EDGARD HILSENRATH
La fiaba dell'ultimo pensiero

 


Recensioni

 

Il Foglio
dicembre 2006
Stilos
gennaio 2007

Giuseppe Giglio
Stilos
gennaio 2007

Lo sterminio degli armeni non è una fiaba

Stevenson diceva che se a uno scrittore manca l’incanto, gli manca tutto. E forse proprio l’incanto è un’interessante dote di Edgar Hilsenrath, uno dei più graffianti scrittori tedeschi del  Novecento, autore de La fiaba dell’ultimo pensiero, un intenso e coloratissimo apologo contro la prevaricazione, il pregiudizio e la corruzione, un libro ispirato da una viva e profonda umanità, da un vivido desiderio di pace e libertà. Lo si gode, l’incanto, fin dalle prime pagine, quando il Meddah, il «narratore di fiabe» (alter ego dello scrittore, invisibile testimone di ogni retroscena delle vicende narrate), si abbandona ad una fascinosa cantilena: «Bir varmiş, bir yokmiş, bir varmiş. C‘era una volta uno, c’era una volta nessuno, c’era una volta…un ultimo pensiero. Poteva volare in tutte le direzioni del tempo, anche nel futuro e nel passato, perché era immortale». Questa dolce filigrana attraversa tutta la storia, che Hilsenrath, con funambolica levità, sgomitola come una fiaba orientale, e che trasuda un’irresistibile malia, un esotismo lascivo. Si dispiega così un agile intreccio tra la Turchia orientale, l’altopiano armeno  e i fiumi dell’antica Persia, sullo sfondo terribile della prima guerra mondiale. Per raccontare di uno dei frutti più tragicamente grotteschi o grottescamente tragici dell’intolleranza: lo sterminio degli armeni, perpetrato dai turchi nell’estate del 1915, dopo aver scacciato un intero popolo dalla terra che per secoli aveva abitato, quell’Hayastan che si distendeva intorno al monte Ararat, dove «i girasoli crescono fino al cielo» e «i monti toccano le nuvole», dove «le donne hanno i seni turgidi, perlacei, roridi… come melagrane rugiadose di primo mattino» e gli uomini «diventano vecchissimi a forza di chiavare e di ingurgitare yogurt». Ma anche per affidare all’«ultimo pensiero» la tenace speranza di una rinascita, in quella terra martoriata da uomini che avevano facilmente ceduto alla banalità del male (nella normalità dell’ipocrisia, del cinismo, dell’odio gratuito, degli stupri, degli assassini di vittime indifese, vecchi, donne e bambini, tanto da tingere di rosso le acque dell’Eufrate). «Bir varmiş, bir yokmiş, bir varmiş», dice dunque il Meddah a Thovma Khatisian - «armeno con passaporto svizzero», ultimo discendente di una stirpe eletta, destinato a testimoniare «che non tutti gli uomini sono cattivi», e soprattutto simbolo della speranza armena – mentre questi sta per esalare l’ultimo respiro: ha un aspetto orribile, dalla sua bocca semiaperta «cola saliva puzzolente», gli resta appena qualche istante; eppure, innescando una vertiginosa dilatazione di quella frazione di secondo, il Meddah accompagna Thovma (e il lettore) - come in un maestoso volo in cui inizio e fine si abbracciano – in un illuminante viaggio nel tempo e nello spazio, alla scoperta dei 

 

