Fulvio ervas

Follia docente

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Roberto Carnero, Famiglia Cristiana, febbraio 2010
Matteo Zancanaro, Terra, gennaio 2010 -
intervista
Linda Meoni, queb.it, novembre 2009
Chiara Pieri, ilRecensore.com, novembre 2009
Orietta Possanza,
Left, ottobre 2009 pag.1 pag.2
Gianni Belloni,
Carta, ottobre 2009
Mario De Santis, Blog Radio Deejay, ottobre 2009 
Orietta Possanza, Terra, settembre 2009
Niccolò Menniti-Ippolito,
Il mattino, settembre 2009
Valeria Lipparini,
Il Gazzettino, settembre 2009 - intervista 
Antonio Prudenzano,
Affaritaliani.it, settembre 2009 - intervista

 

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Marco Casa intervista Fulvio Ervas a Radio Marconi
prima parte
seconda parte

Matteo Zancanaro
Terra
gennaio 2010

Quando la scuola è un delirio
 
In questi primi mesi dall’entrata in vigore della riforma Gelmini, si cerca ancora di capire come stia mutando il sistema scolastico. Una fotografia accurata scattata dal rapporto annuale di Legambiente porta alla luce dati allarmanti, in otto anni la scuola italiana ha perso 29.302 docenti di ruolo. Nell’anno scolastico passato i docenti precari sono stati 130.835, il 56 per cento del corpo docente complessivo. Di questi 110.533 è stato licenziato al termine delle attività didattiche.

La politica scolastica è chiara: un docente precario costa molto meno e lo si assume il tempo strettamente necessario. Inoltre, dai 164.499 alunni stranieri dell’anno scolastico 2001/02 siamo passati a ben 628.876 (pari a un incremento del 282,29 per cento). Eppure le risorse finanziarie sono sempre le stesse: quelle previste dall’articolo 9 del contratto collettivo del comparto scuola.

Questi sono solo alcuni dei temi sui quali viene richiesta un’attenta riflessione e un forte intervento da parte della classe dirigente. Si tratta di impegnarsi per aggiornare un sistema scolastico che risulta arretrato rispetto al frenetico incedere della modernità e che rischia di frenare la crescita culturale e tecnologica del Paese. Se effettivamente i giovani sono la risorsa del futuro, bisognerà investirci qualche denaro in più per formarli. Ne parliamo con Fulvio Ervas, autore di romanzi (non solo) polizieschi come Commesse di Treviso, Pinguini arrosto e Buffalo Bill a Venezia. Il suo ultimo romanzo, Follia docente, dipinge in maniera eccentrica ma anche elegante e visionaria, e comunque sempre incalzante, un habitat pieno di contraddizioni e di controindicazioni, un sistema che brama il futuro e che divora il presente, come quello della scuola italiana.

Follia docente: un altro libro sulla scuola italiana scritto da un insegnante. Ce n’era bisogno?
Dopo tre riforme in sette anni, di cui quella del ministro Gelmini piuttosto impegnativa, dovrebbe essere spontaneo chiedersi quale sia lo stato di salute dell’istruzione pubblica. A prima vista soffre di allergie diffuse, irritazioni croniche e una certa spossatezza. Il sistema immunitario è messo a dura prova. Personalmente ho colto una cera instabilità psichica, follia docente appunto. Racconto lo smarrimento di un giovane insegnante precario, diventato di ruolo e mandato, senza adeguato armamento, a combattere la guerra contro le telenovela. Un racconto surreale, credo che un approccio di questo genere al mondo scolastico fosse necessario. Per salvarsi.

Al titolo del romanzo è affiancata la frase “Quando la scuola è un delirio”. Quale delirio?
Per resistere in cattedra, senza vedere i registri volare, devi capovolgere tutto: gli istituti scolastici sono meravigliose costruzioni rinascimentali, le tapparelle sono indistruttibili, le risorse sono le stesse che ha avuto il progetto Manhattan e i tuoi colleghi sono dei simpatici signori che provengono da Yale e nel tempo libero discutono di letteratura inutile e di mantidi religiose. Di quel delirio stavamo parlando?

 





In Follia docente gli studenti sono definiti una “generazione senza lotte”. È proprio così?

Follia docente non è un libro visto dalla parte degli studenti. È un romanzo che adotta il punto di vista di un certo tipo di insegnante (nemmeno quello della categoria) un po’ illuso, un po’ ribelle, un cretino abbastanza intelligente. In questo romanzo gli studenti rivendicano “banchi più alti”, cioè più spazio per la loro crescita personale. Abbiamo bisogno, naturalmente, di un ciclo di giovani che guardi lontano e persino lontanissimo: che comincino a mettere delle opzioni forti sul futuro.
Nel romanzo una protagonista, Emma, chiede ad Elia (il giovane professore) di essere stupita. È una metafora sulla spettacolarizzazione dell’insegnamento?
Competiamo, inutile negarlo, con strumenti molto potenti che agiscono sulla formazione mentale degli adolescenti. Dalla televisione, ai videogiochi, alla Rete. Credere che puoi spiegare chimica, come nel mio caso, con l’entusiasmo di un bradipo in andropausa e con il tono di voce della Jervolino, significa votarti al suicidio. I mezzi visivi assorbono energie ed attenzione, formano e deformano l’attitudine all’apprendimento. Ma questi mezzi funzionano come una pressione selettiva sul corpo docente: ti spingono a competere, a migliorarti, motivarti, recitare, tenere l’attenzione. Se non ce la fai, la cattedra non è posto per te. È la scuola del 2009, bellezza...

