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STEFANO QUAGLIA
Il tartufo e la polvere
È arduo trovare un posto per mangiare a Milano dopo le undici di sera, e se la fame è chimica e il sesso ti ha impegnato su più fronti lo sbattimento è grande. Però di chiudere la serata morto con un tartufo in gola in piazza Duomo, Bosko Sadik non se l’aspettava. Come non si aspettava l’ispettore Arnaboldi che l’indagine sulla morte di quel macedone ben vestito lo catapultasse nelle Langhe a novembre, quando l’aria è satura del profumo di tartufo, che lui chiama puzza. Là le giornate scivolano presto nella notte, vino rosso e  bagna cauda lasciano il posto a sushi e garage rock in locali insospettati in fondo a mille curve, e ha un bel dire un vecchio cercatore di tartufi che qualcuno gli ha sparato e si è pure rubato la cagnetta Pina, inseparabile compagna.
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Stefano Quaglia nasce a Novi Ligure nel 1963 e dopo una giovinezza felice si spinge fino a Genova per studiare il modo di diventare un letterato: non si sa come si ritrova a Milano a fare il pubblicitario e persino il produttore di film. Quando non è impegnato a tirar su figli riesce anche a fare il regista e a scrivere qualcosa.
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MARCOSultra
176 pagine,  euro
isbn 978-88-7168-519-9
“Loretta Milesi, valente vice ispettore, con quei suoi occhiali da professoressa anzi da supplente in un soft porno italiano anni Settanta, e sempre a proposito di cinema, come scordare allora Edwige, Laura, Gloria, Barbara e Michela poi, tutte sempre intorno a quel nano di Alvaro? Peccato per il culo un po’ piatto, la Milesi, e per lo spirito non propriamente affine a quello di quel gruppo di ragazze che hanno fatto grande il nostro cinema, come dice Quentin, mica uno qualunque.”
In copertina immagine di
David Dalla Venezia
Dettaglio dei dipinti
n. 579 e n. 574 (Senza titolo),
olio su tela, cm. 35x33, 2008
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L’ispettore Arnaboldi ha oramai una discreta carriera alle spalle; di stanza sempre a Milano, è passato attraverso fatti di sangue connessi al governo del territorio per lo spaccio e faide tra bande cinesi. Un curriculum che annovera uxoricidi, parricidi e altre brutte storie del genere. Insomma Arnaboldi ne ha viste parecchie e di apparenti misteri ne ha risolti tanti. Eppure, da circa un’ora, cioè da quando sta seduto a tavola per cena, non riesce a dare una risposta a una domanda che lo assilla forte: come può una figa come questa stare con un deficiente come Lovisolo?
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“Nel sangue è stato riscontrato un forte tasso alcolico e tracce pesanti di cocaina e come si può ben vedere sul collo ci sono ecchimosi sparse e graffi su petto e schiena. La causa della morte è il soffocamento e qui la Milesi si ferma un secondo, un secondo solo per guardare Ribolla e ripartire decisa: l’arma del delitto è un tartufo bianco.”
“È vero, avevo detto il contrario. Però ispettore mi creda, è importante mantenere un certo tipo di rapporto con le persone, qui i rapporti funzionano ancora, mi spiego? Voglio dire che se hanno insistito tanto per invitarci non potevamo mica dire di no.”
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“E se l’entrata alla John Wayne non gli era venuta per niente bene, la rissa che adesso si è estesa dalla cucina alla sala principale per coinvolgere anche gli indigeni che sembrano non aver fatto altro nella vita avrebbe reso felice il vecchio cowboy tutto d’un pezzo.”
“Stasera io voglio una coca cola.
Non so mica se ce l’hanno. Finisca lei il fritto misto che a lei piace la roba fritta, vero?
Ma cos’è questo che sto mangiando?
Quello? Ah, cervello. Faccia presto che diventa freddo e poi sta arrivando la bagna cauda, mentre Arnaboldi allontana il piatto contenente uno dei principali ingredienti del fritto misto alla piemontese.”
Pagina a cura di Milena Scaramucci
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