Edgar Hilsenrath

Incontro con un ebreo satirico


La fiaba dell'ultimo pensiero


Il nazista e il barbiere

Alias, 21 luglio 2007
di Manuela Poggi

Armeno fratello mio


“Un paese dove i girasoli crescono fino alle porte del Paradiso..., il succo delle more mature viene messo a seccare sulle terrazze fiorite... e i cocomeri sono più rotondi, più grossi e più succosi del più grosso culo di donna”. L’Armenia è questo, nel ritratto che Edgar Hilsenrath ne fa ne La fiaba dell’ultimo pensiero (Marcos y Marcos, ottima traduzione dal tedesco di Claudio Groff), un romanzo in cui il genocidio armeno perpetrato dai turchi viene raccontato come una fiaba delicata, bellissima e dolorosissima, in cui le origini e la storia dell’Armenia e del suo popolo rivivono attraverso l’ultimo pensiero di Thovma Khatisian prima della morte. Presi per mano dal narratore di fiabe, il Meddah, in un viaggio a ritroso a metà tra sogno e realtà, veniamo condotti in un mondo e una cultura ignoti almeno quanto il tragico destino degli armeni, che attraverso una narrazione grottesca eppure fortemente lirica, ha il valore di monito di fronte alla sempre possibile manipolazione della Storia.
E’ un onore conoscere nella sua casa berlinese Hilsenrath, un uomo di cui queste poche notizie biografiche dicono già tutto: ottantuno anni, ebreo, sopravvissuto alla deportazione in un ghetto ebraico. La prima cosa che mi chiede, pragmatico, è come venga recensito il suo libro in Italia, e quali siano i dati delle vendite. L’autore tedesco più conosciuto in Armenia, dove nel 2006 ha ricevuto la laurea ad honorem dalla Yerevan State University, è un uomo anziano di poche, misurate parole: “scriva quello che vuole, scrittore, scrittore ebreo, per me non fa alcuna differenza”.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro sulla tragedia del popolo armeno?
Il libro è uscito in Germania diversi anni fa, nel 1989, e già dalla fine degli anni Settanta io avevo intenzione di scrivere un terzo libro sul tema dell’Olocausto: ma questa volta, diversamente dagli altri due, Die Nachte Der Nazi & der Friseur, non volevo più parlare della tragedia del popolo ebraico. Sapevo del genocidio armeno, però non avevo alcuna notizia di carattere etnologico. All’epoca mio fratello viveva in California e venni a sapere che presso la biblioteca civica di San Francisco si trovava il più grande archivio etnologico esistente sugli armeni. Mi recai lì e feci fotocopie per mesi, migliaia di fogli. Allora non esistevano le fotocopiatrici di adesso, bisognava inserire una moneta per ogni singola fotocopia. Le lascio immaginare l’impiego di tempo ed energie...

Come descriverebbe La fiaba dell’ultimo pensiero?
Un romanzo scritto con grande amore per il popolo armeno

In questo suo coinvolgimento quasi biografico con la tragedia armena, la scrittura ha avuto anche degli effetti terapeutici?
Scrivere mi ha aiutato molto. Da ragazzo, all’età di vent’anni, ho avuto una violenta depressione, che è scomparsa scrivendo. Del tutto. Non sono mai più stato depresso da allora. E’ stato tanto tempo fa, nel 1950.

Per lei la scrittura ha un significato liberatorio non solo dalle ossessioni private, personali, ma anche da quelle collettive? Scrivere è per lei un mezzo consapevole per non dimenticare, per non far dimenticare?
No, si scrive e ci si descrive e basta, senza consapevolezza. Ero un ebreo che veniva dal ghetto, senza prospettive, totalmente smarrito e pieno di complessi. Tutto è scomparso quando ho cominciato a scrivere.

La tragedia del popolo armeno, a quasi un secolo di distanza, è ancora per molti un fatto storico sconosciuto, ignorato. Cosa significa, oggi, ricordarlo?
Gli armeni vogliono, ovviamente, che lo si riconosca. E pare che ultimamente ci riescano. Da poco in Francia, per esempio, si è penalmente perseguibili se si nega l’Olocausto armeno.