Come si coniugano una formazione prettamente scientifica e uno stile di scrittura visionario?
La buona scrittura scientifica è ricca di immaginazione, di vocaboli, di metafore. Deve fare un attento lavoro sul linguaggio. La cultura scientifica è generosa di spunti, storie, personaggi. Credo che, al contrario di quello che possa sembrare, la formazione scientifica sia un potente stimolo ad immaginare mondi e a narrarli con una certa originalità. Nel mondo della scienza solo le idee originali cambiano i paradigmi.

I precedenti lavori erano dei polizieschi con protagonista l’ispettore italo-persiano Stucky. Rivedremo Stucky?
Dopo Buffalo Bill a Venezia, l’ispettore si sta occupando di un delitto consumato tra le colline del prosecco dove è coinvolto il gestore di un cementificio. Del resto cementifici e produzione di vino sono entrambi in crisi. Io parteggio per il vino e spero che la crisi faccia aumentare il vino di qualità e il rispetto per il territorio. Stucky tornerà prima dell’estate del 2010. 

 

 


Roberto Carnero
Famiglia Cristiana
febbraio 2010

A scuola di grottesco
Negli ultimi tempi diversi romanzi italiani hanno provato a raccontare il mondo della scuola. Fulvio Ervas, professore si scienze naturali in quel di Treviso, ha scelto tonalità grottesche e surreali. Il protagonista è un giovane docente alle prime armi, con due zie, maestre elementari in pensione, che pretendono di trasmettergli i segreti del mestiere. Ne capiteranno di tutti i colori: misteriosi traffici a scuola, un amore illecito, un'insegnate trovata cadavere. Tra tutto questo, la "follia docente" è la malattia professionale che anche il nostro eroe presto si troverà a contrarre.

 

Orietta Possanza
Left
ottobre 2009

I deliri della scuola

Scuola e delirio, un binomio perfetto di questi tempi. Lo sa bene Fulvio Ervas che ha scelto per la sua ultima fatica letteraria di scriverci su un romanzo.
Follia docente, pubblicato da Marcos y Marcos, racconta avventure e disavventure di un insegnante alle prese con la scuola d'oggi. Non si tratta, però del solito saggio dell'ennesimo professore in vena di confessioni. Fulvio Ervas narra la crisi della scuola contemporanea attraverso gli occhi del protagonista, Elia, un insegnante alle prime armi che vive la sua professione con terrore e come tanti suoi colleghi fa fatica a rapportarsi ai suoi allievi. «È un romanzo - dichiara l'autore - che nasce da da un'idea di dodici anni fa, dopo che il ministro della Pubblica Istruzione abolì gli esami a settembre. Allora pensai che l'obiettivo dell'istituzione scolastica, cioè istruire, non fosse un obiettivo raggiungibile; c'era l'implicito riconoscimento di un fallimento. Da allora c'è stato un lento, ma costante, scivolare della scuola italiana in una sorta di doloroso non senso. L'ultimo guizzo è stato il tentativo, attraverso l'autonomia scolastica, di creare un circolo virtuoso di emulazione tra istituti, di reciproco competere per il miglioramento delle componenti del sistema. Processo che non mi sembra abbia raggiunto risultati così ampi e consolidati. Così, dopo tre ministri e tre "riforme", ho ripreso in mano il "Follia docente" di dodici anni fa, per un urlo, stanco di narrazioni edulcorate sulla scuola, di storielle di grembiulini e burocrazia, di studenti somari e insegnanti buoni. No, la scuola è anche un luogo di grandi conflitti, è una trincea. E quando si è in trincea, i comportamenti non sono bianco o nero, le colpe sono diffuse e ogni componente del mondo scuola (docenti, studenti, famiglie e ministri) si devono assumere le proprie responsabilità. Ho provato a lanciare un bengala sulla trincea. Un bengala surreale». Romanzo surreale e ironico - l'autore con l'ironia ci va forte, è caratteristica di tutti i suoi romanzi - in cui ci rivela tanti altri curiosi fatti: la morte misteriosa di una supplente risucchiata dalla cappa d'aspirazione del laboratorio di chimica, le maestre a riposo Carlotta e Brigitta che gestiscono uno strano Collegio docenti di Venezia, un dirigente scolastico che ospita cinesi clandestini nello scantinato, il provveditore che nella camera 46 della pensione "Sorriso" ha come interlocutrice una bambola gonfiabile, e infine la giovane Emma, «una scheggia di nero, il miglior quarto d'ora di una notte oscura». C'è anche la redazione di Radio Precari, che tenta di dare voce a tutto il mondo della scuola: insegnanti, bidelli, presidi e alunni, naturalmente. Una follia, appunto. Del resto l'autore, oltre che romanziere, è insegnante di scienze naturali, ne ha quindi di storie da dire: «Sette anni di precariato a zonzo nelle scuole periferiche della provincia veneziana con l'assoluta mancanza di istruzioni sul come si sta in classe, come ci si muove per l'aula, come si lavora con un gruppo di adolescenti, come si disinnescano gli studenti più difficili, come si stabiliscono relazioni possibilmente umane. Come non nuocere, come valutare l'uomo e la donna che crescono sotto i tuoi occhi. Elia, il personaggio principale, entra per concorso nella scuola e crede di poterla cambiare in quattro e quattr'otto, invece viene travolto, contagiato dalla follia docente. Il romanzo è anche un percorso di cura, lo sforzo di trovare il senso a un lavoro molto complesso». È proprio così delirante la nostra scuola? Sì, è un delirio perché non può stare bene in cattedra un tizio al quale si chieda di essere un amico, un genitore, un adulto, un competente, un pedagogo, uno psicologo, un personal trainer delle pulsioni adolescenziali, quando di un tale dio si dice in ogni bar d'Italia che è un povero fannullone imbecille. Quante mani si alzerebbero in questo Paese per dire: conosco un insegnante che vale e mi ha migliorato la vita, mi ha fatto crescere».