luoghi delle radici, della storia e dei miti del popolo armeno, soprattutto attraverso le incredibili e tormentate vicende del padre di Thovma, Wartan, un poeta imprigionato e torturato dai governanti turchi perché confessasse un’improbabile congiura armena ai danni del mondo. Un poeta che aveva cercato di pescare «i canti del [suo] cuore e i loro tesori», quelli dell’anima, e che si era ritrovato, suo malgrado, protagonista di quella «grande commedia che doveva chiudere un capitolo della storia armena, per aprirne un altro». E intanto il Meddah ascolta il pensiero di uno storico che gli dice: «Vede, Meddah. Tutto quello che c’è nei libri di storia è solo una successione di piccoli e grandi massacri dall’inizio dei tempi. E tutti sono fondati. Per ciascuno è esistito un pretesto»… Attraverso i fitti e agili dialoghi che animano la girandola dei suoi personaggi, Hilsenrath ci regala così distillati di varia umanità, tracce di vita dissepolte, grappoli di immagini dalla straordinaria vividezza del particolare; e specialmente nelle frequenti e ampie digressioni sugli usi e i costumi di quell’angolo di Medio Oriente, oppure nelle feroci e minuziose descrizioni delle torture, dove arriva ad usare espressioni crude e aspre, persino stomachevoli. Per dare voce ad un’umanità estrema, eppure tristemente reale, fino a cesellare una precisa immagine di inferno, a mostrare l’orrore in tutte le sue bieche sfumature, senza accomodanti pudori. Apolide, umorale, amorale, allergico alle retoriche e ai perbenismi, incline al sarcasmo impietoso ma anche alla tenera compassione, Hilsenrath è stato addestrato dalla vita e dalla letteratura a scandagliare l’animo umano, a riconoscere i segni lasciati dalla Storia, a individuarne persino quelli scomparsi nel tempo: decifrandone le ombre, smascherandone le manipolazioni, sotto la spinta di un’emergenza morale e civile che, aggraziata da una corrosiva ironia, si affida alla letteratura. Per cercare la verità tra la «polvere dell’oblio», e strappare la memoria dei vinti (la vita, la storia, la cultura cancellate) al gelo del silenzio, abbandonandosi ad una salutare visionarietà. Con Il nazista e il barbiere, quest’ebreo d’origine orientale ha raccontato l’orrore dell’olocausto (di cui ancora oggi taluni addirittura negano l’esistenza!) da una prospettiva scomoda: attraverso una corrosiva e truce allegoria dell’animo umano, cristallizzata nell’aberrante vicenda del protagonista, il nazista Max Schulz che, a guerra finita, ruba l’identità - lingua, religione e circoncisione comprese - all’ebreo Itzig Finkelstein, suo vecchio amico, per trasferirsi in Israele e rifarsi una vita. Adesso Hilsenrath fa volare «l’ultimo pensiero» sulle «lacune dei libri di storia turchi»; per unirsi agli «ultimi pensieri degli armeni morti», pensieri che «errano per l’eternità sulla terra con tutti i desideri e le speranze che un uomo porta con sé nel corso della vita»; e far luce così su un orribile vilipendio contro l’essenza stessa dell’uomo, sulla «soluzione definitiva» del problema armeno (su cui è intervenuto anche uno dei più incisivi scrittori turchi contemporanei, il Nobel Orhan Pamuk), sul genocidio dimenticato di un popolo colpevole soltanto di esistere.

 

Maurizio Crippa
Il Foglio

dicembre 2006

Nello Specchio Armeno

La follia del complotto e la creazione del massacro del 1915, raccontati dall’ebreo tedesco Edgar Hilsenrath


“Questo Wartan Khatisian non è altro che un agente della cospirazione mondiale armena”.

“Cospirazione mondiale armena?”

“Sì, efendi”.

“Non ne ho mai sentito parlare”.

“Sembra che lei non abbia mai sentito niente di niente, vero, efendi? Quando ero ancora studente all’estero – disse il müdir – ho incontrato della gente che mi ha raccontato qualcosa intorno ai Protocolli dei Savi di Sion. E parlavano di una cospirazione mondiale ebraica. E sa una cosa, efendi? A quei signori io ho riso in faccia… E più ci ripensavo, più cancellavo gli ebrei dalla lista dei colpevoli. E stranamente, anche i greci. Restava soltanto un popolo, colpevole di tutte le sventure”.

“Quale popolo?”

“Gli armeni – rispose il müdir – Gli armeni si trovano sempre là dove il Male è al timone della storia del mondo. Tutte le leve sono nelle loro mani”.

“Non ne sapevo niente, Müdir Bey”.

“E il peggio è che vogliono fare lo sgambetto a noi turchi”.

E’ come un gioco di specchi per Edgar Hilsenrath, ebreo tedesco di Lipsia, deportato nel ghetto a Mogilev- Podolski in Ucraina e scampato al genocidio del suo popolo, con il senso di colpa del sopravvissuto. In un’intervista allo Spiegel, nel suo modo diretto e quasi scostante, ha spiegato di aver voluto raccontare la storia del genocidio degli armeni perché “sono gli ebrei dell’impero ottomano, sebbene lì ci fossero anche gli ebrei. Ma gli armeni erano considerati come affaristi e avidi. Il che non era vero”. Come in un gioco di specchi (“anche il genocidio armeno fu un olocausto”) Hilsenrath ha voluto scandagliare – a tratti con sarcasmo, a tratti con una violenza non facili da gestire per il lettore – l’elemento paranoico, la folle costruzione teorica del complotto e del nemico che stanno alla base dello sterminio dell’uno e dell’altro popolo. Come in un gioco di specchi , anche l’antico ricordo dell’ebraismo perduto dell’Europa orientale affiora nell’immagine trasognata dei villaggi armeni; nei riti di una civiltà rurale che sta per essere spazzata via; nelle immagini gioiose di seni che esplodono di latte, di splendidi deretani di spose ubertose – che marcano un confine di civiltà rispetto al sesso sordido dei funzionari e dei soldati turchi, e alla violenza belluina dei curdi stupratori di bambine.

