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CHARLES WILLEFORD Recensioni
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| carmillaonline.com febbraio 2006 |
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| Daniela
Bandini carmillaonline.com febbraio 2006 Ho cominciato ad amare questo libro
leggendo la biografia del suo autore (trascorse l’adolescenza
vagabondando sui treni merci), e l’amore è rimasto tale, dalla prima
all’ultima pagina. Pensare che lo scrittore avesse 67 anni quando
scrisse questo romanzo conforta l’ipotesi che l’esperienza può fare
la differenza, sempre che questa non diventi un’icona da sventolare, una
comoda scorciatoia per giudicare tutto con sufficienza e sostanziale
compatimento. Ti si appiccica davvero alla pelle l’umidità di Miami, le
sue birre, le su Diet Cola, i margaritas, le mescolanze autoctone con la
spietata immigrazione cubana, quella clandestina haitiana e quella
messicana. Il reclutamento della manodopera immigrata tanto simile al
capolavoro di John Steinbeck, Furore, tanto simile che non è
cambiato proprio nulla, coi suoi carri scalcinati per il reclutamento e
per raggiungere la proprietà, la brutalità selvaggia dei capisquadra, le
rigide separazioni razziali implicite e le sue differenze, di salario e di
incarico. |
colpevolezza),
questo fratello, Donald Hutton, decide di andare a vivere esattamente di
fronte alla casa del detective Moseley, cioè di piazzarsi su una
poltroncina e guardare dal giardinetto fissamente la casa del detective
per ore e ore al giorno. La famiglia
di Moseley è numerosa ed eterogenea. Quella che dovrebbe essere sua
moglie, Ellita, di origine cubana, una trentatreenne affascinante che si
occupa della casa e del figlio piccolo che ancora allatta, è in realtà
una collega che a causa di un colpo sparato da un rapinatore ha riportato
un’invalidità del 20% in un braccio e così vivono insieme per
convenienza e sincero affetto. Col detective le sue due figlie
adolescenti, che adorano Ellita e il piccolo, questo per insegnarci che
quasi sempre le famiglie migliori sono quelle che si scelgono, e non
quelle imposte geneticamente. Chiariti i rapporti con l’invadente, ma affascinante vicino di casa, sinceramente in Mosey si insinua il dubbio che il processo si debba rifare, che certi dettagli sfuggiti che diventano tanto più fondamentali quanto più ci si riflette sopra, meritino l’attenzione della riapertura del caso. Contemporaneamente al detective verrà affidato l’ingrato compito di indagare in maniera coperta su un caso di sparizioni di lavoratori stagionali haitiani, nelle tenute di un sadico approfittatore. E’ tremendo ma non scandalizza il fatto che questi derelitti siano trattati alla stregua di insetti da disinfestare una volta che abbiano finito il compito assegnato, per non avere grane con l’immigrazione e la regolarizzazione, ma l’esperienza fatta dall’autore nei suoi vagabondaggi influisce enormemente nella resa dei dettagli. Sembra che davvero per estirpare l’invasione di termiti che devasta le abitazioni dalle fondamenta si usi un potentissimo insetticida a base di stricnina, e che malgrado i cartelli che vengono piazzati ben visibili sulla strada dove si avverte che la casa è stata trattata ed è vietatissimo entrare, scritto in inglese e spagnolo, sia tutt’altro che infrequente scoprire cadaveri di ragazzini che con l’aiuto di un fazzoletto sulla bocca, ovviamente insufficiente, credevano di poter arraffare qualcosa di sostanzioso approfittando dell’abbandono temporaneo dei proprietari. Il degrado di una prostituzione che si accontenta di un pranzo, di bambini allattati con la diet-cola direttamente dal frigo al biberon, di mescolanze di quel poco di inglese con l’amoralità di chi conosce il valore del dollaro e dei suoi sottomultipli. I casi sono risolti, anche se lasciano lo strascico di fratture, contusioni, e morale a pezzi, e i veri protagonisti della vicenda alla fine solo loro, quelli ritratti nella copertina del romanzo, i coccodrilli. Questi animali spietati, apparentemente sornioni e innocui, capaci di colpire ogni accenno di debolezza o tentativo di riscatto, per trascinarti, metaforicamente e no, dentro una palude sempre più profonda dove nessuno ti verrà mai a cercare. Un romanzo che ti fa compagnia, che ti seduce e ti capisce, nel quale ci si identifica, nel quale ogni personaggio descritto non solo è credibile: è vissuto. |