 

 


E ancora: «La scuola cambia con la società. Nell'oltre quarto di secolo in cui milito nell'impero della pubblica istruzione ha seguito la curva sociale: i giovani si disimpegnano dalla società, sono trasformati in consumatori totali a scapito del loro essere cittadini del mondo, viene prolungata artificialmente la loro già artificiale adolescenza. Ma gli studenti ci mostrano, in forma pura, l'efficacia dei nostri modelli educativi, la loro profondità. Non sono gli studenti a essere "sbagliati" o meno intelligenti, sono i figli dei nostri allevamenti intensivi».
Singolare l'affermazione della scuola come impero: «Si estende capillarmente su un territorio, sincronizza la vita di milioni di sudditi, agisce sulle loro coscienze ma è un impero debole. Non ha un imperatore, naturalmente. E il posto dell'imperatore è occupato da supplenti a tempo che, quasi sempre, poco o nulla capiscono di istruzione e formazione. È un impero privo di una grande visione, di uno scopo lungimirante. Un impero che ci manda a combattere la guerra dell'istruzione risparmiando sull'addestramento, sulle strutture, persino sulla carta igienica. Quando, da genitore, andavo al ricevimento degli insegnanti con mia figlia, ben travestito perché non mi riconoscessero come docente, ascoltavo i giudizi degli altri genitori. Non siamo una categoria molto amata. Proprio come un esercito di soldati invasori. È un fatto che mi ha colpito molto. La percezione del nostro ruolo è, troppo spesso, quella di una controparte nemica, un modello conflittuale. C'è qualcosa di insano in questo. E credo che dipenda anche da come una parte del corpo docente esercita la propria funzione». Un impero, in effetti, che produce circa sette milioni di studenti e novecentomila docenti, e che rischia di cadere sotto il peso delle riforme, della burocrazia  e dei numerosi tagli a insegnanti, strutture e carta per fotocopie. Otto miliardi di euro di tagli non per motivazioni pedagogiche, ma soltanto di cassa. Senza contare al contrario la richiesta di aumento di finanziamenti alla scuola privata.

E tra i docenti demotivati o tra quelli che non sono riusciti a trovare spazio in un'altra professione ripiegando sulla scuola, ci sono gli adolescenti che si trovano a pagare caro il prezzo più alto del cattivo funzionamento di questo impero.

«Gli adolescenti appaiono veloci nelle connessioni, ma lenti nelle elaborazioni; aperti nel cercare informazioni ma chiusi nell'esprimerle con il linguaggio. Un baricentro molo centrato su di sé e su una piccola rete di relazioni e un orizzonte futuro nascosto dalle nebbie. Insomma, come gli economisti e i banchieri, vivono questo periodo di crisi e incertezze». Quale è l'immagine di professore che essi vorrebbero trovarsi di fronte? «Un adulto che interpreti le dinamiche di gruppo, che non si smarrisca tra il loro vociare e, soprattutto, uno che sia cresciuto emotivamente, altrimenti non è un professore, ma uno studente invecchiato. Anche uno che entri in classe e dica buongiorno con passione e sappia sorridere, naturalmente. Allo stesso modo di come lo vede Elia: è sciocco credere che si possa essere capaci di stare in cattedra sin dal giorno dopo la laurea. Bisogna guardare e riguardare i propri compiti di italiano, ascoltare e riascoltare tutte le proprie interrogazioni. Bisogna crescere, se non sei cresciuto sei uno studente vecchio, non un professore. Solo allora riesci a digerire una moltitudine di casi e a trattarli con umanità». Una formazione continua.

 

Antonio Prudenzano
Affaritaliani.it
settembre 2009

La scuola è un delirio? Di sicuro, è così nel nuovo libro di Fulvio Ervas, nella vita insegnante di chimica in un liceo sperimentale. Ma molto probabilmente lo è anche nella realtà... “Follia docente”, in libreria dal 10 settembre per Marcos y Marcos, l’ultima fatica dello scrittore-professore classe ’55 già autore di "Buffalo Bill a Venezia" (sempre edito dalla casa editrice indipendente milanese), racconta le vicissitudini di un insegnante alle prese con gli alunni di oggi. Ma attenzione: non si tratta dell’ennesimo libro sulla scuola contemporanea vista dagli occhi “disperati” del malcapitato professore di turno. Elia, il protagonista, vive sì la scuola come una trincea, e come tanti suoi colleghi a fatica tiene testa ai suoi allievi. Attorno a lui succedo però tante altre cose: ad esempio, una supplente viene trovata morta, il dirigente scolastico ospita cinesi clandestini nello scantinato, il provveditore si confida con una bambola gonfiabile nella camera 47 della pensione “Sorriso”…  Dal canto suo Elia è distratto dalla ‘bellezza’ che l’ha colto all’improvviso. Emma sarà infatti per il nostro insegnante una svolta…

Ervas, cominciamo dalla dedica. Perché ha voluto pensare “a quelli che nella scuola rivendicano banchi più alti”?
"Negli anni l’altezza media dei ragazzi è cresciuta e non di poco, ma i banchi restano sempre quelli di cinquant’anni fa. La dedica è però anche una metafora per rivendicare una scuola che si faccia promotrice di maggiore qualità, e che quindi sia in grado di volare più in alto".

Quanto di autobiografico c’è nella figura di Elia?
"Tanta, e non potrebbe essere altrimenti. Il romanzo, scritto in prima persona, e che ho iniziato a pensare 12 anni fa riprendendolo in più occasioni, è un viaggio ‘folle’ nell’universo scuola, un luogo quasi esoterico. Quello dell’insegnante è un lavoro stranissimo e difficile, e ho cercato di lasciare andare la mia creatività".