“La favola dell’ultimo pensiero” è stato tradotto solo adesso in Italia. Questo ha a che fare con le contiguità che il genocidio armeno ha con la Shoah?
Gli armeni sono terribilmente gelosi degli ebrei! (ride) Tutti, nel mondo, ne hanno riconosciuto la sofferenza e la tragedia subita durante la seconda guerra mondiale. Per gli armeni non è stato così, c’è in atto una specie di competizione. Agli armeni preme, soprattutto, il riconoscimento da parte delle autorità turche, che però difficilmente si renderanno disponibili a farlo, perché sarebbe un’offesa per lo spirito turco, per la sua essenza.



Dopo la guerra, lei ha viaggiato molto. Palestina, Francia e poi Stati Uniti. Qual è la ragione di questo vagabondare?

Nessuna, si è trattato di casi. Alla fine della guerra mi recai in Palestina, da dove raggiunsi mio padre e il resto della famiglia a Lione. Da qui ci spostammo tutti negli Stati Uniti, dove io cominciai a scrivere. A New York scrivevo e lavoravo come cameriere. Nel 1975 decisi di tornare a causa della lingua: per me era un vero e proprio conflitto interiore, parlavo in inglese ma pensavo e scrivevo in tedesco. Mi decisi a tornare. Qui, a Berlino. Ovviamente ho avuto delle esitazioni, delle paure dovute a quello che avevo vissuto. Ma poi mi sono detto: non torno nel ghetto, torno alla mia lingua. E ho avuto molte esperienze positive. Solo molto tempo fa, nel 1978, ho avuto uno scontro con un gruppo di neo-nazisti che ha disturbato una mia lettura pubblica. Ci fu un grande scandalo sui giornali, che aiutò molto le vendite dei miei libri: un autore ebreo che viene molestato da neo-nazisti...

Per lei la letteratura ha, ha avuto, un valore pedagogico?
Scrissi il mio primo romanzo a quattordici anni. Il protagonista era un ‘negro bianco’, figlio di padre bianco e madre nera, che viveva in Germania ma veniva preso per un italiano del sud, finché non emigra negli Stati Uniti, dove viene riconosciuta la sua provenienza etnica. Avevo letto, all’epoca, il romanzo di un autore austriaco che trattava un argomento simile e al quale mi ispirai. Tenni il romanzo per tre anni nel ghetto, non era finito. Lo diedi a mia madre perchè lo conservasse, ma quando nel 1946 passò illegalmente il confine rumeno-ungherese per andare a Ovest, le fu sequestrato tutto, compreso il mio manoscritto, che è perciò andato perduto.

Ora sta scrivendo?
Al momento nulla. Il mio ultimo romanzo Berlin-Endstation è uscito due anni fa.

Come è stata la sua esperienza americana?
Ho pessimi ricordi. Ero molto povero, lavoravo come cameriere. Ho vissuto, come emigrante, ai margini della società, sempre e solo a contatto con emigrati come me. Un periodo difficile.

Come si sopravvive alla propria vita, a una vita come la sua? Non tutti ce l’hanno fatta. Si riesce ad avere poi una posizione politica?
Se penso a persone come Primo Levi, devo certamente dire che sono stato un privilegiato. E sono anche sempre stato molto forte. In quanto alla politica, sono ovviamente a favore dei diritti sociali e ho simpatie, in generale, per le sinistre, ma il comunismo non fa per me. Ho avuto modo di confrontarmi direttamente con lo stalinismo e ovunque, dove il comunismo si è imposto come regime – in Cambogia, a Cuba, in Cina, nella ex Ddr – ha fallito sotto la pressione delle dittature.


La fiaba dell'ultimo pensiero


Il nazista e il barbiere


Edgard Hilsenrath  e l'olocausto:
"Mi sento in colpa per essere sopravvissuto"


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