.
A casa, o meglio in ospedale, lasciano Min, ricoverata dopo l'ennesimo e duro attacco di... follia? Depressione? E Hattie, nella loro vita di sorelle vicine ne ha visti tanti, di momenti così. I ragazzi, anche loro, lo sanno, alla mamma succede, a volte. Ma di solito si riprende. Stavolta no, c'è voluto l'ospedale.
E allora Hattie torna da Parigi, che tanto il suo uomo l'ha mollata, preferendole un pellegrinaggio nei luoghi dell'io che non la contemplavano, e corre dalla sorella. E poi, immediatamente, corre alla ricerca del padre di Logan e Thebes, fino al confine con il Messico: qualcuno dovrà occuparsi dei ragazzi. Non lei. Non lei che da una vita ha cercato di sopravvivere a Min vivendole lontana.
Ma i viaggi, si sa, sono un pericolo. Ci si ri-innamora di quel filo di sangue che ha gli occhi e la bellezza di due ragazzi speciali, si toccano mete che non sono solo quelle pensate in partenza. Gli incontri, le paure, le cose dalla vita, arrivano tutti in fila, veloci, sull'asfalto. Si trova, e spesso si ritrova.
Chi hai, Hattie? Chi hai tu? Come nel basket, giocato in ogni piazzola incontrata per strada: chi è il tuo uomo? Chi devi marcare? A chi stai attaccato? E risponde l'amore, risponde quella catena dolorosa e di sorrisi che il tempo e i distacchi non hanno spezzato. Perché non si può, anche volendo. Io ho Min. E comincia un altro viaggio.
Un altro bel romanzo che MarcosyMarcos ha scovato nel mondo, in Canada, per la precisione. Una scrittrice ironica e lampante, che dice le cose come le diresti tu, ma meglio. E che racconta una storia importante, di sentimenti e scelte, con la mano felicissima di chi scrive proprio le parole giuste da scrivere.

Pieranna
Libreria Margaroli
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Verbania

Sono in tre: la giovane zia arrivata da Parigi in aiuto alla famiglia della "sorella fuori di testa", e i suoi due nipoti.
Partono dal Canada verso il confine messicano, dove il padre si è rifugiato da anni, lontano da un amore troppo difficile con la madre dei suoi figli. Logan, pantaloni larghi, poco loquace, appassionato di basket e di musica strong. Ha 15 anni, succhiotti sul collo e il suo sorriso è come un uragano. Thebes, 11 anni, costruisce aquiloni e buoni regalo giganti, un dizionario gigante come amico; ha sensibilità profetica e sottile umorismo. E' un viaggio di sogni, giochi meravigliosi e parole, telefonate ad amori lontani. Scritto in un linguaggio poco usuale, una scrittura freschissima. Può essere un romanzo per giovani dove si parla di felicità complesse, vite al margine, lucida follia.

Modusvivendi
Palermo

In fuga con la zia è un meraviglioso romanzo sulle famiglie che si sfasciano e cercano di ritrovare i pezzi lungo la strada… il viaggio in questo senso come nell’altrettanto straordinario In viaggio contromano di Michael Zadoorian è una metafora di qualcosa che si cerca lungo un nastro d’asfalto che chiamiamo strada, più lunga è la strada più bella è la ricerca.
Dentro il libro ci sono una giovanissima zia che è tornata al volo da Parigi perché la sorella ha dato di nuovo di matto, il nipote Logan che ha la mania del basket e ascolta in cuffia musica ad alto volume per trovare una propria voce da dire nel mondo e la nipote Thebes di undici anni che saluta con Bonjourno e prepara a chi le vuole bene dei buoni regalo che contengono desideri e sogni.
Questi tre viaggiano verso il confine con il Messico per cercare il padre che si è rifugiato da qualche parte…
Vi scrivo la parte finale della quarta di copertina perché non saprei dirlo meglio di così.
E’ un viaggio di sogni, giochi meravigliosi e parole, telefonate ad amori lontani. Nel vapore della doccia di un motel si vede chiaramente con chi stiamo, a cosa apparteniamo: seduti sul paraurti nel deserto apriamo finalmente le braccia a chi è dentro di noi.
Ecco qua. Vi dico anche che Miriam Toews è una scrittrice canadese e che questo libro è l’ennesimo regalo della casa editrice Marcos y Marcos che non so come fanno a non sbagliare un libro. E non parlo più.

Libreria Massena28
Torino


Strangers in the light
Un libro popolato di personaggi magnifici, che vorresti come tuoi vicini di casa, parenti, amici.
Come spesso accade, però, le vere meraviglie ci aspettano oltreconfine. Dal Canada arriva, per esempio, Miriam Toews, scrittrice non molto nota in Italia (anche se vanta un libro nel prestigioso catalogo Adelphi: Un complicato atto d’amore). Il 12 novembre esce, per Marcos Y Marcos, In fuga con la zia. Date un’occhiata alla copertina. Non tutte le ultime di Marcos sono ben riuscite, a mio avviso. Ma questa è perfetta: segnali stradali e umori. Questo romanzo è una montagna russa di sensazioni. Gioia, sofferenza psichica, saggezza, divertimento, gusto del viaggio: la Toews ha trovato qui un tono che permette di godere pienamente di ogni singolo elemento. I tre protagonisti, Hattie la zia meno che trentenne e i due ragazzi (quindici anni lui, undici lei), in poche pagine ti diventano amici. Min, la sorella malata, non è una figura da compatire, ma una bomba eversiva di ragazza, che nei ricordi di Hattie diventa sempre più tosta. Tutti, tutti i personaggi di questo libro – compresi gli incontri occasionali, che sono molti in quello che è anche il racconto di un viaggio – hanno una luce speciale. La piccola Thebes, artigiana del buonumore, su tutti. Leggetelo e mi darete ragione: la Toews non scrive in bianco e nero, ma con un arcobaleno di colori che sa gestire alla perfezione.

 

 

Tra le righe libreria bistrot
Roma

In fuga con la zia è un libro triste e allegro, come potrebbe dirlo un ragazzino di dieci anni, come lo dicono le faccette impresse sulla copertina. È un libro triste come lo è stare male senza capirne il perché, come essere lasciati senza che nessuno te l'abbia veramente detto, triste come un genitore che non c'è, come vedere qualcuno a cui tu vuoi bene non stare bene. Però è anche un libro allegro, allegro come una ragazzina con i capelli colorati, allegro come un adolescente che gioca a basket, come un buono regalo, una poesia a te dedicata, allegro come l'ironia macabra, come un campeggio, come prendere un cane con te, allegro come sentirsi parte di qualcosa. E quindi, come tutte le cose tristi e allegre è bellissimo, soprattutto se, come Logan, uno dei tre protagonisti di questo lungo viaggio dal Canada al Messico, quando si tira un canestro a vuoto, si è convinti che quello dopo andrà bene.

Scheda del libro

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