Un ‘sottofondo ironico’ è l’altro protagonista di "Follia docente". Una scelta precisa?
"L’ironia è una caratteristica inconscia di tutti i miei romanzi. Di questo in particolare. Il titolo del libro nasce da un libretto omonimo della Cgil scuola di metà anni ‘80. Lo lessi e mi preoccupò molto: diceva che l’insegnamento può essere la causa di diverse malattie psicosomatiche, e che in molti casi questo mestiere può portare alla follia i malcapitati insegnanti. All’epoca, e ancora oggi, cercai di riderci su. D’altronde, da insegnante non mi sono mai preso troppo sul serio. Commettiamo tanti di quegli errori…".

Nel romanzo usa la parola ‘impero’ riferendosi alla scuola…
“Sì, un impero ormai in decadimento, travolto dalle riforme, tre negli ultimi sette anni. Noi insegnanti spesso siamo privi delle necessarie competenze pedagogiche, siamo soldati di ventura, mandati allo sbaraglio”

Valeria Lipparini
Il Gazzettino
settembre 2009


Ha fatto dei suoi trent’anni di insegnamento la bussola per scrivere un libro ironico, a volte amaro, tenero e surreale sull’universo scuola. Fulvio Ervas, che abita a Istrana ma ogni mattina va a insegnare al liceo Stefanini di Mestre, delle scuole del Nordest conosce ogni segreto, ogni paradosso, ogni trappola e ogni tentazione. È un mondo che ama, che ha scelto con convinzione passando i classici anni d’inferno del precario e poi, da titolare di cattedra, ha imparato a rapportarsi con l’universo giovani. Un universo demotivato, stanco, avvilito, come lo definisce lui stesso. Ma con mille potenzialità per cambiare il mondo.

Quando è nata l’idea di scrivere un libro sulla scuola?
"Dodici anni fa, quando vennero aboliti gli esami di riparazione a settembre io pensai che la scuola era finita. Ebbi chiara una visione: ecco, mi dissi, dovremo arginare un mare in piena con una piccola diga, incrinata da mille falle. Perché i debiti formativi in Norvegia possono funzionare. Lì la popolazione, compresa quella studentesca ha il senso del dovere e della responsabilità. Ma da noi... Allora buttai giù tutto quello che avevo in gola, perché ormai mi era salito un groppo dallo stomaco fino alla gola, e venne fuori un romanzo. Una specie di epica della scuola con i professori come cavalieri solitari a combattere il male dell’ignoranza. Senza armi, senza mezzi. A mani nude e con il solo ausilio della fantasia."

Poi che fine fece quel libro?
"Rimase in un cassetto. Finché la Marcos non ha deciso di avviare pubblicazioni su tematiche specifiche, come la mia sulla scuola. Così ho ripreso in mano il manoscritto di allora. L’ho tagliato, alleggerito e sdrammatizzato un po’. Poi è stato necessario un piccolo lavoro di aggiornamento. Infine ho consegnato la mia fatica alle stampe".

Cosa racconta? 
"Racconta di un lavoro da pazzi, quello dell’insegnante. Ricordo ancora il libriccino giallo che mi consegnò la CGIL dedicato alle malattie psicosomatiche della categoria. Cose allucinanti tipo tumori alla gola e depressioni. Dopo averlo letto mi sono chiesto se era davvero questo il lavoro che desideravo fare. Ma, alla fine, ha prevalso il mio senso di sfida. Mi sono immaginato un mercenario assoldato dall’impero della “Pubblica Istruzione” per combattere in nome del “sapere”. E dopo tanti anni sono ancora al mio posto".

Cosa ha visto in tutti questi anni di insegnamento?
"Ho visto di tutto. Insegnanti che camminano contro il muro perché hanno paura di cadere nel vuoto, presidi che si presentano in ciabatte, docenti demotivati che non sono riusciti a ritagliarsi spazio in un’altra professione e ripiegano sulla scuola. Ma ho visto anche tanti professori capaci, volenterosi, che offrono il loro tempo praticamente gratis per far funzionare la baracca".

 

 



Quindi è favorevole all’anno di tirocinio che l’attuale ministro dell’Istruzione Gelmini ha appena introdotto per i professori?

"Certamente. Va fatta una selezione tra i futuri insegnanti in base all’attitudine. Spesso noi insegnanti restiamo ‘studenti invecchiati’. Non deve essere così. E’ una figura che necessità di maturità e di solide basi culturali e relazionali in particolare".


L’insegnamento è davvero “una trincea fangosa, spietata e senza fine” come scrive nel libro?
"Purtroppo sì. È un mondo a modo suo violento e crudele. Di conflitti quotidiani e inevitabili scontri generazionali. La mia esperienza da studente fu pessima, da insegnante ho evitato di vendicarmi. Tanti, invece, lo fanno".

È più difficile oggi per un insegnante tenere testa ai suoi studenti?
"Sì. Io parto dal presupposto che l’adolescente non esiste e che lavorare con qualcosa che non esiste è di per sé molto difficile. Si tratta di una fase della vita completamente inventata. Noi insegnanti invecchiamo, mentre gli studenti di generazione in generazione cambiano moltissimo. Viaggiamo a due velocità completamente diverse".

Cosa pensa della figura dell’insegnante-scrittore, e quindi dei vari Lodoli, Starnone, Mastrocola. Quando c’è da chiedere un parere sulla scuola, i quotidiani si rivolgono sempre agli stessi nomi…

"Io ho scritto dopo di loro, dopo aver letto e apprezzato i loro libri. Ma la mia visione della scuola è molto diversa. Quella dell’insegnante-scrittore, anche a causa degli interventi fin troppo mitizzanti e ‘seri’ dei personaggi da lei citati, è ormai diventata una figura macchiettistica. Va detto poi che i bravi insegnanti si vedono a scuola, non quando scrivono, vale nel loro caso come nel mio. Sono convinto che dovremmo insegnare più idiozia e meno materie! Ogni giorno in classe cerco di ‘usare’ la chimica per far crescere delle persone. ".

