Ventimila copie vendute in tre mesi. Nel paese di Tolintesàc, il secondo romanzo di Cristiano Cavina (dopo l’eccellente esordio di Alla grande!) rende onore alla paziente laboriosità di un tenace editore come Marcos y Marcos. Scritto in una decina di giorni a febbraio dello scorso anno, poi rivisto ancora un paio di volte con Claudia Tarolo, editor della casa editrice milanese, l’epopea familiare raccontata da nonna Cristina al nipote Cristiano ha conquistato la fiducia dei lettori per l’immediatezza e la forza con la quale si impone. Un romanzo sulla perdita al contrario; le tante storie che innervano il racconto, i tanti personaggi che lo affollano, ruotano attorno a un’assenza – o a un assente –, alla figura di un padre che non c’è mai stato ma che, in fin dei conti, «è lui ad avere perso voi».

Sulla copertina un bambino con una fionda guarda delle fotografie appese a una parete. Come se invece di mandare in frantumi i vetri si fosse fermato a contemplare quelle immagini di memoria…
Eh, sì. La copertina è un regalo che l’editore mi ha fatto. Quella era la copertina della prima edizione italiana di Il dio di mio padre, di John Fante, il libro di racconti che io considero il più bello tra i libri di Fante, ancora più bello dei suoi romanzi. Molto del modo di trattare i dialoghi mi viene da lì. Le fotografie riprodotte nelle cornici sono quella del mio bisnonno Nicolino e una veduta di Casola Valsenio – chiamata Purocielo nel libro – degli anni cinquanta, il paese in cui è ambientato il romanzo.

Per come l’ho letta io, gli interventi sapienziali di nonna Cristina a contrappunto della narrazione – «la verità la riconosci subito», «tutti perdiamo qualcosa» – sembrano quasi l’antifona in una liturgia. È un’impressione sbagliata?
Mi piaceva quel ritmo, la cadenza di un’epica popolare, un’epoca delle piccole cose. Io non leggo filosofia, però è giusto quello che scriveva Benjamin nell’Angelus novus a proposito della narrazione orale, cioè che è lì che si possono scoprire dei veri e propri diamanti, una ricchezza inventiva naturale

I personaggi evocati dal racconto della nonna sembrano venir fuori da un mondo esotico, tipico delle favole o – appunto – dei poemi epici. Eppure l’epoca è così bene caratterizzata, il Novecento della guerra e della fame e della ricostruzione.
Come per Alla grande!, dove avevo come riferimento Il prete bello di Parise, anche qui mentre scrivevo ho tenuto in mente due grandi libri del Novecento: L’amore ai tempi del colera e Lessico famigliare. In particolare quest’ultimo della Ginzburg, dove c’era l’ambiente culturale torinese, la storia personale che si interseca con quella italiana a cavallo della guerra.

L’avviarsi dei vecchi, il loro morire, introduce il racconto e lo conclude.
Quel pezzo lo avevo scritto come un ricordo di mio nonno quando era morto. Io sono cresciuto con i racconti dei vecchi. L’ho aggiunto in seguito, perché il libro iniziava con la descrizione della stanza perduta nel minuscolo appartamento. Ma il pezzo sull’avviarsi dei vecchi, su questo loro morire speciale, ci stava benissimo, perché così il romanzo si incornicia fra la morte di mio nonno all’avvio e quella di nonna Cristina alla fine.

Stefano Spagnolo, Fernandel


Gabriella Grassi
Cosmopolitan
ottobre

IO LA PENSO COSì
Esistono uomini che si sentono miglio di noi. Ma ci sono anche maschi convinti che dalle donne ci sia tutto da imparare. Lo scrittore Cristiano Cavina è uno di loro
I protagonisti dei libri di Cristiano Cavina hanno tutti qualcosa di lui. Soprattutto una: vivono in una famiglia interamente al femminile e non hanno padre. Perché così è andata allo scrittore romagnolo: è cresciuto con la mamma, la nonna e la zia (e un nonno, ma ininfluente). E anziché diventare, per reazione, un trionfo di misoginia, si è convinto che noi siamo il sesso forte, Da cui i maschi hanno da imparare.

Dovremmo copiarvi di più
«La prima cosa, la più importante, che le donne della mia famiglia mi hanno insegnato, è che gli uomini sono dei “pacchi”. Mio nonno non ne ha mai azzeccata una: i suoi difetti erano sempre messi in evidenza e, con i suoi, anche i miei», racconta Cristiano. «Osservando le battaglie tra mia madre e mia nonna, poi, ho imparato che voi siete capaci di fare male in maniera sopraffina, come dei killer. Sapete sempre qual è il punto in cui piantare la spada. Noi invece, quando litighiamo, colpiamo a casaccio». Be’, non è un’immagine molto femminile… «Ma il bello delle donne è che coniugano durezza e innocenza. Sanno essere salde come la rocca di Gibilterra e morbidissime. Forti e imbranate. E io, per certi versi, ho preso da loro: per alcune cose sono tosto, per altre Forrest Gump», continua Cavina.
Ci sono altri aspetti che hai preso “a prestito”? «Ho un lato femminile: la delicatezza di dire o non dire, fare o non fare certe cose, Però a volte sbaglio come gli altri. Perché noi uomini abbiamo tutti questa tendenza a fari i “birri” (i maschi della pecora), cioè i testoni. Vedo certi miei coetanei: le fidanzate magari una sera vogliono andare a ballare e loro, invece, giocano al videopoker, bevono vino, leggono la gazzetta… Ma che gli costa accompagnarle? E anche a me: che mi costa, a volte, chiudere il libro e parlare un po’ con la mia ragazza? Non so proprio come facciate ad avere così tanta pazienza! Davvero: noi siamo inadeguati su tutti i fronti. Secondo me voi siete pure più intelligenti. Raccontarvi balle è dura, perché ci beccate subito. E poi sapete sempre come comportarvi. Una sera nella pizzeria di mio zio, dove ancora lavoro, quando non sono in giro per presentare i miei libri, c’erano due tavolate di dodicenni. Una era di maschi: facevano un casino pazzesco. Le ragazzine invece si divertivano senza disturbare, come se sapessero già come va il mondo», conclude.

Un esempio chiamato papà
A questo punto, una domanda provocatoria viene spontanea: in nostro scrittore non sarà un po’ mammone? «Mia madre era molto giovane quando restò in cinta per sbaglio. La sua famiglia cercò di farla abortire, lei rifiutò. Capito perché non posso non amarla alla follia?», risponde Cristiano.
«Detto questo:io sono mammone solo filosoficamente. Nella vita, so darmi da fare. Anche perché le donne della mia famiglia sono state un esempio di indipendenza. Non avere un padre non mi è mai mancato. Anzi, quando ero piccolo ero quasi contento, perché nessuno poteva dirmi: “Se non ti comporti bene, lo dico al babbo!”. Però, ora che la mia compagna aspetta un bambino, mi rendo conto che non ho la più pallida idea di cosa voglia dire la parola “papà”. Io e mio figlio partiremo alla pari: saremo entrambi esordienti, senza precedenti esperienze. Certo questo vale per tutti quelli che diventano padri per la prima volta: ma la maggior parte, almeno, ha un esempio.
Comunque sono felice. Solo mi spiace per Anna, la mia ragazza. Tra poco si ritroverà a dover inseguire un altro bambino: come se non ci fossi già io a farla disperare…!»

 

Nel paese di Tolintesàc

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