“La fiaba dell’ultimo pensiero” fu pubblicato nel 1989. Tradotto in Italia ma presto scomparso dalle librerie, viene ora ripubblicato da Marcos y Marcos. “I lettori impressionabili hanno spesso problemi con i miei libri” dice Hilsenrath, scrittore forse per questo poco noto, per quanto considerato tra i maggiori di lingua tedesca del secondo Novecento. Dunque il titolo e l’impianto onirico della “Fiaba” non traggano in inganno. Il Meddah, “il narratore di fiabe” della mente, entra nell’ultimo pensiero prima della morte di un vecchio armeno, Thovma

Khatisian. E in questo lunghissimo sospiro gli racconta la storia del padre e della famiglia, la storia dimenticata del Metz Yeghérn, il Grande Male, lo sterminio del 1915. Un lungo volo d’uccello che dà forma alla memoria. Un viaggio all’indietro, come accade anche nel romanzo di Antonia Arslan, “La masseria delle allodole”, struggente ricostruzione dello sterminio della famiglia d’origine della scrittrice. Ma quanto il libro della Arslan è intimo ed emotivo, tanto Hilsenrath oppone un distacco quasi cinico, mai psicologico. Alterna la ricostruzione precisa del clima e dei fatti storici – l’inesorabile “build up” della macchina di morte – alla rievocazione dei miti e dei costumi armeni.

Il risultato è che la “Fiaba” riesce a scavare non solo nella memoria, ma a farsi storiografia politica, tentativo di interpretazione. A partire dalla sindrome del complotto, che pervade tanto l’ideologia decadente della vecchia amministrazione ottomana, quanto la smania rivoluzionaria dei Giovani turchi. Nel racconto, diventa il folle tentativo delle autorità di una piccola cittadina di provincia di cucire addosso al personaggio di Tartan Khatisian, immigrato negli Stati Uniti e poeta (dunque pericolo cosmopolita e intellettuale), la confessione estorta di essere stato addirittura l’autore dell’attentato di Sarajevo. Confessione di müdir vorrebbe scodellare sul piatto a Costantinopoli a Enver Pascià, affinché diventi il casus internazionale per giustificare il via libera allo sterminio. Più ancora, il romanzo è perfetto nel descrivere il meccanismo a orologeria che carica come una molla le condizioni dello sterminio: “Fu nella primavera del 1915. Era il tempo della preparazione, della preparazione allo sterminio di un popolo o al sacrificio dell’agnello”. È la mostruosità di vivere gomito a gomito, due popoli, (per non parlare dei curdi), ognuno sospettoso dell’altro, ma ognuno incapace di pensare fino in fondo così male dell’altro – gli armeni dei futuri carnefici, i turchi di essere sul punto di diventare carnefici – in una devastante versione anatomica della banalità del male: “Nessuno di loro era un assassino, nessuno di loro avrebbe tollerato un massacro”. È una tela di ragno che si tesse da sola, fatta di ricatti tra funzionari della piccola cittadina, mentre se ne stanno accucciati uno a fianco all’altro sulle puzzolenti latrine. È la tragedia intuita ma non contrastata da pavidi giornalisti e debosciati militari tedeschi mentre l’eunuco li spompina nel caldo dell’hammam. Sono le torture inflitte da sordidi “zaptiè” e le descrizioni delle sevizie che scatenano un panico ancora maggiore nella pavida e disarmata comunità armena. Sono gli ordini scritti di Enver Pascià e Talaat, la mente organizzativa della strage, che mettono spavento persino agli esecutori.

Il dibattito storico dello sterminio del 1915 è cresciuto in questi anni, e per motivi più politico-diplomatici che storiografici. Quest’anno, solo in Italia tre libri – Guenter Lewy, “Il massacro degli armeni, un genocidio controverso” (Einaudi), Akçam Taner, “Nazionalismo turco e genocidio armeno” (Guerini e Associati) e “Il genocidio degli armeni” di Marcello Flores (Il Mulino) hanno affrontato da prospettive interpretative diverse la “G Qeustion”, la domanda se si sia trattato o meno di un genocidio. Flores propende per una risposta affermativa, in quanto esistono le prove di una preparazione ideologica e di una pianificazione di una “soluzione finale” armena. È la stessa conclusione cui il Meddah dell’“ultimo pensiero” conduce il suo lettore. Ma lo fa attraverso un procedimento romanzesco. Nella primavera del 1915 “per i turchi va male. L’esercito di Enver Pascià è sconfitto”. La rotta del fronte del Caucaso è inevitabile, il nemico russo avanza. E gli armeni si sa che sono alleati segreti dei russi: “la colpa deve essere pur di qualcuno. Di chi? Degli armeni”. Il teatrino del complotto cede il passo alla lucida logica del tradimento. Il massacro diventa necessità di guerra, la deportazione (“dove? da nessuna parte”) esigenza vitale. La banalità del male è la miglior dimostrazione che un genocidio è potuto accadere. “Io so che il mio ultimo pensiero tornerà volando nelle lacune dei libri di storia turchi”.

 

Scheda del libro

Home page