Sta già lavorando a un nuovo libro?

"Proprio in questi giorni. Vorrei chiamarlo ‘Sulla strada del prosecco’, per citare Kerouac, o ‘Le colline del prosecco”. È ambientato in un piccolo borgo veneto di montagna, Cison di Valmarino. Si tratta del quarto giallo della serie che vede protagonista l’ispettore Stucky. L’ambientazione è tra vitigni e un terribile cementificio…".

 

 

 

 

 

 

 



E gli studenti?
"Sono loro quelli che pagano il prezzo più alto se la scuola non funziona. Certo non sono ragazzi facili. Alle volte ho in classe alcuni con bandane e bracciali. Altre volte qualche altro si addormenta sul banco. E poi ci sono quelli che sfidano il professore. Ecco, alla fine  quelli sono i più fantasiosi e andrebbero recuperati. Invece vengono emarginati. Eppure il secchione non è mai quello più intelligente. È solo qualcuno che ha imparato a rispettare le regole meglio di qualche altro"

Quale
è il professore che bisognerebbe augurarsi di trovare in classe?

"Quello che non mette mai il registro davanti agli studenti, perché il baricentro sono i banchi, i ragazzi".

Com’è la scuola di questi ultimi anni?

"Un piano d’appoggio su cui è stato caricato un peso eccessivo. Il giocattolo rischia così di schiantarsi. Di crollare sotto il peso delle riforme, ben tre in sette anni, della burocrazia che fa paura a noi “vecchi”, figuriamoci ai giovani docenti. Non dimentichiamo i tagli. Hanno tagliato professori, bidelli, strutture. Perfino la carta per le fotocopie. Eppure, la scuola catalizza sette milioni di studenti e 870mila professori. Meriterebbe più attenzione".

Come spiega questa sempre maggiore scollatura tra la scuola e la società?

"La scuola, e quindi i professori, non godono più della stima e del rispetto della società. Siamo colpevoli anche noi professori, che abbiamo accettato poco, in termini di stipendio e responsabilità, perché volevamo dare poco in cambio in termini di impegno. Così la scuola si è pian piano dequalificata. Non è sempre stato così e dovremmo recuperare credibilità. Eppure, non è facile. Come si fa, se la logica di ogni ministro è quella di tagliare per risparmiare?"

I professori vengono spesso indicati come il male maggiore della scuola. È sempre vero?
"Anche il più motivato di noi si stanca se è sempre preso a bastonate. Invece, dovremmo concentrarci su altri dati: ad esempio sullo scarso rendimento dei ragazzi e sul fatto che alle superiori il 70 per cento degli studenti ha debiti formativi".


Quale la scuola che vorrebbe per il futuro?

"Una scuola che investe sulla formazione perché sa che gli studenti di oggi saranno i medici che ci opereranno domani, gli avvocati che ci difenderanno domani, i giudici che faranno rispettare le regole del vivere civile, gli imprenditori che apriranno nuove frontiere commerciali, gli scienziati che ci cureranno. Insomma, una scuola che sia il fiore all’occhiello della nostra società e non, invece, un dannato delinquente da castigare, imbrigliare, da tagliare come se l’intera società si vergognasse di questo bubbone, di questa isola malefica che produce soltanto mediocrità e rassegnazione."

 

Niccolò Menniti-Ippolito
Il mattino
settembre 2009

Fulvio Ervas abita alle porte di Treviso, insegna scienze al liceo di Mestre e scrive libri: cinque negli ultimi quattro anni, qualcuno con la sorella Luisa, gli altri da solo. L'ultimo, da pochi giorni in libreria è una vorticosa incursione nel mondo della scuola, che Ervas ovviamente conosce molto bene. "Follia docente" è, in qualche modo, il racconto della sua vita di insegnante, ma anche una festa in maschera.
Perché ogni cosa è ricoperta di trucco, è alterata nelle forme, ridisegnata con un'ironia che non disdegna il sarcasmo. Eppure c'è molto realismo in questo libro, che descriva la scuola come è effettivamente e non disdegna neppure la riflessione di carattere quasi saggistico.
Ma questo sta sotto la superficie, sopra ci sono i vividi colori che la scrittura di Ervas predilige, quella dimensione favolistica che in tutti i suoi libri occhieggia e che qui, semmai, inclina al grottesco.
"Follia docente" racconta di un giovane laureato in agraria che diventa insegnante di scienze, un po' per caso, un po' per scelta. Le sue prime esperienze le fa  a Venezia, ospite del Collegio Docenti, pensione familiare per insegnanti non precari, tenuta dalle sue vecchie zie, a loro volta maestre in pensione, ma maestre in servizio permanente se si tratta di insegnare al nipote cosa voglia dire sedere in cattedra.
I personaggi sono sovraccaricati ma distinguibili nella loro tipologia; dal dirigente scolastico, insomma il Preside, che ospita cinesi clandestini nello scantinato, al docente precario che programma sovversioni informatiche, a colpi di testi pornografici di D'Annunzio.
È la scuola italiana: un Impero, racconta Ervas, le cui regole sfuggono a chi sta fuori, mentre chi sta dentro queste regole le applica, anche se spesso non ne capisce il senso. "L'istruzione è una trincea. Fangosa, spietata, senza fine - scrive Ervas - . Perché la scuola è stata progettata come una grande muraglia, per arginare il conflitto con le orde di adolescenti che premono sulle delicate funzioni del consenso civile". C'è il gusto dell'eccesso, della parodia, ma nulla, o quasi nulla è veramente inventato. Tutto è riconoscibile, ma la costruzione di una storia surreale evita a Ervas di rifare ciò che è stato già fatto.
meglio - sembra dire Ervas - provare a guardare con una prospettiva distorta, sbilenca, divertirsi a cambiare colori. Far finire tutto magari in una partita a calcetto in aula magna tra precari rivoltosi e provveditore.
Tanto il disegno si riconosce ugualmente, rimanda alla realtà, e forse lo fa in modo più autentico, proprio perché non sottostà all'obbligo di essere fedele nella riproduzione.

 

Orietta Possanza
Terra
settembre 2009


Scuola e delirio un binomio perfetto di questi tempi. Lo sa bene Fulvio Ervas che ha scelto per la sua ultima fatica letteraria di scriverci su un romanzo. "Follia docente" pubblicato da Marcos y Marcos, racconta avventure e disavventure di un insegnante alle prese con la scuola d’oggi. Non si tratta, però del solito saggio dell’ennesimo professore in vena di confessioni. Fulvio Ervas con ironia narra la crisi della scuola contemporanea attraverso gli occhi del protagonista, Elia, un insegnante alle prime armi che vive la sua professione con terrore e come tanti colleghi fa fatica a rapportarsi ai suoi allievi. Ma all’interno di questa rappresentazione, anche se in parte autobiografica, succedono tanti altri curiosi fatti: la morte misteriosa di una supplente risucchiata dalla cappa d’aspirazione del laboratorio di chimica, le maestre a riposo Carlotta e Brigitta che gestiscono uno strano Collegio docenti di Venezia, un dirigente scolastico che ospita cinesi clandestini nello scantinato, il provveditore che nella camera 46 della pensione “Sorriso” ha come interlocutrice una bambola gonfiabile, e infine la giovane Emma, «una scheggia di nero, il miglior quarto d’ora di una notte oscura». C’è anche la redazione di Radio Precari, tentativo di dare voce a tutto il mondo della scuola: insegnanti, bidelli, presidi e alunni, naturalmente. Una follia, appunto. Del resto l’autore, oltre che romanziere, è insegnante di Scienze naturali, ne ha quindi di storie da raccontare. Lui con l’ironia ci va forte; è caratteristica di tutti i suoi romanzi e perfino questa volta non si prende troppo sul serio, sebbene la realtà può essere drammatica. Nell’universo studentesco demotivato e avvilito, come lo definisce lui stesso, ma con mille potenzialità per cambiare il mondo, il lavoro dell’insegnante è un lavoro da pazzi in cui si trova di tutto. Però, tra docenti anch’essi demotivati o tra quelli che non sono riusciti a trovare spazio in un’altra professione ripiegando sulla scuola, ce ne sono tanti capaci e che ce la mettono tutta. Come Elia, che non smette di chiedersi: diventerò mai un docente esperto? Mentre gli insegnanti si scontrano a livello generazionale con adolescenti di cui non comprendono empaticamente le problematiche: «Sembrano strani perché ti puntano sempre addosso le dita, le tette o le scarpe a punta, e fanno rumore, non sanno ascoltare, a loro non interessa quello che dici, ma come stai, qual è il tuo portamento corporeo, se comunichi emozioni», gli studenti si trovano a pagare il prezzo più alto del cattivo funzionamento «dell’impero della pubblica istruzione». Un impero che produce circa sette milioni di studenti e 900mila docenti che rischia di cadere sotto il peso delle troppe riforme - tre negli ultimi anni, compresa quella del ministro Gelmini - della burocrazia e dei numerosi tagli a docenti, strutture e carta per fotocopie. Otto miliardi di euro tagliati non per motivazioni pedagogiche ma soltanto di cassa. «Aboliamo la scuola, non serve a niente», tuona una voce alla Radio Precari. «No, chiediamo una scuola di qualità», risponde un’altra voce. Già «ma chi la stabilisce la qualità?» Il punto è che i docenti, spiega Fulvio Ervas in una sua intervista, «non godono più della stima della società e di questo siamo colpevoli anche noi professori che abbiamo accettato poco, in termini di stipendio e responsabilità, perché volevamo dare poco, in termini d’impegno; così la scuola si è dequalificata». Laddove qualcuno ci mette tutto il suo ardore per sorprendere e stupire ancora i nostri ragazzi, qualcun’ altro rimane lì a guardare con rassegnazione. Il futuro? Forse una Formazione continua. Così lo vede Elia: «È sciocco credere che si possa essere capaci di stare in cattedra sin dal giorno dopo la laurea. Bisogna guardare e riguardare i propri compiti d’italiano, ascoltare e riascoltare tutte le proprie interrogazioni. Bisogna crescere, se non sei cresciuto sei uno studente vecchio, non un professore. Solo allora riesci a digerire una moltitudine di casi e a trattarli con umanità».

 

Mario De Santis
Radio Deejay (blog)
ottobre 2009


Se il libro di Lodoli è venato di memoria e di una ben trattenuta – ma visibile – malinconia per una scuola che si sognava diversa, il libro di Fulvio Ervas (più giovane, ma di poco: 1965) ha tratti più comici, perché invece costruisce un romanzo bizzarro e comico in cui la scuola che verrà diventa la cura per la malattia che dà il titolo al libro: Follia docente (Marcos y Marcos, 12,00 E) . Elia è appena assoldato dall’impero dell’Istruzione, la grande macchina  ordinatrice che consuma i suoi fanti per la causa: filtrare orde di ormoni fluttuanti per renderli abili e arruolati alla vita che verrà. In fondo la scuola è questa follia, è questa volontaria riduzione a schiavitù. Elia è destinato a Venezia, avrà la cattedra che ha sempre sognato e a cui dava pure un nome come fosse una fidanzata.

Per la sua battaglia verrà accolto nel Collegio dei Docenti, strampalato alloggio per prof, gestito dalla riedizione delle sorelle materassi, due ziette affabili coi nomi da zia: Carlotta e Brigitta. Saranno loro ad individuare  nel nipote i sintomi della malattia, che sarà curata in modo singolare. Con dosi omeopatiche di sogni sulla scuola che verrà, però forse ancora più lisergica di quella attuale. Il romanzo è una girandola di situazioni quotidiane in cui il docente diventa degente e tutto intorno ha ragazzi rumorosi che non vogliono ascoltare ma solo far rumore, in cui tutto sembra appartenere ad uno stupefacente paese delle meraviglie. Elia si aggira districandosi tra studentesse dalla seduttività inquisitoria, presidi ossessionanti, precariato rivoluzionario. Classi individuali, stipendi milionari. La realtà è sogno anche per  il novello Don Chisciotte che sta per alzarsi al mattino per andare ad insegnare. Nella follia docente vediamo però specchiati la malattia del nostro tempo. Romanzo per chi prende la scuola sul serio, ma ha anche voglia humor nero.

 

 

 

Linda Meoni
queb.it
novembre 2009

Scuola e delirio raccontati da Fulvio Ervas
Fulvio Ervas racconta follie e deliri nell’incontro con i lettori
Elia è un giovane insegnante appena inserito nel sistema docente e dunque ancora non perfettamente consapevole dei meccanismi che muovono la gerarchia insegnante. Presa coscienza dell’attuale crisi del sistema scolastico, Elia non si rassegna e spera di riuscire a cambiare qualcosa, non senza difficoltà. Ciò che accade però è che gli eventi, gli sconvolgimenti e gli scheletri nell’armadio propri ed altrui inducono il protagonista a diventare egli stesso parte integrante di quel meccanismo così complesso e folle.
Del resto, ciò che si richiede a un insegnante è un impegno spesso così gravoso da risultare a tratti insopportabile: il docente deve essere in grado di sdoppiarsi, o di farsi in tre se la situazione lo richiede. Il sé e i suoi infiniti sé devono essere messi a disposizione degli alunni e delle rispettive famiglie, ricoprendo un ruolo di responsabilità per il quale si è chiamati ad essere al contempo genitori, insegnanti, psicologi, amici, personal trainer e quant’altro.
“La scuola è anche una trincea. E quando si è in trincea, i comportamenti non sono bianco o nero, le colpe sono diffuse e ogni componente del mondo scuola (docenti, studenti, famiglie e ministri) si devono assumere le proprie responsabilità.”
Nonostante la chiave ironica con la quale l’autore racconta avventure e disavventure della scuola contemporanea, Fulvio Ervas in realtà, bilanciando tre importanti esperienze – quella di studente, quella di genitore e quella di docente, mestiere che esercita da anni – riesce a restituire al lettore un quadro disperato ma lucido e consapevole della situazione attuale.
E da buon “critico” ed esperto di materia, Ervas non solo solleva questioni, ma propone anche soluzioni ai problemi denunciati. Egli sostiene infatti che la figura del docente, troppo spesso caricata di responsabilità negative che la maggior parte delle volte non dipendono da lui, dovrebbe essere un adulto ben formato che propone un modello di formazione continua e che “non mette mai il registro davanti agli studenti, perché il baricentro sono i banchi, i ragazzi”.
Ervas mette nero su bianco la metafora del sistema scolastico moderno, paragonandolo ad un impero decadente nel quale la figura dell’insegnante non è altro che un “prestanome”, una “controfigura”, il “paracolpi” ufficiale di un sistema che oggi non funziona e non ha il coraggio di esporsi in prima linea; “un negozio durante l’inventario con le vetrine coperte di carta da pacchi in cui è impossibile guardare dentro, capire che merce vi sia in vendita“, questa è la scuola odierna.
“Follia docente”, edito da Marcos y Marcos, si auspica una scuola attenta alla formazione di coloro che saranno gli adulti di domani, trasformando la mediocrità attuale in un fattore di sviluppo potenziale e di vanto nazionale.
Dedicato a “quelli che nella scuola rivendicano banchi più alti”, cioé sperano sempre che un cambiamento qualitativo sia possibile.
Fulvio Ervas incontrerà il pubblico alle ore 21:00 presso il castello di Villa La Smilea a Montale. Ingresso libero.

Gianni Belloni
Carta
ottobre 2009


La Follia dilagante nella scuola italiana.
"L'entrata è sovrastata dalla scritta 'Primo non nuocere' ed è affollata da dentisti travestiti da vecchine che spacciano zucchero filato". E' la scuola descritta da Fulvio Ervas nel suo ultimo libro "Follia docente". Follia docente è la malattia che assale il giovane insegnante del racconto di Ervas. Malattia allucinogena che, paradossalmente, svela aspetti della scuola che occhi più disincantati e lucidi faticano a vedere. Abituati ad altri sguardi sul mondo scolastico - la commossa partecipazione di Domenico Starnone, ma siamo negli anni ottanta, e la critica radicale, per altro splendida di Antonio Scurati ne "Il sopravvissuto", per citare gli esempi più conosciuti - la prosa rapsodica di Ervas sorprende e spiazza, ma a una riflessione più attenta risulta l'esito più fedele dell'avvitarsi insensato delle logiche di organizzazione scolastica di questi ultimi anni che solo a un racconto onirico, a tratti delirante, può corrispondere.

"Un negozio durante l'inventario con le vetrine coperte di carta da pacchi in cui è impossibile guardare dentro, capire che merce vi sia in vendita": questa è la scuola degli ultimi anni nell'immagine di un vecchio insegnante. Un'immagine che aiuta a raccontare l'incomprensibilità della scuola agli occhi degli "esterni", a decifrare finalità e metodi. Il tentativo gelminiano di risolvere il nodo educativo sul versante della disciplina  - voto in condotta, grembiulino, selezione - esalta la perdita di senso che l'istituzione scolastica mostra di soffrire. Esaurito il compito di alfabetizzare la generazione del post boom la scuola fatica a precisare la sua missione nella società flessibile della crisi. 'Orientamento', 'portfolio delle competenze', 'obiettivi formativi' appaiono tessere provvisorie di un mosaico ancora indecifrabile, tecniche utili a esorcizzare il nodo cruciale: quello dell'incontro, difficile e duro, con gli studenti e le loro domande spesso inespresse. L'educazione, la sua valenza liberatoria e la sua richiesta di verità, viene letteralmente cacciata da luoghi traboccanti tra formule stereotipate, nuove gerarchie insensate, moduli preconfezionati.
Non è un caso che nel libro di Ervas gli studenti spesso risultino invisibili nella girandola di specchietti e lustrini che avvolgono la competitiva scuola dell'autonomia. Competizione basata sulla "qualità totale", sull'assenza di bullismo, su dati artefatti e manipolati. 'Come mai non ho ancora visto uno studente?' chiese [il protagonista del libro]. 'Perché non le hanno dato ancora i visori speciali. Non si vedono a occhio nudo. Quando passerà per la segreteria chieda del modello Vga-Ph 5.5: è il migliore'. In assenza di relazioni trionfa la competizione, l'ironia corrosiva, l'azzardo pubblicitario: insomma, in poche parole, la follia. Che sfocia anche nell'omicidio alludendo alla consolidata vena giallista di Ervas. Ma qui non c'è una verità da rintracciare, un ordine infranto dal delitto da ricostituire. L'omicidio in realtà non rompe un ordine - e non implica un lutto - ma rientra nelle assurde procedure di un'istituzione rattoppata e senza fondamenta. Così insensata da rendere inadatto qualsiasi tentativo di contestazione: sarebbe come seguire le regole del gioco durante l'onirica partita di cricket descritta da Lewis Carroll in "Alice nel paese delle meraviglie".
Le formule che hanno invaso il dibattito interno alla scuola - Piano formativo, qualità, progettualità - turbinano in una nuvola indistinta di coriandoli sulla bocca di personaggi fantastici - il bidello Gambadilegno, il preside Guerra&Piccolomini e la folla di colleghi improbabili - rendendoli inutilizzabili per qualsiasi discorso di buon senso. Invece è il discorso della folla, o meglio, del sogno, che pervade il libro, contemperato da ironia e una vena di grottesco che ci costringe a vedere i lati più tragici di un'istituzione impegnata a imbellettarsi di formule a prescindere dall'umana esistenza di chi pervicacemente continua ad abitarla.

 

 

 

Chiara Pieri
ilRecensore.com
novembre 2009

Un romanzo surreale ed ironico sul mondo delirante della scuola e dell’insegnamento. Fulvio Ervas con “Follia docente“, (Marcos y Marcos, 2009) racconta le più stravaganti e paradossali disavventure di un professore alle prese con il suo primo incarico. Elia è un giovane insegnante appena passato di ruolo in una scuola di Venezia.
Nella città viene ospitato dalle anziane e premurose zie Carlotta e Brigitta, che gestiscono uno strampalato Collegio Docenti, alloggio ideale per i professori alle prime armi, ma nel quale è assolutamente vietato l’ingresso ai precari. Inizialmente Elia è entusiasta del proprio lavoro, vorrebbe migliorare la scuola, trasmettere cultura ed inizia a frequentare le riunioni clandestine dei precari, che preparano attentati didattici a suon di versi erotici di D’Annunzio, si intrufolano nelle scuole, trasmettono ai giovani da Radio Precari. Finito il momento di fermento ideologico, però, Elia si ritrova nuovamente in cattedra, dove viene a scontrarsi con una realtà sempre più assurda, tra studenti che pretendono banchi più alti, classi mobili, docenti tutor che offrono sottobanco pillole magiche di fantasia, classi individuali, POF che non vengono rispettati, burocrazie impossibili, dirigenti scolastici che ospitano clandestinamente dei cinesi nello scantinato, forche per insegnanti, partite di palla mondo, fino alla morte di una supplente rimasta incastrata nella cappa di aspirazione del laboratorio.
Qui comincia l’indagine del protagonista sui misteri dell’Impero (così viene chiamato il Ministero dell’Istruzione) che tra Walt Disney, la CIA e lo spaccio di pillole fantasy, pare invischiato nell’inspiegabile morte della giovane supplente. Ad aiutarlo c’è l’affascinante Emma, studentessa individuale, con la quale Elia inizia una scombinata relazione, mentre cerca di curare la sua follia docente al Centro freudiano di terapia virtuale.
Follia docente è un libro talmente assurdo e surreale da uscire da qualsiasi schema narrativo. Scritto con brio e con una spiccata dose di ironia riflette però le difficoltà del mestiere del professore, poco apprezzato dalla società e sempre più incapace di confrontarsi con le generazioni dei  giovani e con l’Istituzione scolastica, governata da burocrati e regole, che mutano di continuo, ma che non producono mai i cambiamenti attesi.
“E’ sciocco credere che si possa essere capaci di stare in cattedra sin dal giorno dopo la laurea. Bisogna guardare e riguardare i propri compiti d’italiano, ascoltare e riascoltare tutte le proprie interrogazioni. Bisogna crescere, se non sei cresciuto sei uno studente vecchio, non un professore. Solo allora riesci a digerire una moltitudine di casi e a trattarli con umanità”.
Fulvio Ervas è insegnante di scienze naturali, romanziere, orticultore appassionato. Vive alle porte di Treviso. Tra i suoi romanzi: Buffalo Bill a Venezia, Pinguini arrosto, Succulente, Commesse di Treviso.

Scheda del libro

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